Rivista il mulino

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Sean Connery

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Anche se siamo cresciuti con Roger Moore sapevamo che era solo un bravo sostituto. Prima o poi sarebbe ritornato in carica il titolare: “Il mio nome è Bond, James Bond”. Sean Connery, fieramente scozzese, figlio di un camionista e di una cameriera, invece non tornò più e il mito di 007 rimase intatto. Era un eroe della guerra fredda, quello che la civiltà britannica, perduto l’Impero, aveva da contrapporre allo strapotere americano e ai divi di Hollywood. Una moral suasion che nasceva dall’eleganza, dalle buone maniere, ma soprattutto dall’essere tremendamente sexy, così da piacere, senza distinzioni, a uomini e donne. Gli uomini, con un processo di transfert, si immedesimavano nella sua virilità piena di humour. E le donne? Beh, chiedetelo a loro, ma di certo quando entrava in scena il cuore batteva più forte e il culto si è trasmesso, senza discussioni generazionali, di madre in figlia. Tutti, dopo aver visto i suoi film, anche i più modesti, se lo sognavano di notte e non erano sogni noiosi. Peccato che poi toccasse risvegliarsi, ma era andata bene anche così. Era un uomo bellissimo, un gran figo (o fico) per andar al punto, molto alto (189 cm) ma proporzionato, muscoloso al punto giusto, e invecchiando diventò ancora più bello. C’è un passaggio, in un simil 007, Obiettivo mortale (1982) in cui nell’ultima scena si toglie il parrucchino. A qualcuno piace calvo? No, a tutti quanti. Sullo schermo aveva un enorme carisma e smise di indossare i panni di James Bond per dimostrare di essere un bravo attore. Lo fu in particolare con Hitchcock (Marnie, 1964), Zinnemann (5 giorni, un estate, 1982), De Palma (Gli intoccabili, 1987), varie volte con Sydney Lumet (da rivedere La collina del disonore, 1965, ma anche Rapina record a New York, 1971), ma si andava al cinema anche solo per lustrarsi gli occhi e vederlo sul grande schermo con quella sua energia compressa, pronta a scattare al momento giusto. Col tempo, e i suoi film passati spesso in tv, divenne uno di famiglia, uno zio bello e simpatico, che avrebbe potuto tirarsela molto di più ma non ne aveva proprio bisogno. Eravamo orgogliosi di un parente immaginario così e, quando c’era un suo film, ci rimettevamo a guardarlo tutti insieme, anche se lo conoscevamo a memoria. Oggi lo piange tutto il mondo, compresa, dopo la fine della Guerra fredda, la Russia, se non con amore con trasporto (Caccia a ottobre rosso, 1990), in ammirazione di un uomo e di un attore che, tra le altre cose, riusciva a essere elegante anche indossando il kilt.