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Nagorno Karabakh, il perché di una guerra
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A partire da domenica 27 settembre è nuovamente guerra aperta in Nagorno Karabakh, lungo tutta la linea di contatto che separa le forze armene da quelle azere. Senza forze di pace sul campo e con opposti eserciti che occupano le proprie posizioni a distanza estremamente limitata, violazioni del cessate-il-fuoco raggiunto nel 1994 erano da anni all'ordine del giorno. Oggi stiamo però assistendo a un'operazione militare molto più estesa, che ha già reclamato centinaia di vite tra i militari coinvolti e decine tra i civili. Sia in Azerbaijan sia in Armenia si è dato inizio a una mobilitazione estesa in preparazione a una guerra che potrebbe protrarsi a lungo, o fermarsi per riprendere poi a pochi mesi di distanza.

Dopo un 2019 relativamente calmo, con meno violazioni del cessate-il-fuoco e qualche segnale incoraggiante, tra cui un riconoscimento ufficiale da entrambi i governi della necessità di preparare le proprie popolazioni alla pace, che cosa ha portato a un tale inasprimento del conflitto nell'autunno del 2020?

Nonostante vi sia da anni un generico consenso sugli elementi principali di un potenziale accordo di pace – ripristino del controllo dell'Azerbaijan sui territori adiacenti all'ex regione autonoma del Nagorno Karabakh, status ad interim per quest'ultima, ritorno degli sfollati, e forze di pace internazionali a tutela dell'accordo – oltre venticinque anni di negoziati non hanno portato alcun risultato tangibile.

La responsabilità per l'effettivo stallo dei negoziati non è imputabile a una sola delle parti. L'Armenia ha un comprensibile interesse strutturale nel difendere lo status quo che si è stabilito in seguito alla propria vittoria militare di inizio anni Novanta. Senza una reale disponibilità a cercare di raggiungere compromessi, la retorica nominalmente pacifista promossa da parte armena è però molto problematica. La situazione che si è consolidata negli ultimi venticinque anni è legittimamente inaccettabile per l'Azerbaijan e sia a Yerevan sia a Stepanakert – sede delle autorità de facto del Nagorno Karabakh –dovrebbe essere chiaro che lo status quo non può essere alla base di una pace duratura. Al contrario, da parte armena si è continuata a promuovere una posizione massimalista del tutto incompatibile con un sincero impegno a cercare un compromesso in sede negoziale.

La posizione dell'Azerbaijan certo non aiuta. Premesso quanto sia inaccettabile lo status quo, i toni bellicosi che sempre più esplicitamente vengono espressi dalla leadership di Baku rendono impossibile quel minimo di rispetto e fiducia reciproca indispensabile al tavolo dei negoziati. Azioni militari come quella a cui stiamo assistendo in questi giorni non possono che rafforzare la convinzione che qualsiasi concessione territoriale metta a rischio la sopravvivenza stessa della comunità armena. Dopo oltre venticinque anni di negoziati infruttuosi, e senza alcun segno che la via diplomatica possa offrire qualche possibilità di ottenere alcunché, quali opzioni restavano a Baku? Nessuna se non la guerra, pare essere la risposta della leadership dell'Azerbaijan – una risposta che però non tiene in considerazione delle proprie forti responsabilità nel rendere impercorribile una soluzione negoziata.

Dalla comunità internazionale, dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu alla co-presidenza del gruppo di Minsk dell'Osce, emergono richiami a interrompere gli scontri e a riprendere i negoziati. È un messaggio giusto, ma agli appelli deve seguire un impegno concreto. Affinché i negoziati abbiano qualche possibilità di successo, è necessario che vi sia un impegno diplomatico e politico serio: attori di peso che siano in grado non solo di convincere le parti a sedersi al tavolo dei negoziati e di fare pressioni affinché raggiungano un compromesso, ma anche di offrire credibili garanzie a tutela di qualsiasi accordo possa emergere in questo contesto. Di questo, purtroppo, non vi è traccia da anni. Le priorità a livello internazionale sono ben altre: gli Stati Uniti sono in questa fase pressoché assenti, l'Unione europea non ha mai avuto un ruolo rilevante, e la Russia – che anche in passato ha cercato di svolgere il ruolo di mediatore – non è nella condizione di convincere le parti a trovare un compromesso. La posizione esplicitamente pro-bellica della Turchia emersa in questi giorni complica ulteriormente le cose.

Gli Stati Uniti hanno organizzato negoziati di pace nel 2001 a Key West, senza però finalizzare un accordo. L'allora presidente russo Dmitri Medvedev ha cercato di fare pressione per raggiungere un compromesso organizzando un incontro a Kazan nel 2011, ma non si è fatto alcun passo avanti. Vladimir Putin ha ospitato a San Pietroburgo un nuovo incontro dopo le violenze dell'aprile 2016, ma già non vi erano le circostanze per fare passi avanti concreti. Vent'anni prima, nella seconda metà degli anni Novanta, le parti davano segni di rispetto reciproco e i negoziati effettivamente discutevano di soluzioni concrete per superare il conflitto. Ma da allora, dal punto di vista dei negoziati, le cose sono andate sempre peggio. In anni recenti, un breve momento di speranza seguito alla vittoria elettorale di Nikol Pashinyan in Armenia nel 2018 ha presto lasciato spazio allo sconforto: le parti sempre più hanno insistito su posizioni massimaliste e hanno negato in ogni modo la propria disponibilità a trovare un compromesso. Nel 2019, Pashinyan ha dichiarato pubblicamente che il Nagorno Karabakh è Armenia. Se però da parte armena non emerge nessuna apertura a cedere territori, da parte dell'Azerbaijan i negoziati perdono di significato, come ha ribadito Aliyev nei giorni scorsi.

Complice il Coronavirus, negli ultimi mesi non vi sono stati incontri di rilievo tra le parti, ma con queste premesse sarebbe stato comunque molto difficile ottenere alcunché. Più di venticinque anni di negoziati senza risultato e nessuna speranza di ottenerne nel prevedibile futuro rappresentano certamente gli elementi fondamentali che hanno spinto l'Azerbaijan a iniziare un'ampia azione militare contro le aree controllate da forze armene.

Vi sono comunque altre dinamiche sia locali sia regionali e non strettamente legate al conflitto che hanno contribuito a fare in modo che si arrivasse a un'estesa azione militare proprio a questo punto. Tra queste, vi è sicuramente un progressivo cambiamento dei rapporti di forza determinato dal significativo aumento di risorse per il bilancio di Baku ottenute grazie ai propri giacimenti di gas e petrolio nel Mar Caspio.

In questi anni, se da una parte l'Armenia non vedeva motivo per affrettarsi a rinunciare allo status quo emerso dalla vittoria sul terreno di inizio anni Novanta, per l'Azerbaijan ogni anno d'attesa rendeva il Paese più ricco e militarmente più forte, grazie a un bilancio per la Difesa notevolmente più alto di quanto si potesse permettere Yerevan. Nel complesso da parte di Baku vi è una consapevolezza della propria forza economica e militare rispetto ai vicini. Accompagnata da una retorica bellicosa promossa ai massimi livelli e da una critica forte di quella comunità internazionale che dovrebbe porsi come garante di eventuali accordi, ha contribuito a creare un immaginario pubblico in Azerbaijan in cui la guerra è l'unica e inevitabile soluzione. Ampio consenso per la guerra è emerso in modo evidente in occasione di un'ampia manifestazione spontanea lo scorso luglio e di nuovo in questi giorni di guerra.

©Mike Sand/International Crisis Group, 2016 - Map of the Conflict Zone in a Regional Context

 

Inoltre, in assenza di coinvolgimento attivo di altri attori regionali influenti, negli anni scorsi la Russia ha utilizzato la propria influenza su entrambi i paesi per limitare il rischio di una guerra come quella che vediamo in questi giorni. Neppure la Russia ha mai avuto però la forza (né l'effettivo interesse) a forzare un compromesso sulle parti. L'esplicito sostegno all'intervento militare della Turchia a favore dell'Azerbaijan ha sparigliato le carte, mostrando che la Russia non è l'unico attore regionale di peso nel Caucaso del sud.

Una comunità internazionale assente e un coinvolgimento diretto della Turchia sono quindi tra gli elementi che hanno contribuito a rendere possibile una guerra come quella che stiamo osservando in questi giorni. Un processo negoziale in stallo da anni, un Azerbaijan reso più assertivo dalla crescente forza economica e militare, nonché le posizioni massimaliste e belligeranti ripetutamente espresse dalla leadership di Baku e Yerevan rimangono in ogni caso le cause più prossime di questa escalation ampiamente preannunciata.

Quando l'Azerbaijan attaccò nell'2016 – nella cosiddetta "guerra dei quattro giorni" durante la quale la parte azera ottenne il controllo di alcune alture – lo scopo non era principalmente militare, bensì un tentativo (controproducente) di forzare la mano per attirare attenzione internazionale e convincere la parte armena a negoziare. L'attuale azione militare iniziata lo scorso 27 settembre ha invece il chiaro obiettivo di cambiare i fatti sul terreno: l'intenzione è quella di riconquistare quantomeno una parte significativa delle aree rivendicate dall'Azerbaijan. Se anche si dovesse arrivare a un cessate-il-fuoco nei prossimi giorni, si tratterebbe probabilmente solo di una pausa prima di un nuovo tentativo da parte di Baku di ottenere con le armi ciò che fino ad ora l'Azerbaijan non è riuscito ad ottenere in altro modo.

Mentre le azioni belliche continuano, il presidente dell'Azerbaijan Ilham Aliyev ha reso esplicite le proprie condizioni per fermare l'intervento militare: scadenze certe per il completo ritiro delle forze militari armene e un chiaro impegno a riconoscere la sovranità dell'Azerbaijan sul Nagorno Karabakh e i territori adiacenti. Richieste chiaramente inaccettabili per la parte armena, che mantiene le proprie posizioni e anzi suggerisce che potrebbe decidere di riconoscere formalmente l'indipendenza del Nagorno Karabakh, un passo che formalmente non ha mai fatto in passato per non deragliare i negoziati.

Non vi è quindi purtroppo ancora traccia di una logica militare o politica che indichi la strada verso una fine duratura della guerra in corso.

Che cosa dovrebbe accadere, quantomeno in teoria, perché si arrivi a un accordo di pace in qualche misura accettabile da entrambe le parti? Prima di tutto, entrambe le parti dovrebbero riconoscere pubblicamente che parte sostanzialmente inevitabile di ogni negoziato è un compromesso in cui nessuno ottiene la totalità di quello che vorrebbe. Esprimere ambizioni massimaliste è legittimo, ma dichiarare di volere negoziati e allo stesso tempo negare di essere disponibili a cedere alcunché è un controsenso.

Un elemento centrale dei "Principi di Madrid" alla base del lungo processo negoziale è la differenziazione tra l'ex regione autonoma del Nagorno Karabakh e i territori adiacenti abitati quasi esclusivamente da azeri fino alla guerra di inizio anni Novanta, ma da allora sotto il controllo di forze armene. In sostanza, in linea con questi principi, la gran parte dei territori adiacenti dovrebbe passare sotto il controllo di Baku, mentre il Nagorno Karabakh (o meglio, l'area che definiva la regione autonoma del Nagorno Karabakh in epoca sovietica) otterrebbe uno status ad interim, che dovrebbe essere definitivamente stabilito in seguito a un successivo referendum. Centinaia di migliaia di azeri costretti ad abbandonare le proprie case potrebbero quindi farvi ritorno e iniziare un lungo processo di ricostruzione. Perché questo sia possibile, dovrebbe esservi un accordo solido che prevenga il rischio di nuove violenze nonché tutele che garantiscano effettivamente la sicurezza della popolazione del Nagorno Karabakh.

Di tutto questo, purtroppo, non vi è traccia. Molte tra le mappe utilizzate dai media internazionali anche in questi giorni per rappresentare il conflitto riportano i confini della regione autonoma del Nagorno Karabakh, un referente geografico che però è sparito da tempo sia sul terreno, che dalle mappe utilizzate dalle parti in causa. Con una riforma amministrative interna, le autorità de facto del Nagorno Karabakh hanno eliminato ogni distinzione tra ex-regione autonoma e territori adiacenti, formalizzando un processo di nuovi insediamenti in queste aree in corso da anni: ad oggi, circa 15.000-17.000 armeni vivono nei territori adiacenti. La regione autonoma del Nagorno Karabakh è stata abolita in Azerbaijan nel 1991 e formalmente mai ristabilita nella legislazione di Baku; una riforma amministrativa dell'Azerbaijan ha peraltro ufficialmente cambiato la copertura geografica dei distretti che formavano il Nagorno Karabakh sovietico, che quindi scompare a tutti gli effetti dalla cartografia ufficiale utilizzata in Azerbaijan (su cartografia, conflitto e immaginari territoriali, sono di particolare interesse gli articoli di Toal e O'LoughlinToal e Broers e Broers). Il presidente dell'Azerbaijan Ilham Aliyev ha pubblicamente dichiarato la propria disponibilità ad offrire una qualche forma di autonomia alla popolazione armena del Karabakh sotto la sovranità dell'Azerbaijan, ma nella retorica di Baku la priorità rimane sempre l'integrità territoriale, non le persone che vi abitano. Nel contesto attuale, è difficile immaginare una soluzione militare del conflitto che non risulti in pulizia etnica.

L'attuale situazione è quindi anche risultato di un lungo processo in cui le parti hanno continuato a promuovere posizioni massimaliste nelle parole e nei fatti, rendendo sempre più difficile – politicamente e concretamente – trovare un compromesso. Con la buona volontà delle parti, fino a qualche settimana fa, gli elementi alla base di un percorso negoziale di successo avrebbero potuto essere i seguenti: innanzitutto dichiarazioni di intenti visibili e azioni concrete sul terreno per cercare di trovare soluzioni di compromesso, incluso uno stop alla costruzione di nuovi insediamenti nei territori adiacenti da parte armena; poi la formalizzazione di un processo che permettesse a migliaia di sfollati azeri di ritornare nelle proprie città natali nei territori adiacenti, offrendo quindi alla parte azera risultati tangibili e spendibili politicamente, in cambio di promesse convincenti sulla sicurezza e il pieno autogoverno della popolazione armena del Nagorno Karabakh.

Ma se la retorica militarista dominante e il disinteresse internazionale rendevano questo percorso già estremamente complesso e improbabile, la guerra di questi giorni lo fa apparire del tutto implausibile. È possibile ipotizzare che l'Azerbaijan stia cercando di implementare con la forza e alle proprie condizioni alcuni elementi di questo percorso, conquistando un pezzo alla volta i territori a cui ambisce; in ogni caso, una dinamica di questo tipo avrebbe scarsa possibilità di successo e più probabilmente porterebbe a una guerra "totale" tra le parti o comunque a scenari devastanti.

In meno di dieci giorni questa nuova guerra ha già causato centinaia di vittime tra i militari e decine tra i civili. La Croce Rossa Internazionale denuncia attacchi contro centri abitati e infrastrutture civili; Amnesty International condanna in particolare l'impiego di bombe a grappolo; Human Rights Watch ricorda l'importanza di non attaccare civili. Vi è un forte rischio di catastrofe umanitaria più ampia se i combattimenti dovessero coinvolgere in modo ancor più significativo i grossi centri abitati della regione, alcuni dei quali sono peraltro già sotto frequenti attacchi di artiglieria.

La parte armena denuncia attacchi che hanno provocato la morte di civili, ma, almeno in parte per orgoglio militare, dice di avere la situazione sotto controllo. Pubblicamente nega di aver bisogno di aiuto militare esterno, ma lo fa anche perché finché le azioni belliche rimangono quasi esclusivamente sul territorio internazionalmente riconosciuto dell'Azerbaijan, difficilmente potrebbe ottenerlo. La scarsità di informazioni affidabili dal campo rende difficile capire l'effettiva dinamica dello scontro militare, ma appare chiaro come nel medio periodo il rischio per la comunità armena del Nagorno Karabakh sia esistenziale.

La reazione a questa grave minaccia potrebbe quindi essere scomposta e coinvolgere, come in parte stiamo già vedendo in questi giorni, attacchi a centri abitati a decine di chilometri dalla linea di contatto. Uno scenario che può portare a una spirale di violenza dall'impatto umanitario disastroso, in una situazione difficile in cui le forze regionali più vicine  – Russia e Turchia  – potrebbero decidere di rimanere a guardare oppure di intervenire solo indirettamente. Anche nel caso in cui si riesca ad arrivare ad un cessate-il-fuoco strategico di breve periodo, senza un più ampio e diretto coinvolgimento internazionale è difficile immaginare scenari che non includano rinnovate ostilità estese con le tragedie umanitarie che inevitabilmente ne seguirebbero.

Ciononostante, l'attenzione internazionale verso questa guerra rimane ancora estremamente limitata, e pressoché inesistente da parte di Paesi europei e Stati Uniti. Apparentemente, nessun leader europeo vuole investire capitale politico in questo conflitto, almeno in parte perché è difficile immaginare un cessate-il-fuoco immediato come ad esempio fu il cosiddetto accordo Medvedev-Sarkozy che sancì la fine delle ostilità tra Russia e Georgia nell'agosto del 2008 a conclusione della guerra in Ossezia del Sud.

In un contesto internazionale complesso, le priorità sono tante. Ma il silenzio della diplomazia europea ed internazionale riguardo a quanto sta avvenendo in Nagorno Karabakh è un'abdicazione di responsabilità tragica e inaccettabile. Nessuna missione diplomatica d'emergenza, nessun summit, nessuna effettiva pressione sulle parti, nessuna reale offerta di sostegno al processo di pace. Questo silenzio pressoché totale da parte della diplomazia non può che rafforzare l'idea già forte a Baku che sia inutile sperare di ottenere alcunché attraverso negoziati e mediazione internazionale; è un silenzio quindi che contribuisce attivamente alle dinamiche distruttive in atto in questo conflitto.

Se l'attuale co-presidenza (Francia, Russia e Stati Uniti) del Gruppo di Minsk dell'OSCE che dovrebbe guidare il processo negoziale non riesce ad intervenire se non attraverso generici messaggi, altri membri permanenti del Gruppo di Minsk dovrebbero giocare un ruolo più attivo: tra questi vi sono Germania, Italia, Svezia e Finlandia, oltre alla Turchia, il cui coinvolgimento nei negoziati in qualche forma a questo punto pare ineludibile. Il fatto che la Germania abbia attualmente anche la presidenza di turno dell'UE dovrebbe spingere Berlino ad avere un ruolo più attivo, proprio come la presidenza di turno della Francia nell'agosto del 2008 contribuì a giustificare il protagonismo di Sarkozy durante la guerra in Ossezia del Sud. Come allora, e considerati i tempi decisionali più lenti di Bruxelles, l'Unione europea potrebbe avere un ruolo più rilevante in una fase successiva al cessate-il-fuoco, offrendo sostegno ad attività umanitarie, di monitoraggio e ricostruzione nel quadro di accordi più ampi. Per interrompere le azioni militari a questo punto non possono bastare generici messaggi come quelli resi pubblici, tra gli altri, proprio dalla co-presidenza del gruppo di Minsk e dal ministero degli Esteri tedesco: per dare un segnale forte c'è bisogno che figure di rilievo di paesi importanti prendano l'aereo per parlare direttamente con la leadership di entrambe le parti, coinvolgendo anche Russia e Turchia, dimostrando concreta disponibilità a sostenere attivamente il processo negoziale e su questa base chiedere davvero un cessate-il-fuoco.

Per ora, di tutto questo non vi è traccia. Negli ultimi anni, Russia, Turchia e Unione europea si sono ritrovati in numerose occasioni in contrasto tra loro in varie situazioni. Considerato però che un'escalation regionale o una guerra prolungata sono entrambi scenari indesiderabili per tutti gli attori coinvolti (si tratta purtroppo degli scenari attualmente più probabili), non è del tutto implausibile immaginare un minimo di cooperazione in questo frangente. Per quanto appaia difficile, ampliare il fronte della diplomazia può essere la via di uscita più efficace per sbloccare l'attuale situazione in cui a uno stallo diplomatico corrisponde una spirale di violenza sul terreno. Senza il coinvolgimento di Paesi terzi, è difficile immaginare un percorso negoziale funzionale sostenuto esclusivamente da Russia e Turchia. La scelta da parte della diplomazia occidentale e dei Paesi europei di continuare a ignorare la guerra che sta avendo luogo in questi giorni in Caucaso del Sud li rende corresponsabili di una tragedia umanitaria che, forse, è ancora evitabile.

 

 

[Questo articolo è stato pubblicato originariamente su «Osservatorio Balcani e Caucaso»]

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