Rivista il mulino

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Dal numero 5/20

Una musulmana a Stoccarda

rubrica

Questa è una piccola storia, una come tante qui in Germania. Milioni di persone hanno provato la dolorosa esperienza di essere stranieri (heimatlos) in un Paese nel quale miliardi di persone al mondo vorrebbero vivere. E, tuttavia, questo Paese era davvero il loro Heimat, la loro casa. Semplicemente, nessuno se n’è accorto. Solo poche persone conoscono la Germania tanto a fondo da sapere che essa non è davvero un Paese, ma un Heimat, una casa per tutti.

Sono nata nel 1994 in un posto chiamato Germania. L’ho amato. Ero felice di essere tedesca. Ero orgogliosa di essere tedesca. Eppure un giorno, quando sono cresciuta, ho scoperto di non essere affatto tedesca. All’inizio ne sono stata rattristata e delusa. Se non ero tedesca, che cos’ero allora? I miei nonni erano immigrati dalla Turchia. Ero forse turca? Ma la Turchia non la conoscevo nemmeno.

E allora che cosa potevo essere? Un’immigrata? Eppure, non sono mai immigrata: sono nata in Germania! Che cos’ero? Dovevo essere tedesca! Ho combattuto per essere tedesca. A diciott’anni ho ricevuto il passaporto tedesco: potevo mostrare a tutti che ero tedesca. Ma ancora non lo ero. Potevo parlare perfettamente tedesco, ma non bastava. Non ero ancora abbastanza tedesca per essere tedesca. Ho imparato la lingua ancora meglio, sono diventata giornalista. Una donna che viveva grazie alla lingua tedesca. Una di quelle persone che conoscono la lingua particolarmente bene. Ma nemmeno questo è stato sufficiente. Non ero tedesca, non potevo essere tedesca: allora ero una musulmana. Arrivai a questa conclusione: potevo sforzarmi in tutti i modi, ma non avrei mai potuto essere tedesca. I polacchi, gli spagnoli, gli italiani possono diventare tedeschi. Io non avrei mai potuto diventare tedesca. Mi sentivo come Pinocchio: un piccolo burattino che sogna di essere un bambino vero. Avere una vita vera. E non solo quella di una musulmana in Germania.

Diventata più grande ho scoperto qualcosa di ancora più importante. Che in realtà non c’è una Germania. Non c’è nessuna Germania. E non ci sono veri tedeschi. E questo significa che non importava che io non fossi una vera tedesca!

Ma forse vi ho confuso. Perciò comincio la storia dall’inizio, da dove tutto è partito.

Sono Merve Kayikci. Il mio nome non è tedesco. Quando sono venuta al mondo in un ospedale tedesco, i miei genitori hanno scelto un nome turco e mi hanno regalato il cognome turco. Il mio nome turco compare nel mio certificato di nascita e nel mio passaporto. Entrambi tedeschi. Anche i genitori dei miei genitori scelsero nomi turchi e diedero loro i cognomi che avevano portato con sé dalla Turchia. I miei nonni arrivarono in Germania con niente. E dalla Germania non hanno ricevuto niente.

In effetti non è proprio vero. Vennero con speranze, sogni e desideri. Volevano mettere da parte un po’ di soldi, tornare in Turchia e lì continuare la loro vita. Venivano da un piccolo paesino nel centro della Turchia. Ma poteva essere la Spagna o l’Italia: quando ci sono stata, ho visto paesini che assomigliavano a quello dei miei nonni in Turchia. Quelli che sono rimasti lì, non se la passano male. Hanno una casa, da mangiare, l’assistenza sanitaria e anche i loro figli hanno studiato e hanno un lavoro. Ho una cugina in Turchia, della mia età, che oggi è una dottoressa. Un’altra è farmacista. Io sono giornalista. In Germania. Non me la passo meglio o peggio di loro. Ma i miei nonni avevano la speranza che la loro vita sarebbe migliorata se fossero venuti in Germania. Ecco perché si sono messi in viaggio dai loro paesi, come tante altre persone hanno fatto dalla Polonia, dalla Spagna, dall’Italia, e qui hanno lavorato duramente.

[L'articolo completo è pubblicato sul "Mulino" n. 5/20, pp. 805-812. Il fascicolo è acquistabile qui]