Rivista il mulino

Content Section

Central Section

  • Condividi Condividi
  • Stampa Stampa
Send to Kindle
A cinquant'anni dalla morte di un filosofo partigiano
Pietro Chiodi
rubrica

«Si è dedicato alla filosofia per la stessa ragione per la quale, durante la lotta di Resistenza, fu partigiano combattente: per difendere la libertà e la dignità dell’uomo. Con un’indagine spregiudicata e rigorosa la filosofia deve mettere in luce i mezzi di cui l’uomo dispone per difendere e realizzare l’autentica umanità dell’uomo e per denunciare e smascherare ogni tentativo di evasione da una ricerca diretta in questo senso». Così Nicola Abbagnano ricordava l’allievo Pietro Chiodi, scomparso il 22 settembre 1970, a soli 55 anni, a causa dell’artrite reumatoide che proprio le privazioni della lotta partigiana avevano portato ad acuirsi.

Un giudizio, quello di Abbagnano (con il quale Chiodi si era laureato nel 1938 alla Facoltà di Magistero di Torino), che traccia lo spazio nel quale pratica filosofica e prassi resistenziale si intrecciano e rispecchiano al tempo stesso. Insegnante di filosofia nei licei di Alba, Chieri e Torino, grazie all'amicizia col collega Leonardo Cocito Chiodi entrò, il 2 luglio 1944, a far parte di una formazione partigiana di Giustizia e Libertà, col nome di battaglia di “Piero”. Quello stesso anno fu catturato dalle SS italiane, assieme ai suoi compagni, e deportato in un campo di prigionia a Bolzano, quindi a Innsbruck. Aiutato dal comandante del lager e da un medico, ottenne il visto di rimpatrio. Rientrato in Italia, riprese la sua attività di partigiano con il nome di battaglia di "Valerio" e fu a capo di una formazione operante sulle colline del Roero – questa volta una banda delle Brigate Garibaldi – che intitolò a Cocito, impiccato dai nazifascisti insieme ad altri partigiani.

Ci sono esperienze nelle quali, per usare le parole che Carlo Dionisotti scrisse nell’inverno del '44, l’uomo «può attendersi», ovvero esprimere la propria coscienza come compito, e non più come semplice dato. Sono quelle esperienze ad animare le terse e secche pagine di Banditi, diario che Chiodi scrive della propria esperienza partigiana. Pubblicato nel 1946 a firma “Valerio”, il diario è pervaso da una sobria e minimale, quanto potente, introspezione filosofica ed esistenziale: «Perché mi sono impegnato in questa lotta? Perché sono qui quando tanti più sani e forti di me vivono tranquilli sfruttando la situazione in ogni modo? Ripenso alla mia vita di studio, al mio lavoro su Heidegger interrotto. Perché ho abbandonato tutto questo? Mi ricordo con precisione: una strada piena di sangue e un carro con quattro cadaveri vicino al Mussotto. Il cantoniere che dice:  “È meglio morire che sopportare questo”. Sì, è allora che ho deciso di gettarmi allo sbaraglio. Avevo sempre odiato il fascismo ma da quel momento avevo sentito che non avrei più potuto vivere in un mondo che accettava qualcosa di simile, fra gente che non insorgeva pazza di furore, contro queste belve. Una strana pace mi invade l’animo a questo pensiero. Ripeto dentro di me: “Non potevo vivere accettando qualcosa di simile. Non sarei più stato degno di vivere”». La scelta di resistere è una scelta mossa da un movimento di pensiero, un pensiero che pensa il reale della situazione, non lo fugge, e, facendone rapporto, vi coglie l’apertura a una possibilità.

Scelta, quella di Chiodi, che si sviluppa sul piano filosofico come un esistenzialismo volto alla continua ricerca delle possibilità reali insite nei condizionamenti dati, a partire dal pieno riconoscimento della finitudine umana e dall’accettazione dell’impossibilità di evadervi. La ritroviamo in tutta la sua luminosità nella figura del prof. Monti, trasposizione letteraria di Chiodi presente ne Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio, che era stato suo allievo presso il Liceo Govone di Alba negli anni 1939-40: «Appena a casa, mi leggo un’oretta il mio Kierkegaard e poi dormo fino al lontanissimo, miracoloso domani –, Johnny si ricordò e disse: – È ancora con Kierkegaard? – Figlio mio, Kierkegaard può benissimo esaurire una vita –. E Y: – Io sono un orecchiante, ma… è igienico darsi a Kierkegaard di questi tempi? Monti sospirò, nella ineluttabilità della prestazione professionale: – Vedi, l’angoscia è la categoria del possibile. Quindi è infuturamento, si compone di miriadi di possibilità, di aperture sul futuro. Da una parte l’angoscia, è vero, ti ributta sul tuo essere, e te ne viene amarezza, ma d’altra parte essa è il necessario “sprung”, cioè salto verso il futuro».

Chiodi all’istanza del possibile sarebbe rimasto fedele per tutta la vita. Una fedeltà costruitasi nello spazio di un confronto serrato, critico e di grande onestà intellettuale, in primis, con Martin Heidegger, dal cui lavoro, al netto della valutazione «delle implicazioni di ordine politico e sociale della filosofia heideggeriana», Chiodi trasse grande ispirazione. Confronto che si espresse anche nella traduzione di Essere e tempo e Sentieri interrotti, sforzo propriamente filosofico teso a costruire un linguaggio nuovo, nel quale pensare all'interno della e con la lingua italiana la filosofia heideggeriana, contribuendo così sia all'evoluzione delle capacità filosofiche dell'italiano sia alla continua fluidificazione, attraverso nuove costellazioni linguistiche, della concettualizzazione del filosofo di Friburgo. Fondamentale fu poi il recupero della razionalità kantiana. Un recupero eminentemente pratico, in quanto l’uomo kantiano si manifestava a Chiodi come caratterizzato da una predisposizione alla razionalità come possibilità. Una possibilità da saggiare e farsi nella sfera dell’eticità e dell’intersoggettività. Ma ugualmente Chiodi si confrontò con il marxismo (in dialogo con Sartre e Paci) e, in particolare, con il problema dell’alienazione, riflettendo costantemente sul suo carattere strutturale. «Non è possibile salvare un singolo uomo o una classe di uomini, abbandonando il resto dell’umanità. La campana suona per tutti e per tutto l’uomo. Non si può restare uomini e assistere indifferenti alla disumanizzazione di un altro uomo o di una parte di noi stessi», scriverà, con l’avvertenza a fuggire ogni enfatico richiamo alla necessità ineluttabile dei processi di disalienazione. È questa sensibilità nei confronti dell’oggetto storico a caratterizzare tutto il suo programma di ricerca: una teoria della libertà in grado di reggere sia la finitudine dell’umano sia i condizionamenti della realtà.

Quando ottenne, nel 1964, la sua prima cattedra, quella di Filosofia della storia da poco istituita presso l’Università di Torino (aveva ottenuto solo nel 1962 un primo incarico di insegnamento accademico, all’Università di Lecce), nella densa prolusione al suo primo corso, tenuta il 17 marzo 1965, Chiodi infatti dirà: «Indagare un fatto storico significa indagare una possibilità che è stata, cioè il risultato di scelte nel quadro di progetti. La storia non va né “di bene in meglio” né “di male in peggio” né “sempre allo stesso modo”, e ciò perché la storia non va in alcun modo: non va in alcun modo perché è via via fatta andare dai progetti umani come risultato della loro collaborazione o del loro scontro. Ecco perché la storia non conosce continuità o svolgimenti necessari, ma rotture, salti, riprese». Parole che ci mostrano come, per Pietro Chiodi, la scelta di resistere e la scelta per una filosofia critica fossero mosse dalla stessa pulsione di verità, in forza della quale «ogni generazione deve riguadagnarsi la propria umanità» e il compito del filosofare debba consistere nel fungere da «sentinella non della realtà dell’essere, bensì dell’umanità dell’uomo».

:: per ricevere tutti gli aggiornamenti settimanali della rivista il Mulino è sufficiente iscriversi alla newsletter :: QUI