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Gli accademici italiani e la didattica a distanza durante l’emergenza Covid-19
Universi-DaD
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Il 9 marzo un decreto del presidente del Consiglio dei ministri ha sospeso le lezioni in tutte le università italiane, dando loro però la possibilità di svolgere “attività formative a distanza”. Meno di una settimana dopo, quasi i tre quarti dei professori era già transitata nelle aule virtuali, dando avvio alla cosiddetta “didattica a distanza” (DaD), cioè a lezioni effettuate mediante apposite piattaforme tecnologiche. Nella stragrande maggioranza dei casi, per la prima volta nella loro carriera professionale. Per un’istituzione come quella universitaria, ancora oggi descritta come una “torre d’avorio”, cioè distante dalla realtà e poco responsabile nei confronti del mondo esterno, si è trattata di una straordinaria prova di reattività ed efficienza. Ma come hanno vissuto la DaD i professori e i ricercatori impegnati in prima linea? E, soprattutto, è possibile trarre da questa esperienza alcuni insegnamenti per migliorare la didattica di quella che sarà la “nuova normalità della vita universitaria”?

Per rispondere a queste domande, nel giugno scorso è stata condotta una ricerca nazionale sulla didattica svolta durante l’emergenza Covid-19. L’indagine si è basata su un ampio campione di 3.398 professori e ricercatori delle università statali italiane ed è stata promossa dal Centro “Luigi Bobbio” dell’Università di Torino, in collaborazione con Unires, il centro interuniversitario di ricerca sui sistemi di istruzione superiore, a cui aderiscono le Università di Milano, Pavia, Bologna, Firenze, Torino, la Scuola Normale Superiore, la Liuc e la Fondazione Crui. I dati raccolti con la survey – realizzata da un gruppo di ricercatori delle Università di Torino e di Pavia insieme alla Società QuestLab di Venezia – forniscono delle risposte piuttosto chiare alle domande che ci siamo posti.

Iniziamo con il dire che, davvero, sembra essere “andato tutto bene”: i ritardi nell’avvio delle lezioni sono stati contenuti; la stragrande maggioranza dei docenti è riuscita a svolgere tutto il programma di insegnamento; le lezioni sono state prevalentemente tenute in diretta streaming; il numero di studenti frequentanti non è diminuito; gli esami si sono svolti regolarmente. Questi risultati sono tanto più sorprendenti se si pensa che solamente il 9% dei docenti intervistati aveva fatto in precedenza un’esperienza di didattica a distanza. Professori e ricercatori hanno perlopiù fatto lezione da casa, con una infrastruttura tecnologica sufficiente a garantire un adeguato svolgimento della didattica, ricevendo anche un forte supporto dalle loro Università e dai loro colleghi per la transizione alla didattica a distanza, soprattutto sotto il profilo tecnico. I docenti e i ricercatori italiani danno un giudizio positivo sia del modo in cui i loro atenei e dipartimenti hanno affrontato l’emergenza – con poche variazioni tra le università del Nord, del Centro e del Sud e tra i grandi atenei e quelli più piccoli. L’80% degli intervistati promuove i propri atenei e dipartimenti per come sono riusciti ad assicurare la continuità della didattica. Il 75% di essi, inoltre, si dichiara soddisfatto della propria esperienza. La maggioranza ritiene di aver aumentato le proprie competenze professionali e, fra gli aspetti valutati positivamente, c’è anche una accresciuta consapevolezza della necessità di una formazione sui metodi e sulle tecniche di insegnamento, sia in presenza sia a distanza.

Le risposte, tuttavia, non mancano di mettere in luce anche le difficoltà incontrate e gli aspetti negativi e stressanti dell’emergenza: la maggior parte di chi ha svolto ruoli gestionali è stata molto impegnata in riunioni organizzative, nel coordinamento dei docenti e nella comunicazione con gli studenti, e la maggior parte dei docenti ha visto aumentare il tempo necessario per preparare e condurre le lezioni e gli esami. Gli intervistati hanno soprattutto incontrato problemi didattici connessi al poco tempo disponibile per adattare i loro insegnamenti alla didattica online, alla scarsa familiarità con le nuove piattaforme tecnologiche, alle difficoltà di interazione con gli studenti, al minore accesso alle risorse didattiche e alla difficoltà di svolgere esercitazioni pratiche. Una consistente minoranza di docenti ha segnalato problemi logistici legati alla mancanza di spazi adeguati a casa, alla difficoltà di conciliare la didattica con la compresenza e la cura dei familiari, alla necessità di prestare assistenza tecnica agli studenti. Diversi hanno indicato problemi di privacy connessi al timore che i materiali creati per la didattica possano essere utilizzati e diffusi in maniera impropria, che la protezione dei dati sia a rischio e che le autorità accademiche possano esercitare un maggiore controllo e ridurre l’autonomia d’insegnamento dei docenti. Una piccola minoranza, infine, ha avuto problemi tecnici legati alla qualità della connessione internet o della strumentazione informatica.

L’indagine ha offerto un’occasione preziosa anche per confrontare le modalità didattiche praticate prima dell’emergenza e quelle messe in atto nel semestre Covid-19. Risulta, così, che: nelle aule universitarie era praticata una didattica meno statica e centrata sulla “lezione cattedratica” e più dialogica, interattiva e innovativa di quanto solitamente si ritenga; l’emergenza, però, ha comportato un drastico ridimensionamento delle esperienze più innovative e la didattica si è semplificata, tornando al modello tradizionale, quello trasmissivo, per quanto arricchito dalla discussione con gli studenti. Coloro che vorrebbero passare in forma permanente alla didattica a distanza rappresentano una esigua minoranza degli intervistati, pari al 2%. La quasi totalità dei docenti ritiene che la didattica a distanza non possa e non debba sostituire quella in presenza. Le opinioni dei docenti sul futuro, tuttavia, sono fortemente polarizzate: il 54% vorrebbe che almeno una parte della didattica venisse svolta in “forma mista”, integrando le lezioni in presenza con attività online; costoro, infatti, ritengono che ciò migliorerebbe l’apprendimento mettendo a disposizione degli studenti più materiali didattici e arricchendo l’interazione con i docenti; il 44% vorrebbe, invece, tornare appena possibile alla situazione precedente all’emergenza, senza mantenere niente dell’esperienza fatta con la didattica a distanza. Al di là di questa polarizzazione, emerge un orientamento che non è di chiusura verso le nuove tecnologie e modalità didattiche. Al contrario, seppure senza ingenuità e automatismi, molti docenti ritengono che queste ultime possano aiutare a migliorare l’istruzione e la formazione universitaria.

Le crisi fanno emergere le fragilità dei sistemi sociali, ma anche elementi – talvolta insospettati – di resilienza, flessibilità e capacità reattiva. Ciò è avvenuto anche nel caso degli atenei italiani durante il “semestre Covid-19”. L’emergenza ha evidenziato fragilità e lati problematici delle nostre università: forte stress e sovraccarico di lavoro riversato su strutture tecnico-amministrative e su un corpo docente in forte carenza di organico e già gravato da innumerevoli incombenze burocratiche; deficit di formazione dei docenti, sia sulla didattica in generale sia sulle nuove piattaforme tecnologiche; drastico “impoverimento” delle modalità di insegnamento, al di là delle migliori intenzioni dei docenti e dei notevoli sforzi fatti dagli atenei. La crisi, tuttavia, ha messo in evidenza anche una “insospettabile” capacità reattiva: nel giro di poco tempo, tutti gli atenei sono riusciti ad assicurare la continuità online delle attività didattiche; gli studenti frequentanti non sono diminuiti. La crisi pandemica ha soprattutto riportato alla luce l’importanza cruciale della didattica, una delle missioni date per scontate e spesso trascurate dell’università. Per la prima volta in molti anni, i docenti si sono posti esplicitamente interrogativi sulle modalità d’insegnamento e sulle opportunità offerte dalle nuove tecnologie digitali.

Dalle esperienze fatte nel semestre Covid-19 e documentate dall’indagine, si possono trarre alcune semplici lezioni che possono ispirare una politica “evidence-based” per l’innovazione didattica all’università: la didattica in presenza è insostituibile; le nuove piattaforme tecnologiche non sono di per sé capaci di rinnovare la didattica; un loro uso efficace richiede un’adeguata preparazione dei docenti e una riflessione matura sulle architetture educative e sulle strategie didattiche; le università italiane hanno bisogno di un piano nazionale per il digitale, con un adeguato programma di investimenti per le dotazioni infrastrutturali e una specifica attenzione dedicata alla formazione dei docenti; le nuove tecnologie possono aiutare a far maturare le “buone pratiche” di innovazione didattica già presenti nelle aule universitarie; molte di queste tecnologie anziché sostituire la didattica in presenza, possono arricchirla agevolando forme più interattive e collaborative di didattica.

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