Rivista il mulino

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La barbarie organizzata

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Il 19 novembre 2020, a due settimane dallo spoglio dei voti per l’elezione del 46° presidente degli Stati Uniti, l’avvocato del presidente uscente Trump, Rudolph W. Giuliani, denuncia pubblicamente brogli assieme al suo team legale. Oltre ad evocare affidavit per oltre 700.000 ballots, nel culmine della conferenza stampa Giuliani afferma che il presidente eletto Joseph R. Biden Jr. ha ammesso, pochi giorni prima dell'elezione, di “avere la migliore squadra di elettori fraudolenti del mondo”, riprendendo una fake news circolata online.

Sidney Powell, inoltre, del team legale di Donald Trump, aveva  esteso la sfera del complotto evocando “l'influenza massiccia del denaro comunista attraverso il Venezuela, Cuba e probabilmente la Cina e l'interferenza con le nostre elezioni qui negli Stati Uniti”, arrivando ad affermare che il software di tabulazione usato da Dominion e Smartmatic, due società di macchine per il voto, è stato “creato da Hugo Chavez”.

Durante la conferenza, a causa del caldo eccessivo, l’avvocato Giuliani inizia a sudare, e la tinta dei suoi capelli gli cola sulle guance, squarciando il velo di Maya sulla natura posticcia della chioma, ma non solo.

La tinta che cola lungo il viso di Rudolph Giuliani, mentre racconta del complotto venezuelano che ha fatto vincere Biden, è il simulacro di oltre 30 anni di pensiero posticcio sulla giustizia, sulla città, sulla sicurezza, tenuto insieme solo dalla paura, che ha fondato l'idea di sicurezza come “tolleranza zero”, quell'odio dato dal privilegio che si è prodotto e riprodotto, e che ha polarizzato prima l'America e poi l'Europa, l'Italia, il Mediterraneo. Una politica basata su un uso distorto dei dati, in cui una diminuzione generalizzata del tasso di criminalità negli Stati Uniti, anche per il miglioramento delle condizioni economiche, è stata utilizzata come prova del funzionamento delle politiche applicate nella città di New York. Ma come era nato il successo di Giuliani, che nel 2001 lo portò a essere uomo dell’anno?

Giuliani si candida a sindaco di New York sfidando David Dinkins, il primo sindaco afroamericano di New York, che aveva governato la città dal 1990 al 1993, e aveva incentrato gli anni come mayor su un difficile equilibrio tra le comunità, in un momento di grande tensione nel Paese (da ricordare, i Rodney king uprising nel 1992). La campagna elettorale si sviluppa tutta attorno al senso di insicurezza in città, e viene vinta da Giuliani nel 1994, che decide di attuare l’obiettivo fondamentale che si era preposto in campagna elettorale: la lotta al crimine nella Grande Mela. La strategia di Giuliani si sviluppa su due piani: da un lato riforma completamente il Nypd, nomina William Bratton, che aveva gestito con successo la riduzione delle inciviltà sui mezzi di trasporto; grazie a questa nomina trasforma da dentro il corpo, viene incrementato l’organico di oltre 6.000 unità, viene modificato il modello di pattugliamento, che opera a “ragnatela” sul territorio della città, con un costante presidio sul territorio, e l’istituzione di una banca dati informatica in grado di raccogliere informazioni su tutte le persone fermate, identificate, arrestate dalla polizia (Compstat); dall’altro lato cambiano gli obiettivi di intervento della polizia nella lotta urbana al crimine. Questo modello prevede una velocizzazione delle procedure, che avviene solo grazie ad una maggior informalità nella gestione dei casi. Dal punto di vista teorico, il modello Giuliani-Bratton si ispira esplicitamente alla teoria delle Broken windows, un esperimento sociale applicato nella città di Newark da Wilson e Kelling nel 1982, a partire dalle suggestioni dello psicologo sociale Zimbardo sulle inciviltà. Tale modello prevede di integrare l’ampiezza dell’azione di polizia con considerazioni di carattere morale (“la decenza”) e il recupero di norme desuete sul vagabondaggio e accattonaggio. Zimbardo, tuttavia, aveva correttamente individuato come causa critica la mancanza di coesione sociale nella comunità, aspetto smarrito nella rievocazione di Wilson e Kelling.

Il modello delle “finestre rotte” del 1982, infatti, parte dall’assunto che accettare forme di inciviltà indebolisca il senso dello Stato favorendo la produzione e la riproduzione di devianza: una finestra che non viene riparata è il battito d’ali della farfalla che porterà ad azioni devianti in quel dato luogo, in quella parte della città. Il modello ecologico proposto da Wilson e Kelling trova un rafforzamento e un’applicazione concreta su larga scala nelle politiche applicate da Giuliani sul piano politico e da Bratton su quello operativo: un modello deterministico in cui si affianca una prevenzione situazionale tramite presidio e pattugliamento sul territorio e una “promozione” delle inciviltà a reati veri e propri, ampliando l’area di competenza della sfera del criminale anche a questioni di decoro e degrado. I bersagli dell’azione di Giuliani e di Bratton diventano perciò gli homeless, i graffiti sui muri della città, gli ubriachi, le prostitute, i piccoli spacciatori afroamericani, la aggressive panhandling e la pratica dello squeegeeing, combattuti con lo slogan della zero tolerance.

I risultati di questa “pulizia della città” hanno inizialmente confermato le posizioni di Bratton e Giuliani, grazie a una riduzione sensibile del numero dei reati. Osservando nel dettaglio il fenomeno, molti autori hanno riscontrato quanto questo esito numerico fosse il prodotto di una dinamica più complessa: la criminalità è diminuita a New York per una serie di fattori che prescindono dalla zero tolerance, come la diminuzione del mercato del crack per il calo di richieste, e risultati simili sono stati ottenuti in altre città con l’applicazione di politiche di “tolleranza”. Loïc Wacquant cita il caso di San Francisco: “Una politica di orientamento professionale, di consulenza e di assistenza sociale e sanitaria nei confronti dei giovani delinquenti ha consentito di dimezzare il numero delle incarcerazioni, riducendo del 33%, nel corso del quadriennio 1995-1999, l'incidenza della criminalità violenta (contro il 26% a New York, dove nel frattempo gli ingressi in carcere sono nuovamente aumentati di un terzo)” (Wacquant, 19992009).

L’altro dato rilevabile negli anni di applicazione della zero tolerance a New York è il costo umano che questo tipo di politica urbana ha comportato. Secondo un rapporto di Amnesty International il “pattugliamento aggressivo” previsto da Giuliani e Bratton ha aggravato il problema della sistematica violazione dei diritti umani da parte della polizia di New York, in particolare Amnesty evidenzia il sospetto di pratiche apertamente razziste da parte del Nypd, l’esistenza di un codice del silenzio all’interno del Nypd grazie al quale le violenze e gli abusi operati dai suoi membri restano impuniti (si rimanda a Greene, 1999).

Questa ricomparsa oggi di Giuliani sulla scena pubblica, a fianco di Donald Trump, permette di ripensare a ritroso a quel decennio e a quelle politiche, non solo nel merito specifico ma per le conseguenze di quel laboratorio di controllo sociale nelle democrazie occidentali, e per le conseguenze che queste continuano ad avere negli anni Venti. La zero tolleranza di Giuliani è stata infatti un modello di politica securitaria “da esportare”, con le ricezioni in salsa nostrana, proposte prima dal governo D’Alema e poi dai decreti del 2008 e 2009 del ministro dell’Interno Maroni (che diede avvio alla stagione delle ordinanze comunali non ancora conclusa). Inoltre, dopo quarant'anni di Guerra fredda, in cui il nemico era sempre stato esterno, lontano e malefico (come descritto nell’Evil empire speech del 1983 di Ronald Reagan) la stagione di Giuliani, prima ancora degli attacchi alle torri gemelle, aveva trasformato la paura, attraverso la ricerca di un suitable enemy, più vicino, più debole, e più facilmente attaccabile.

La moralizzazione della povertà e la razzializzazione del crimine sono state le conseguenze più forti di questa stagione di rancore, che non potendo controllare davvero lo spazio esterno, si è ripiegata nei confronti di quelle fasce della popolazione più esposte ai rischi, stigmatizzate come possibili pericoli: i poveri, gli emarginati, i reietti e i migranti, quelli che Marcuse evocativamente aveva chiamato “il grande rifiuto”. Come afferma Jonathan Simon, il governo della paura, a differenza della governo del crimine, ha reso l’America meno democratica, e più polarizzata dal punto di vista razziale, esaurendo il capitale sociale e reprimendo ogni forma di innovazione. Per questa ragione, scrive “governing through crime does not, and I believe, cannot make us more secure; indeed it fuels a culture of fear and control that inevitably lowers the threshold of fear even as it places greater and greater burdens on ordinary Americans”.

Un nuovo ordine politico, che si era mitigato durante i due mandati Obama, ma che è tornato prepotentemente in auge a ridosso delle elezioni 2016 ed è stato nuovamente declinato dalla campagna Trump non più come controllo sociale e ordine pubblico, ma come estrema domanda di giustizia privata, in altre parole quello che Doris Lessing aveva definito organized barbarism.

Una barbarie organizzata che ha mesmerizzato i bisogni trasformandoli in pericoli, minato le basi della coesione in un Paese di fatto pluralista, e fomentato un conflitto che andrà gestito e ricucito dalla nuova presidenza Biden, non a caso ha già parlato di heal the country, di curare le ferite del Paese.

Per questo, quella tinta che cola sembra davvero uno squarcio nel velo di Maya del controllo sociale, del governo della paura, quella stessa paura usata per governare oggi fa sudare e rivela il posticcio dei capelli e della postura. Una storia che si presenta prima come tragedia, e poi come farsa. O meglio, come scrivevano Adorno e Horkheimer parlando della psicologia delle masse, “Essi non tanto sono immuni dallo sfacelo dell’individualità, quanto piuttosto l’individualità in sfacelo trionfa in loro ed è in qualche modo ricompensata dalla sua dissoluzione”.