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Dal numero 3/20
Dopo l’orgia della cultura sul web
rubrica
  • Culture

Pensavo fosse clausura, invece era un’orgia. Dietro le mura dei conventi domestici in cui il virus ci ha rinchiusi non abbiamo vissuto settimane di astinenza e castità culturale. Ci ha raggiunto, nell’isolamento, l’imprevisto ma travolgente assalto di un seduttore immateriale: e come monache di Monza gli abbiamo sorriso. Sventurati? Me lo chiedo. Musei, istituzioni, associazioni, è stata una gara a chi offriva di più: corsi, tutorial, conferenze, workshop, libri, film, musica, visite virtuali a mostre, tutto online e tutto gratuito, là dove prima, nel mondo fisico, molte di queste cose avrebbero avuto un biglietto, un costo di iscrizione o un prezzo di copertina.

Insomma, chiunque consumasse cultura prima della quarantena sociale ha continuato a farlo, non solo esaurendo la piletta dei libri in arretrato sul comodino. Chi più chi meno, abbiamo tutti partecipato ai webinar (dopo aver capito che cosa significa), a talk e lezioni da remoto; abbiamo scaricato piattaforme di cui ignoravamo l’esistenza (Zoom, Team...); abbiamo imparato i segreti della condivisione del desktop; ci siamo allenati al galateo della videoconferenza (spegnere l’audio quando non tocca a te, alzare la manina elettronica per chiedere la parola). Ci siamo tuffati a testa in giù dentro una modalità che la tecnologia ci permetteva già da tempo, ma che il distanziamento sociale ha, più che accelerato, imposto. Quelle che prima erano le graziose vetrinette digitali del «vero» lavoro culturale, che restava potentemente analogico, sono diventate le sole scialuppe disponibili per proseguire la navigazione, per non naufragare nella tempesta del virus.

C’è stata sicuramente molta generosità in questa offerta di riempitivi per la nostra solitudine, ma c’è stato anche, un po’ meno ingenuamen- il Mulino 3/2020 553 Dopo l’orgia della cultura sul web te, il tentativo affannoso di tanti musei, istituzioni ecc. di non scomparire dai radar, di non essere dimenticati da visitatori, utenti e lettori. Allo stesso modo, molti artisti hanno fatto saltare il chiavistello dei loro bauli creativi, hanno messo online opere, video, concerti, testi. Per «esserci». Per paura di non esserci più.

Qualcosa accomuna questa strabordante e diseguale offerta culturale agli spot commerciali televisivi approntati in fretta per il tempo del Covid: un sottotesto sdolcinato e petulante che tradisce, sotto la captatio «andrà tutto bene», la comprensibile ansia dei venditori e dei produttori di ottenere rassicurazione dai clienti perduti: dopo, tornerai da me? Ricomincerai a comprare le mie cose, sì? Sarà tutto come prima, vero? Ma no che non lo sarà.

Mentre scrivo, all’alba del lockout, non posso ancora sapere come sarà il dopo: ma sono ragionevolmente sicuro che un’esperienza di massa di sostituzione dei canali dell’approvvigionamento culturale, così intensa e radicale, non potrà chiudersi come una parentesi curiosa che racconteremo ai nipotini.

Quando riaprirà la biblioteca civica della mia città, per dire, ci tornerò con piacere: ma come mi apparirà? In queste settimane ho scaricato ebook e ho letto giornali con Mlol, mi verrà magari il sospetto di non avere più bisogno di prendere due bus e metterci due ore per ottenere lo stesso risultato che in poltrona mi richiede tre minuti? La biblioteca è molto di più, mi risponderebbe il bibliotecario. Ne sono convinto. Socialità, scoperta, sorpresa. O lo è stata? Quando lungimiranti sindaci con la licenza di quinta elementare si inventarono biblioteche di quartiere, gallerie civiche, teatro a prezzi popolari, quel Welfare della cultura rompeva la parete di vetro che separava i ceti popolari dal sapere, non solo per un problema di costi, ma di soggezione, senso di inferiorità e disagio. Occorreva dare le chiavi di uno strumento, di un canale, di un medium, a chi pensava di non averne diritto. E così è stato.

 

[L'articolo completo è pubblicato sul "Mulino" n. 3/20, pp. 552-557. Il fascicolo è acquistabile qui]

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