Rivista il mulino

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Dal numero 3/20
Ripensare ai compiti dell’educare

«È come se mi avessero chiesto all’improvviso di pilotare un aereo mentre era in volo senza manuale d’istruzione, dicendomi tanto tu lo sai fare perché sai guidare l’automobile». Così una maestra elementare di Roma racconta il suo impatto con la cosiddetta «didattica a distanza». Dal 5 marzo si è inaugurato in tutta Italia un lungo tempo di non scuola e una straordinaria quantità di contraddizioni ha travolto il mondo dell’istruzione, a partire dal paradosso di una scuola della cui centralità tutti si sono accorti nel momento in cui ha cessato di esserci, come negli amori finiti male. E poiché le discriminazioni si sono aggravate grandemente per troppi bambini e ragazzi, la sensazione è d’essere precipitati dentro a uno di quei film di fantascienza in cui una moltiplicazione di laser e connessioni virtuali saettano tra muraglie impenetrabili di uno scenario medioevale dove prevale, inesorabile, la legge del più forte.

Sfatata la leggenda dei presunti nativi digitali, dotati di straordinarie capacità tecnologiche solo perché rapidi nel maneggiare un cellulare o sfinirsi di videogiochi, bambine e bambini, fin dalle elementari, si sono trovati a compiere nuove operazioni pratiche e logiche, imparando con più o meno difficoltà a muoversi con destrezza tra diverse piattaforme, che in molti casi hanno permesso loro di operare a distanza. Talvolta si sono trovati a dover sostenere alcuni insegnanti nel loro incerto muoversi in un mondo inesplorato, e quasi tutti hanno avuto la necessità di farsi aiutare dai genitori in compiti che dovevano essere realizzati in tempi e contesti del tutto nuovi.

Nello scambio di conoscenze tra generazioni possiamo dire che ci sono stati rimescolamenti non scontati. Il gran tempo trascorso davanti a schermi di ogni dimensione conferma tuttavia che il digitale, al di là di superficiali apparenze, moltiplica le distanze tra chi ha buone connessioni e strumenti culturali per inoltrarsi in esplorazioni nelle vaste praterie del web, moltiplicando domande generative, e chi ne è solo consumatore passivo, quando può.

Si è dunque aperto un profondo crepaccio che ha fatto compiere alla scuola un brusco salto indietro, che l’ha riportata a prima dell’introduzione della scuola media unica del 1962, a prima dell’ingresso nelle nostre aule di bambini e ragazzi con disabilità, resa possibile dalla legge 517 del 1977. Ci sono ancora pochi dati dettagliati su ciò che è accaduto nelle diverse Regioni, ma sembra certo che oltre un quinto degli studenti delle scuole del primo ciclo (elementari e medie) non sia stato raggiunto da alcuna didattica a distanza e che più della metà per almeno due mesi abbia ricevuto solo qualche compito da svolgere in solitudine attraverso il registro elettronico, senza alcuna connessione diretta con compagni e insegnanti in grandi o piccoli gruppi. Ancora più grave è la condizione a cui sono stati costretti bambini e ragazzi con disabilità, che per tre quarti hanno vissuto la clausura forzata in totale sconnessione, moltiplicando sofferenze e privazioni che hanno messo spesso in gravi difficoltà le famiglie.

Più che didattica a distanza, è bene configurare ciò che si è faticosamente cercato di mettere in piedi come didattica dell’emergenza per fugare ogni propensione a ritenerla proponibile in scenari futuri. Se la scuola spesso non riesce a includere tutti, le case sono ancora più ingiuste e discriminanti. Nessuno sceglie in quale famiglia nascere o in quale quartiere o continente atterrare e, se quella condizione ci sta stretta, tutta la vita cerchiamo i modi perché quel destino non condizioni inesorabilmente la nostra destinazione lavorativa e sociale.

Compito di una scuola dovrebbe essere quello di permettere di andare oltre le mura domestiche, riconoscendo a tutti piena e uguale dignità, rimuovendo gli ostacoli al pieno sviluppo della persona umana, come recita l’articolo 3 della Costituzione. Piero Calamandrei parlava della scuola come «incubatrice di vocazioni». L’incubatrice evoca l’estrema fragilità della vita al suo nascere, bisognosa com’è di protezione, cura e di una temperatura precisa capace di imitare il calore della madre: un artificio capace di riprodurre la natura laddove la natura s’è dimostrata carente. Ed è proprio così, perché la funzione e le difficili sfide che ingaggiamo nella scuola cercano faticosamente di creare un contesto capace di mettere tutte e tutti nella condizione di nascere alla vita con la maggiore libertà possibile, attenuando le ingiustizie di natura e società, che troppo spesso trasformano le differenze in discriminazione.

 

 

[L'articolo completo è pubblicato sul "Mulino" n. 3/20, pp. 474-480. Il fascicolo è acquistabile qui]

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