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Israele sempre più isolato
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L’assalto e l’uccisione di nove militanti turchi della flottiglia umanitaria diretta a Gaza da parte delle forze armate israeliane rappresenta un caso classico della sindrome di Stranamore. La coalizione di destra di Benjamin Netanyahu ha seguito la sua naturale inclinazione a risolvere con la forza bruta ogni conflitto, confidando soltanto nella superiorità militare. Diplomazia, compromesso, politica, sono parole espunte dal suo vocabolario. Con questa azione sconsiderata il governo non solo ha provocato proteste in tutte le democrazie occidentali ma ha anche incrinato definitivamente i rapporti con la Turchia, unico Paese della regione con il quale vi erano rapporti amichevoli.
Due risultati disastrosi in un colpo solo. In più, ma questo non è negativo per Israele nel lungo periodo, si è riacceso il faro sulla situazione di Gaza, un territorio di un milione e mezzo di persone tenute prigioniere da Israele con la fattiva complicità dell’Egitto. Gaza vive una condizione di “catastrofe umanitaria”, come ha detto anche il ministro degli Esteri Franco Frattini, con il quale, per una volta, non si può non convenire. Una terra abbandonata a sé stessa dopo le devastazioni dell’operazione “Piombo fuso” (nome, assai sinistro, dell’intervento militare del dicembre 2008 da parte dell’esercito israeliano) che provocò circa mille morti, molti dei quali civili. Mentre le opinioni pubbliche occidentali si indignano, e giustamente, per i “danni collaterali” causati dai loro eserciti in Afghanistan – si pensi alle dimissioni imposte al ministro della difesa tedesco Franz Josef Jungsu per i tentativi di occultamento delle stragi di civili della Bundeswehr – di fronte a quello che succede in Palestina si aprono discussioni infinite, spesso capziose, sempre esasperate. E alla fine domina un senso di impotenza. Non così si comporta la sinistra democratica israeliana. Anche in occasione dell’assalto al convoglio degli aiuti umanitari un gruppo di pacifisti israeliani guidati da Zeev Sternhell, l’insigne storico al quale spetta ormai il ruolo di coscienza critica del Paese per il suo prestigio morale e intellettuale, ha manifestato contro la politica di Netanyahu. Il senso di colpa degli europei nei confronti del popolo ebraico porta spesso ad accettare qualunque cosa faccia il governo israeliano trascurando l’effervescenza del dibattito interno e le sagge posizioni “pacificatrici” di molti intellettuali. Basterebbe leggere i maggiori quotidiani del Paese per vedere quale pluralità di posizioni si articoli e quanto feroci siano le critiche al governo. Contrariamente a quello che intimano i fondamentalisti della diaspora, i veri amici di Israele non sono quelli che dicono sempre di sì. Sono quelli che sanno indicare, in sintonia con la parte più attenta dell’opinione pubblica israeliana, quali sono gli errori che si stanno commettendo. Il blocco di Gaza è uno di questi errori.
 

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