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La Costituzione entra in caserma?
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L’accordo politico alla Camera è stato raggiunto e se non ci saranno altri incidenti di percorso al Senato più di 300.000 mila militari dell’Esercito, della Marina, dell'Aeronautica militare, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza potranno contare su una legge per esercitare le libertà sindacali.

L’iter della proposta di legge, cominciato due anni fa, è stato lento e accidentato. In primo luogo, perché il fenomeno è inedito: infatti, il divieto per i militari di formare sindacati era stato stabilito nel 1945 e poi ribadito con la l. 382/1978 e con il nuovo Codice dell’Ordinamento Militare del 2010. In secondo luogo, perché l’opera di sindacalizzazione delle forze militari è delicatissima sotto il profilo costituzionale, dal momento che implica un complesso bilanciamento con l’interesse generale a contare su forze armate neutrali, pronte e rispettose della catena di comando. Infine, perché le forze politiche sono state colte alla sprovvista da una coraggiosa decisione della Corte costituzionale (n. 120/2018) che ha dichiarato illegittimo il divieto assoluto, smentendo un proprio precedente (n. 449/1999) e rimettendo al legislatore il compito di disegnare i confini di questa nuova libertà.

La decisione della Corte costituzionale, tuttavia, non era inaspettata. Con la riforma costituzionale del 2001, infatti, il legislatore è stato vincolato al rispetto dell’ordinamento Ue e internazionale. Da allora, quindi, i paletti posti dai trattati internazionali non sono più eludibili. Ebbene, le Convenzioni Oil, i Patti di New York, la Convezione europea dei diritti dell’uomo e la Carta sociale europea, lasciano ai singoli Stati la facoltà di decidere in che misura riconoscere i diritti sindacali ai militari, ma non è chiaro se li autorizzino anche a conculcarli totalmente. La Corte europea dei diritti dell’uomo, con una decisione del 2010 (n. 10609), ha ritenuto di no e la Consulta ne ha preso atto.

Mentre il Parlamento indugia, i militari incalzano: dopo la sentenza della Corte costituzionale, infatti, sono stati costituiti 27 sindacati. Si tratta di un dato eccezionale che mette in luce il disagio delle nostre truppe e la loro disaffezione per l’attuale sistema di rappresentanza del Comitato centrale di rappresentanza (Cocer), considerato inadatto a tutelare gli interessi del personale, perché troppo vicino alla catena di comando militare. Basta consultare le pagine web dei nuovi sindacati per rendersene conto. Tuttavia, finché non sarà emanata la nuova legge, i sindacati costituiti vivranno in un limbo che non permette loro di esercitare effettivamente le prerogative costituzionali.

Come accade spesso quando il legislatore è incalzato dalla Consulta, la proposta di legge su cui convergono quasi tutti i partiti concede il minimo indispensabile, accerchiando le libertà sindacali con una serie di cautele non sempre giustificabili dal punto di vista costituzionale. Infatti, la reazione critica dei sindacati militari non si è fatta attendere.

Per quanto riguarda la costituzione dei sindacati, il disegno di legge esclude la necessità di un assenso ministeriale, come previsto per le altre associazioni militari. Tuttavia, viene vietato qualunque rapporto associativo con i sindacati non militari, ammettendo solo un sindacalismo autonomo. Questo limite trova ispirazione nella disciplina dei sindacati delle forze di polizia civile (Polizia di Stato e penitenziaria), ma non è convincente perché agevola approcci corporativi che potrebbero indurre i sindacati militari a difendere anche i comportamenti abusivi dei propri iscritti (si pensi agli episodi di nonnismo o agli abusi perpetrabili durante le operazioni belliche). D’altro canto, la ragione storica di questo divieto è quella di garantire l’imparzialità del sindacato militare, minacciata dalla supposta “politicità” dei sindacati confederali. Una ragione sempre più debole considerato che i rapporti di Cgil, Cisl e Uil con i vecchi partiti di riferimento sono oggi irrilevanti.

Come nei paesi del Nord d’Europa storicamente aperti al sindacalismo militare, il disegno di legge vieta lo sciopero e non ammette manifestazioni in divisa e/o con armi. Le prerogative dei dirigenti sindacali consistono nel diritto di indire l’assemblea, a beneficiare di distacchi, permessi e aspettative sindacali retribuiti e non, a una maggiore libertà di opinione (anche verso la stampa) e al diritto di visitare le strutture. Tali diritti però potranno essere esercitati con preavvisi e nei modi concordati con i vertici militari. Rilevante, poi, la previsione dell’obbligo delle amministrazioni di informare i sindacati sulle iniziative che riguardano le materie di loro competenza e del diritto di questi ultimi di essere auditi in Parlamento.

Le competenze dei sindacati militari vengono definite in modo da escludere qualunque voce in capitolo in tema di ordinamento militare, addestramento, operazioni, settore logistico-operativo, rapporto gerarchico-funzionale e impiego del personale in servizio. In tal modo le materie di intervento sono poco più che quelle già oggi oggetto di concertazione con il Cocer. Rimangono escluse, ad esempio, le materie dell’equipaggiamento, l’orario di lavoro, la sicurezza in ambito operativo (si pensi alla questione dell’uso dell’uranio impoverito in Kossovo). Anche le procedure di contrattazione collettiva ricalcano quelle della concertazione con il Cocer, salvo il fatto che al tavolo delle trattative saranno ammessi solo i sindacati con un numero di iscritti pari ad almeno il 4% del personale di riferimento.

Infine, il disegno di legge assegna la giurisdizione al Tar invece che al più esperto giudice civile del lavoro, sollevando giustamente gli strali dei sindacati militari. Ma di buono c’è che la disciplina processuale riconosce la facoltà di agire in giudizio sia al singolo militare che all’organizzazione; e non solo per le violazioni della legge, ma anche per ogni altra condotta antisindacale volta a ostacolare o impedire l’autotutela collettiva.

Tutto sommato, il legislatore poteva ispirarsi al più liberale modello di rappresentanza sindacale della Polizia di Stato e penitenziaria (quanto meno per i Carabinieri e la Guardia di Finanza), invece ha optato per un sistema simile a quello di rappresentanza “pubblica” già a disposizione di tutti i militari. Sono evidenti le pressioni dei vertici militari, in ogni caso il provvedimento rappresenta un passo avanti. D’altronde, le libertà sindacali si guadagnano prima sul campo.

Gli studiosi di organizzazione e i sociologi hanno da tempo riconosciuto che la sindacalizzazione dei militari è un’opzione percorribile anche in un contesto radicalmente gerarchizzato. Anzi, si è dimostrato che nei paesi con un budget militare non ricco, i sindacati rappresentano una valvola di sfogo efficace della frustrazione del personale, senza aumentare oltremodo i rischi di politicizzazione e inefficienza.

Con l’entrata in vigore della legge, la catena di comando militare potrà contare su una indipendente voce di richiamo sulle aspettative del personale e il Parlamento potrà rivedere l’allocazione delle risorse finanziarie per il settore militare, prestando maggiore attenzione alle condizioni lavorative del militare, oggi più cittadino che mai.

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