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Antropologia medica ai tempi della pandemia
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Secondo l’antropologia medica, le diagnosi non sono universali. Una sintomatologia che in un luogo è considerata schizofrenia, in un altro può essere associata a una ricercata possessione spirituale. Fare una diagnosi è dunque possibile solo quando si colloca il sintomo in uno scenario di senso, ponendolo in relazione a ciò che viene considerato sano e ciò che viene considerato patologico in una data società. La lente che si applica ha il potere di dare forma ad una società intera. Ma gli strumenti dell'antropologia medica possono essere utili anche per rendere più evidenti le radici socio-culturali e morali su cui si fondano le nostre risposte alla crisi attuale del Covid-19.

Evitare l'esposizione al virus è stata la strategia dominante a livello globale, invece che, ad esempio, puntare fortemente e da subito su misure di protezione per i soggetti più a rischio. Si sono menzionate la co-fattorialità di patologie pregresse, ma un approfondimento sulla loro interazione con il virus è stato marginale a livello mediatico. Per quanto riguarda la cura, si è parlato poco di come aumentare le nostre difese immunitarie, del ruolo della nutrizione e dell’atteggiamento psicologico se dovessimo contrarlo. In antropologia, potremmo definirlo un modello viruscentrico, poiché ciò che è patologico rimane principalmente il virus e non lo stato di salute in cui ci si trova, giustificando la sospensione di abitudini sociali ed economiche su scala globale – cosa mai successa prima.

Per comprendere il significato culturale di questo virus rispetto ad altre malattie dovremmo chiederci perchè solo il Covid-19 ha suscitato un simile risposta sociale. Come è stato fatto osservare, in Europa ogni anno muoiono in media 72.000 persone per influenza, eppure non abbiamo mai messo un freno alle attività socio-economiche. Uno dei motivi è che le influenze non mettono ugualmente in crisi il sistema sanitario e in particolare le terapie intensive. Cambiare lente, in questo caso, ci permetterebbe di uscire dalla miopia che vede solo il virus come pericolo, e di contestualizzarlo nella condizione “patologica” di inefficienza della medicina territoriale per fronteggiarlo. A quel punto va valutato se la "causa” di morte sia sempre il virus, o la struttura sanitaria impiegata per combatterlo.

Confrontiamo anche la letalità del Covid rispetto ad altre patologie per capire meglio il perché della quarantena. Il Coronavirus ad oggi ha causato la morte di oltre 472.000 persone. Secondo l’Oms fino a 650.000 persone muoiono ogni anno per problemi respiratori causati da influenza, mentre nel solo 2018 9,6 milioni di persone sono morte di tumore, nel 2016 1,6 milioni sono morte di diabete e nel 2012 si calcola che 7 milioni sianno morte a cusa dell'inquinamento. Se ci si mette la mascherina per via dell’inquinamento si è considerati fuori dalla norma, se la si mette per il Coronavirus no, anche se nel mondo nel 2012 il 23% delle morti totali sono state legate all’esposizione ad ambienti malsani. Portare l’attenzione sul virus ci concede di identificare il nemico come un fattore esterno contro cui reagire, ignorando lo strato più profondo delle nostre patologie cronicizzate.

Nel 2016, ogni giorno sono morti in media 15.000 bambini sotto ai cinque anni per un’altra epidemia, la fame, che non ha mai ricevuto una risposta collettiva e tempestiva, seppure i dati disponibili mostrino la disponibilità di cibo per sfamare 2 volte la popolazione affamata del pianeta. Mentre i nostri consumi alimentano mercati che violano i diritti umani, alimentano povertà, inquinano terre e acque, sradicano foreste di dimensioni inimmaginabili. Questo virus ha lasciato un segno, perché viviamo la paura sulla nostra di pelle, ma dovrebbe aiutarci a comprendere che dobbiamo avere la forza di innescare un cambiamento su scala globale. Facciamo più attenzione alla diagnosi: che cos'è “patologico”? E chi deve essere in pericolo per farci agire?

La malattia, in quasi ogni contesto culturale, provoca uno stato di crisi nell’individuo malato, e spesso anche nella sua cerchia familiare e di prossimità. Generalmente la malattia è inaspettata e comporta un temporaneo distanziamento dal quotidiano per riflettere su che cosa si è sbagliato. Si interpella una figura – sia essa, a seconda dei contesti culturali, uno sciamano, un saggio o un medico – in grado di guidarci in un nuovo cammino. In Occidente, la crisi, spesso, s’identifica come un intoppo nel nostro corpo, che, quasi come una macchina, viene “aggiustato”, magari sostituendo un pezzo o una molecola. La malattia rimane nei confini della materialità del corpo. In qualche villaggio africano, invece, per uscire dalla crisi potrebbe essere necessario fare pace con un parente, con gli spiriti della foresta, o con un elemento della natura come l’acqua. Quasi tutte le culture non “moderne” pongono l’uomo e l’ambiente in una relazione diretta, tanto viscerale da rendere impossibile la cura di uno senza l’altro sul piano materiale e spirituale. Mentre in Europa, in una visita oncologica, a malapena vengono menzionati i dati sull’inquinamento. Prendersi cura della natura che ci circonda, e prenderci cura di noi attraverso il contatto con essa, non è considerato determinante per la salute.

Il distanziamento sociale è efficace, ma dovrebbe rappresentare una misura di emergenza e la crisi in corso dovrebbe far riflettere sul significato di essere umani sani. In alcune culture, la salute è fondata sulle relazioni: ci si scambiano i fluidi di qualsiasi tipo e si unisce il gruppo ad esempio con balli di trance o con la meditazione, per nutrire la coscienza e la guarigione collettiva.

Ci si fonde con la coscienza delle piante, ci si incontra con la terra e con gli animali nel sogno per farsi indicare il cammino giusto e mantenere la salute planetaria. Ci si mescola, non ci si isola. Anche un albero che non comunica è un albero morto. Noi siamo davvero vivi se se siamo inconsapevoli di come il nostro ecosistema ci tiene in vita? Quando l’essere umano ha perso la saggezza e la fiducia fondata sull’esperienza del suo corpo, su come guarirlo nel suo ecosistema, su come sopravvivere senza aver bisogno di dominare in maniera aggressiva ciò che lo circonda, allora è alienato. E su questa terra bruciata ricorriamo, certo, a una medicina di emergenza – utilissima, ma che sarebbe ancora più utile se potesse coesistere con altri modelli.

Fondata sul concetto dell’uomo come macchina e individuo isolato, rischia di portarci verso una maggiore alienazione, e dunque una minore resilienza. Proprio come la pianta di una monocoltura agricola, che dipende sempre di più dalla chimica, non potendo costruire la propria salute attraverso le relazioni con l’ambiente che la circonda. In una foresta, invece, la salute è proporzionale alla biodiversità, alla molteplicità delle relazioni, e quando c’è un “intoppo” le soluzioni arrivano da ogni angolo di quel sistema complesso chiamato natura. Non da un’unica voce dogmatica.

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