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Tutte le colpe del divano di casa
rubrica
  • Identità italiana

Ricordate il personaggio di Andy Capp, il disoccupato perennemente sdraiato sul divano di casa creato da Reg Smythe negli anni Cinquanta, reso popolare in Italia dalle strisce pubblicate sulla “Settimana Enigmistica”? La sua indole pigra faceva simpatia a tutti perché a farne le spese era soprattutto la moglie Flo e non il contribuente.

Non sappiamo se Luigi Di Maio e il suo partito, nel definire “antidivano” le norme che stabilivano la condizionalità per ricevere il Rdc, si sia ispirato a questo personaggio o al disoccupato “idle”, e come tale “undeserving”, della tradizione più conservatrice anglosassone. Fatto sta che l’espressione “sdraiati sul divano”, riferita ai percettori del Reddito di cittadinanza, è entrata da allora rapidamente nel lessico politico italiano.

Eppure all’epoca della approvazione del Rdc, quindi ancora prima dell’emergenza economica legata alla pandemia del Covid-19, il 12% delle famiglie operaie era in povertà assoluta e l’11% dei minori in povertà assoluta viveva in una famiglia in cui c’era una persona che lavorava. Inoltre il lavoro povero riguardava anche una fetta consistente del lavoro autonomo delle «partite Iva», tutt’altro che sfavillante (pur tenendo conto della incidenza della evasione fiscale). Alcuni dirigenti di spicco, allora ancora del Pd, anziché rilevare la eccessiva condizionalità della legge nei confronti di lavoratori poveri, studenti che si mantengono agli studi con lavori saltuari e sottopagati, disoccupati deprofessionalizzati dalla lunga attesa, per i quali era prevista addirittura l’introduzione di nuovi profili di reato, pensarono bene di fare della lotta agli sdraiati, identificati prevalentemente come meridionali, la bandiera dietro la quale marciare.

Così Matteo Renzi, alla trasmissione “Di martedì” dell’8 maggio 2018, esprimeva la seguente preoccupazione: “Sono curioso di capire come Salvini giustificherà all’operoso Veneto che farà un accordo con il M5s per andare a pagare il Reddito di cittadinanza a quelli che stanno fermi sul divano”. E, di ricalzo, Maria Elena Boschi scriveva in un tweet: “Dice Di Maio che con il reddito di cittadinanza da oggi cambia lo Stato sociale. La colonna sonora infatti diventa una vita in vacanza”.

Le critiche che si potevano muovere al reddito di cittadinanza, limitandosi alla sola questione degli sdraiati, potevano essere tante: l’assenza di meccanismi premiali per integrare il sussidio con attività lavorative, con il rischio di attivare meccanismi di disincentivo al lavoro del tipo “trappola alla povertà; il mancato collegamento con gli istituti di ricerca del lavoro privati e il terzo settore; una fiducia eccessiva nella capacità dei Cpi di andare oltre un ruolo di semplice certificazione burocratica;  il trade-off tra intervento del Rdc e politiche di rilancio degli investimenti al Sud  e di promozione della crescita economica e occupazionale; infine l’indeterminatezza della figura dei navigator. O anche si poteva dire: questa legge non ci piace, ma faremo tutto il possibile per farla funzionare al meglio, nell’interesse dei destinatari. E invece a non piacere erano proprio questi ultimi, trattati in massa come scrocconi del Welfare, compresi i poveri abitanti di Pomigliano d’Arco, luogo simbolo delle lotte nel Mezzogiorno per il lavoro, non certo per diventare clienti del Welfare, che anche questa tra l’altro non è una colpa ma un diritto di cittadinanza.

Neanche una crisi economica e sociale come quella determinata dal Covid-19 ha attenuato gli stereotipi verso i percettori del Rdc. Il 16 aprile 2020 Stefano Bonaccini intervenendo al Quaratatalks della Bologna Business School, ha suggerito infatti che chi prende il Rdc vada a “raccogliere la frutta e verdura nei campi, così restituisce un po' di quello che prende”, richiamandosi, non so quanto consapevolmente, al “Work For Your Benefit” del governo conservatore inglese, contro il quale beneficiari e organizzazioni in loro difesa hanno fatto ricorso presso l’Alta corte di giustizia europea che ne ha in parte riconosciuto la natura di “lavoro forzato”.  In aggiunta a ciò il presidente della Regione Emilia-Romagna, poiché si era dimenticato di menzionare il divano, è tornato di recente sull’argomento individuando come obiettivo politico prioritario quello di “far alzare le persone dal divano, farli uscire di casa, andare a lavorare”. Beninteso, siamo ben lontani dal sostenere che il lavoro non conferisca, oltre al reddito, anche identità e relazioni sociali e che, quindi, in determinate condizioni, sia preferibile al sussidio. Lo ricorda, tra l’altro, una estesa letteratura sulla disoccupazione negli anni Trenta quando il tempo libero dal lavoro (e da trascorrere sul divano), apparve ai più un “tragico dono”, come scrivono Jahoda, Lazarsfeld e Zeisel nel loro I disoccupati di Marienthal. Ma la rappresentazione dei poveri come animali mitologici, metà uomini o donne e metà divano, è tanto distante dalla realtà quanto una parte della sinistra italiana dai poveri.

Le affermazioni riportate sono tutt’altro che casi isolati o frasi male interpretate. Esse sono indicative di due tendenze con le quali occorrerà fare i conti. La prima è la persistenza in ampi settori della sinistra italiana del rifiuto di un impianto universalistico dello Stato sociale, in nome della difesa del perimetro del lavoro da una possibile contaminazione con le situazioni, supposte degradanti, di povertà, perimetro del quale non si colgono tutte le smarginature in corso con la conseguente diffusione di forme di povertà legate al lavoro e alla bassa intensità lavorativa familiare. La seconda tendenza, strettamente legata alla prima, è la depoliticizzazione del discorso sulla povertà del quale i dirigenti citati si rendono protagonisti, riducendola a una questione puramente individuale o al più familiare (“la mamma e il papà che guardano la tv al pomeriggio con i figli sul divano”) che porta a considerare meno rilevante ciò che la determina: il peggioramento quantitativo e qualitativo della occupazione, la revisione restrittiva del Welfare, le crescenti disuguaglianze, la discriminazione e l’esclusione sociale, la riduzione degli investimenti pubblici, il declino della partecipazione politica, l’assenza di una tassazione progressiva e la diffusione della evasione fiscale. Insomma quelli che dovrebbero essere i temi centrali di un partito che ancora si riconosca erede di una tradizione di sinistra.

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