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“Non ce n’è Coviddi”
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In una scena del primo film di Massimo Troisi – Ricomincio da tre – il comico napoletano cerca di spostare un vaso con la forza del pensiero, convinto che, in caso di successo, potrà mostrare in Tv i suoi poteri paranormali e in questo modo arricchirsi. Troisi se la prenderà con la ritrosia del vaso, che non ne vuole sapere d’avvicinarsi, lasciandolo nella precarietà economica e sociale del suo anonimato.

Mi sono ricordato di questo episodio leggendo la notizia della signora di Mondello, Angela Chianello, diventata famosa per la frase “Non ce n’è Coviddi” pronunciata mentre la intervistavano in spiaggia, che ha portato il suo profilo Instagram a raccogliere in poche ore 130.000 followers. A lei – come a tanti altri di questi tempi – è riuscita l’impresa di spostare il vaso. Cioè di diventare famosa e, forse, rimpinguare il proprio conto in banca grazie a una battuta casuale. Altro che il quarto d’ora di celebrità di Andy Warhol!

Ormai sui social c’è il mondo intero ed è ovvio trovarvi di tutto. Anche imbecilli – per restare alle cronache di questi giorni – che esaltano assassini e delinquenti di ogni risma. Ma avere tante visualizzazioni non vuol dire certo avere tanti seguaci che sono d’accordo con te. Se si volesse costruire una tipologia, per quanto rozzissima, proprio a partire da questo punto, si potrebbe come prima cosa individuare i sodali, coloro che davvero concordano con le tesi sostenute dall’influencer di turno. Nel caso della signora di Mondello i cosiddetti “negazionisti”.

Sul versante opposto troveremmo gli antipatizzanti, quanti vanno a vedere cosa pensano, scrivono, dicono “gli altri” per radicalizzarsi nel loro pensiero opposto. Conosco tantissimi juventini che vanno sui siti degli interisti per confermare il loro disprezzo (e viceversa).

Infine, la nostra tipologia dovrebbe comprendere i curiosi. Quanti vanno a dare un’occhiata, spesso soltanto per divertimento, attirati da pensieri estremi, da provocazioni, forse anche un po’ dall’anticonformismo che le posizioni minoritarie quasi sempre hanno. Questo terzo “tipo” comprende, soprattutto, persone che apprezzano la possibilità di avere sempre a completa disposizione, gratuitamente, un vero e proprio circo, pieno di “nani e ballerine”, che permette di farsi due risate durante una pausa o per sfuggire alle chiacchiere noiose del proprio partner o dei genitori.

Anche fermandosi a questi tre diversi “tipi” – altri potrebbero essere facilmente individuati – è facile avere conferma di come siano diverse le forme di ricezione e appropriazione di qualunque messaggio. Più interessante sarebbe, con un po’ di ricerca ben fatta, comprendere l’entità di ciascuna di queste tre sotto-comunità di navigatori. Un’analisi che non viene quasi mai compiuta, preferendo ad essa la semplificazione di un fenomeno così ampio per offrire un’unica lettura: a tanti followers farebbe comunque seguito “tanto onore”.

Certo, si potrà dire che quali che siano le ragioni per cui si seguono determinati account, comunque si dà spazio a opportunisti per allargare il loro bacino d’utenti, con ricadute di visibilità che non di rado si traducono in un vantaggio economico.

Ciò che qui vorrei sottolineare, tuttavia, non è tanto il conto in banca dell’influencer, ma la sua capacità d’incidere sull’opinione pubblica. Per questo credo sarebbe opportuno distinguere le motivazioni in base alle quali tutti noi cadiamo nella tentazione di cliccare su pseudo-notizie che già si palesano come vere e proprie stupidaggini. Invece, quasi sempre si prende per oro colato sia quanto viene scritto da questi soggetti, favorendo in tal modo una corsa alla loro notorietà, sia la consistenza dei loro seguaci, visti come una comunità monolitica piuttosto che come un variegato e spesso annoiato manipolo di persone arrivate lì da tante strade e per tanti motivi diversissimi tra loro.

L’inadeguata contestualizzazione delle posizioni più bizzarre e provocatorie favorisce una lettura superficiale ed enfatica da parte dei media mainstream, che determina la classica “profezia che si autoadempie”, dotando i protagonisti di questa scalata alla fama di un capitale di rilevanza che, in origine, non hanno.

L’eccessiva serietà con cui sono trattati questi casi appare dunque come un vero e proprio paradosso. Ne consegue che tanti – avendo compreso bene come funziona il gioco – buttano lì contenuti eccentrici, ben sapendo che la vorticosa velocità della viralità è attivata soprattutto da coloro che s’indignano.

Un tranello in cui si continua a cadere per un difetto di messa a fuoco. Per essere più chiari: si enfatizzano questi fenomeni perché il mondo dell’informazione li considera il prodotto di un’innovazione dei processi comunicativi che conosce poco, ai quali, di conseguenza, guarda con un misto di ammirazione e diffidenza. Si pensi, ad esempio, ai media che ormai esistono da decenni e che continuiamo a definire “nuovi”, tanto da rendere notiziabile tutto quanto vi accade. D’altra parte ci si sente assediati dal cosiddetto citizen journalism, per l’errata convinzione che ci sia in giro una diffusa volontà di diventare giornalisti. Mentre il punto è un altro: tutti vogliamo dire la nostra, anche se siamo – o dovremmo essere – consapevoli di non essere quasi mai in grado di sviluppare riflessioni ponderate, opinioni articolate, resoconti attendibili. Ma la facilità di accesso a mezzi che diffondono con una velocità e una forza esponenziale i nostri contenuti rende troppo forte la tentazione di dire comunque la nostra. Non solo quando ci troviamo sulla spiaggia di Mondello.

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