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Alcune considerazioni sul recente incontro fra Sergio Mattarella e Borut Pahor
Il prossimo anno ad Arbe
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  • Memoria /memorie

Mano nella mano. I titoli dei giornali, le immagini e le riprese video hanno insistito su questo particolare. Sembrava quasi che l'elemento più dirompente, in quell'incontro, fosse quell'affettuosità mostrata con sfacciataggine, per di più in epoca di Coronavirus, fra due maschi adulti e potenti. E forse lo era davvero. Sicuramente è stato un gesto unico, almeno simbolicamente, di cui per molto si serberà il ricordo.

Ma quale è stato invece il significato storico e politico di questo incontro tra Sergio Mattarella e Borut Pahor, rispettivamente presidente dello Stato italiano e di quello sloveno? La maggior parte dei giornali italiani ha voluto sottolineare soprattutto la location in cui è avvenuta la storica “presa per mano”, ossia la foiba di Basovizza. Il messaggio che si è voluto dare, da parte dei mass media mainstream, è chiaro: la Slovenia finalmente riconosce le “sue” responsabilità storiche e le “nostre” vittime. Alcuni osservatori hanno invece notato come la visita di Stato dei due presidenti non si sia fermata al monumento nazionale di Basovizza, ma abbia incluso una serie di incontri e tappe simbolicamente rilevanti.

Innanzitutto lo stesso gesto di rispetto nei confronti dei caduti (un minuto di silenzio mano nella mano) si è ripetuto, sempre a Basovizza, presso il monumento che ricorda quattro attivisti jugoslavi fucilati nel 1930 dopo un processo sommario del Tribunale Speciale per la difesa dello Stato. Più tardi si è svolta a Trieste la cerimonia per la riconsegna ufficiale alla comunità slovena del palazzo del Narodni Dom, incendiato dai fascisti nel luglio del 1920. Infine si è tenuto un incontro ufficiale con varie personalità triestine tra cui Boris Pahor (nessuna parentela col presidente), figura di spicco della comunità slovena, antifascista, partigiano, scrittore; con i suoi 106 anni vera e propria memoria storica dell'area di confine. L'intera visita è stata presentata come un'occasione di superamento dei contrasti storici fra i due Paesi. Ma è davvero così?

Il riconoscimento delle reciproche sofferenze patite cento (o poco meno) anni fa, seppure molto tardivo rispetto a eventi simili in altre parti d'Europa, è senza dubbio un dato importante. Tuttavia i due presidenti sembrano aver avuto in mente soprattutto il proprio rispettivo orizzonte nazionale.

Il caso di Basovizza è senza dubbio emblematico. Il luogo, riconosciuto monumento nazionale a partire dal 1992, è da anni al centro delle polemiche sia perché non si tratta tecnicamente di una foiba (bensì di un pozzo minerario), sia per la sostanziale assenza di fonti certe sulla presenza di vittime all'interno della cavità. Esso rappresenta tuttavia il principale luogo della memoria di una tragedia storica che è diventata in vent'anni uno dei pilastri dell'identità nazionale. Un'identità che, ancora una volta, si costruisce su ampie rimozioni storiche, assume connotati vittimisti e finisce per essere manipolata dai partiti di destra con intenti nazionalisti e sovranisti. La visita congiunta a Basovizza assume dunque una funzione simbolica per l'opinione pubblica italiana, “rassicurata” sull'importanza storica di quell'evento e dunque sulla propria identità di eterna vittima di tutte le guerre.

Al tempo stesso è facilmente accettabile, per il presidente sloveno, di fronte alla propria opinione pubblica, esprimere rammarico per le epurazioni di fine guerra compiute, dopotutto, da uno Stato, la Jugoslavia, contro la quale la Slovenia ha combattuto nel 1991 per ottenere l'indipendenza. E l'accento posto sul fenomeno “foibe” finisce per far passare in secondo piano quella che è stata la vera grande tragedia, in termini storici e numerici, della fine della guerra sul nostro confine orientale: l'esodo della comunità italiana dai territori passati alla Jugoslavia. Molto più complesso risulterebbe infatti un riconoscimento da parte della Slovenia della sostanziale scomparsa della componente nazionale italiana, a cui le autorità locali dell'epoca (e quindi anche slovene) hanno certamente contribuito in maniera rilevante.

In maniera analoga e speculare il riconoscimento ufficiale da parte dell'Italia dei fucilati jugoslavi a Basovizza e della distruzione del Narodni Dom non è particolarmente problematico. Si tratta infatti di eventi storici minori, noti a livello locale e agli addetti ai lavori, ma totalmente sconosciuti all'opinione pubblica e ignorati dai mass media anche in questa occasione. Inoltre sono episodi facilmente attribuibili al fascismo (e quindi non allo Stato italiano), molto lontani dagli eventi di fine guerra e dunque non rappresentabili come “giustificazione” delle foibe.

Si tratta però di episodi storici importanti nella costruzione identitaria slovena. La recente storia slovena è inevitabilmente intrecciata con quella della Jugoslavia. Ciò riguarda ad esempio tutti i fatti, eroici o dolorosi, accaduti durante la Seconda guerra mondiale, quando la resistenza slovena lottava per la ricostituzione di uno Stato jugoslavo unitario. Lo stesso dovrebbe dirsi per i quattro fucilati, tre sloveni e un croato, che si percepivano “jugoslavi”. Essi però fanno parte dell'attuale narrazione storica slovena anche perché nell'area dove operavano la presenza slovena era nettamente maggioritaria. Totalmente slovena, dunque “puramente” nazionale, è invece la vicenda del Narodni Dom, sede delle attività culturali e commerciali della comunità slovena di Trieste. La scelta di questi due episodi non è dunque casuale, ma risponde a una precisa esigenza dell'opinione pubblica nazionale slovena, che vede riconosciuti dall'Italia due soprusi tutto sommato minori rispetto ai drammi della Seconda guerra mondiale, ma del tutto sloveni o “slovenizzati”.

L'incontro fra Mattarella e Pahor, pur nella sua eccezionalità, nella carnalità di quelle due mani intrecciate, si configura ancora una volta come un'occasione mancata. Certo c'è stato un reciproco riconoscimento delle sofferenze patite, ma non sulla base di reali dati storici e dell'importanza di quei singoli episodi, bensì in relazione alle esigenze delle rispettive opinioni pubbliche già manipolate da politici e mass media. I drammi storici più rilevanti non sono stati nominati nemmeno questa volta; gli sconvolgimenti che hanno spazzato via per sempre, durante la Seconda guerra mondiale, quel mondo a cavallo tra i confini rimangono ignorati. I crimini compiuti dall'esercito italiano in Jugoslavia (dunque anche in Slovenia), i rastrellamenti, le rappresaglie, i campi di concentramento restano un colossale tabù per la nostra politica ufficiale; così come rimane ancora una volta sullo sfondo il dramma della secolare comunità italiana-istriana partita per mai più tornare nel primo decennio del dopoguerra.

C'è ancora tanta strada da fare, a partire dall'assunzione delle nostre responsabilità storiche. È necessario che gli italiani acquisiscano una maggiore consapevolezza e affrontino a viso aperto le tragedie del recente passato, superando una volta per tutte miti vittimisti come quello delle foibe o degli italiani-brava-gente. È troppo sperare che un giorno i nostri ragazzi vadano in visita ad Arbe (dove morirono, per responsabilità dell'esercito italiano, 1.500 internati sloveni e croati, in gran parte donne e bambini) o a Lubiana (la capitale slovena, interamente circondata dal filo spinato nel febbraio del 1942), come decine di migliaia di giovani tedeschi omaggiano ogni anno Auschwitz e Dachau?

Ancora un piccolo passo, cari presidenti: il prossimo anno sarebbe bello incontrarsi ad Arbe, sede del peggiore campo fascista, e a Padriciano (vicino a Trieste), o in qualunque altro luogo di raccolta dei profughi italiani provenienti dal confine jugoslavo a fine guerra.

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