Rivista il mulino

Content Section

Central Section

  • Condividi Condividi
  • Stampa Stampa
Send to Kindle
Washington, 16/6/2020
rubrica
  • lettere internazionali

Biden, quale candidato democratico? Il mondo liberal americano è impegnato a rivalutare la figura del candidato democratico Joe Biden, liberandolo dal nomignolo trumpiano di “sonnolento Joe” e dallo scarso entusiasmo con cui molti democratici ne hanno accolto la candidatura. Aiutati in questo dai sondaggi che lo vedrebbero davanti al presidente, persino in alcuni importanti Stati industriali “in bilico”, seppur con margini limitati, che nel 2016 garantirono la vittoria a The Donald.

La domanda centrale è: Biden, che è un centrista, con molti legami coi “corporate democrats”, si attesterà su un programma ortodosso moderato, contando soprattutto sulla sua “electability”, cioè sulla priorità per i democratici di cacciare Trump dalla Casa Bianca, piuttosto che avere un programma di centro-sinistra attraente? L’elezione sarà soprattutto un referendum sul presidente, la sua gestione e il suo stile. La tentazione di Biden, già largamente adottata durante le primarie, e coerente con il suo spiccato anti-ideologismo e la sua flessibilità programmatica al margine della disattenzione, è di attaccarlo, senza troppo sottolineare le proprie posizioni alternative.

O viceversa Biden sceglierà di essere un centrista in marcia verso un programma di sinistra perché in quella direzione è spinto l’intero Partito democratico da pandemia, proteste e disoccupazione e perché non può permettersi di perdere con un programma anodino l’elettorato visionario di Sanders, Warren e della sinistra progressista?

Le posizioni passate di Biden (da cui emergono alcuni scheletri nell’armadio) hanno ripetuto la compresenza di conservatorismo e liberalismo: è stato un falco multilateralista in politica internazionale, severo sulla spesa pubblica di sicurezza sociale, con qualche seria timidezza in politica razziale, e un sostenitore della deregulation della finanza, rappresentante di un piccolo Stato, il Delaware, fitto di interessi bancari. Con viceversa un solido sostegno ai sindacati, che lo ha reso ben accetto alla classe operaia bianca, e un inizio di carriera favorevole all’edilizia pubblica, alla lotta all’inquinamento da idrocarburi e a tasse più severe per ricchi e grandi imprese. Come vicepresidente, si è poi fatto promotore della legge contro la violenza sulle donne e a favore del gay marriage. Piuttosto che policies sostenute con vigore, col passare del tempo Biden il mediatore ha progressivamente sottolineato la nostalgia per una politica “bipartisan” ormai scomparsa di compromessi di partito, e l’efficienza della pratica governativa che ha applicato con successo alla gestione del programma anti-crisi di Obama.

Durante le primarie ha sostenuto posizioni moderate in materie molto controverse come la protezione sanitaria, i costi dell’educazione superiore, la tutela ambientale e l’espansione della tutela sociale, anche per distinguersi nettamente dal radicalismo di Sanders. Si è presentato soprattutto come un candidato restauratore dei bei tempi di Obama dopo “l’aberrazione” di Trump (che invece secondo molti analisti democratici è lo sbocco coerente di una lunga marcia conservatrice del Partito repubblicano fatta di redistribuzione verso l’alto, di accelerazione della diseguaglianza e di un nazionalismo basato su pregiudizi etnico-razziali e su idee di riscatto bianco).

Tuttavia questa ambiguità defilata e attendista è stata messa in crisi dalle recenti emergenze: una pandemia che ha drammatizzato la carenza di tutele sanitarie e il crollo della distribuzione di alimenti e medicinali e ha sottolineato la discriminazione nel colpire fasce basse e di minoranza della popolazione; la crisi occupazionale che ha trasformato la precedente prosperità da risorsa nell’arco elettorale di Trump al dramma di circa 39 milioni di posti di lavoro persi tra marzo e maggio; la rivolta sociale e razziale a seguito dell’assassinio di George Floyd, in cui hanno confluito ingiustizie razziali e sociali di lungo e breve periodo amplificate dal Coronavirus. È stata una protesta di lunga durata che, superati presto gli estremismi violenti e incendiari che hanno temporaneamente permesso a Trump di proporsi come campione di “legge e ordine”, sembra essersi consolidata in mobilitazioni pacifiche e diffuse, con forti convergenze di neri e bianchi, di autorità locali, di vertici militari e persino di qualche poliziotto.

Trump ha reagito con atteggiamenti svalutativi e minimizzanti rispetto alla pandemia, o radicalmente divisivi nel caso delle proteste, completi di minacce, interpretazioni discutibili dei poteri di repressione del governo, insulti e contumelie: una chiave più indirizzata a galvanizzare la sua base di populismo reazionario che a proporsi come presidente nazionale.

Quando, l’8 aprile, Sanders si è ritirato e ha iniziato a sponsorizzare Biden, tra i due campi sono iniziati frequenti contatti, con scambi di opinioni, programmi e talvolta anche di personale. Il primo problema è gettare ponti tra l’elettorato di Biden e quello di Sanders, spesso quest’ultimo sotto i 45 anni di età, di cui non tutti convinti dall’argomento pur fortissimo di cacciare Trump a costo di un programma centrista e poco connotato.

È in corso quindi una ricerca su come connettere le due ali del partito e dell’elettorato. Una delle sue espressioni più autorevoli è il libro Code Red: How Progressives and Moderates Can Unite to Save Our Country, di E.J. Dionne Jr, un osservatore di punta della vita politica ed elettorale. La sinistra – egli sottolinea – ha vinto la battaglia tematica, imponendo la consapevolezza dei gravi squilibri e ingiustizie del Paese. I moderati tuttavia hanno "due formidabili vantaggi: vincono le elezioni e realizzano i programmi". I progressisti disegnano i fini e i moderati li traducono in policies, adattandoli all’ambito del possibile.

Biden, pur mantenendosi distinto, ha fatto alcuni passi in direzione della sinistra in materia di espansione del programma sanitario Medicare, riduzione costi del college per le famiglie povere e nuova legge fallimentare; Sanders a sua volta lo sponsorizza con una certa convinzione.

Tuttavia le modifiche programmatiche non sono dovute principalmente a convenienze elettorali, ma alle emergenze in cui il Paese si dibatte – pandemia, disoccupazione, razzismo –, con in aggiunta le provocazioni di Trump, che implicavano la necessità di fare un esame complessivo e severo sullo stato del Paese, e non permettevano più di condurre una campagna elettorale solo oppositiva e restauratrice. Bisognava necessariamente dire qualcosa sul da farsi: rispetto al “sonnolento Joe” il linguaggio si è fatto più tagliente, la critica ai mali del Paese più esplicita: da aprile Biden ha cominciato a denunciare l’egoismo del business, la deprivazione dei lavoratori e la “enorme paura, dolore e senso di perdita sentiti in tutto il Paese”. La promessa di una presidenza più trasformatice che restauratrice si accentua: "dobbiamo guardare bene a fondo ciò che dobbiamo mettere a posto e cambiare in questo Paese” per "creare una economia più giusta ed equa”.

Roosevelt, che spesso Biden cita come modello, non era affatto un coraggioso riformatore quando giunse al potere. Lo spinsero gli avvenimenti e i bisogni. Potrebbe Biden essere il nuovo Roosevelt, si chiedono i commentatori (dubbiosi) di fronte alle emergenze del Paese, paragonando l’attuale crisi alla Grande Depressione? Biden parla di giustizia economica, di lotta alla diseguaglianza, di attenzione ai discriminati e ai dimenticati. In occasione delle recenti proteste per l’assassinio di Floyd ha introdotto il concetto di “giustizia razziale”, raro sulle labbra di un liberal, e ben al di là della posizione di Obama che sottolineava una prospettiva postrazziale, dove il colore della pelle tendeva a contare sempre meno.

È quindi avvenuta la trasformazione di Biden in un robusto candidato di centro-sinistra? Sicuramente la sua campagna ha ripreso vigore dopo un inizio lento, e l’immagine del "sonnolento" si è appannata. Ma l’ambiguità tra “corporate democrat” centrista e liberal progressista resta. Biden non ha abbracciato le richieste più radicali di scioglimento di alcune stazioni di polizia o di affamarle tagliando i fondi.

Ma la critica più frequente riguarda i suoi collaboratori, soprattutto quelli economici. Egli non può trascurare i grandi finanziatori del Partito democratico, lobbisti, finanzieri e grandi operatori economici, che non sono radicali arrabbiati e vogliono garanzie ad esempio in materia di tasse e spesa pubblica. E nei ranghi dei suoi consiglieri si trovano ancora alcuni ispiratori delle privatizzazioni e della deregulation degli anni di Clinton. Obama aveva promesso una efficace riforma finanziaria, ma ne aveva messo la realizzazione nelle mani di uomini vicini a Wall Street che avevano rapidamente provveduto a svuotargliela. Potrebbe Biden incorrere nello stesso errore?

Biden, dice un osservatore, sembra ancora “un uomo in guerra con se stesso,” malgrado la nuova narrazione emersa a seguito delle emergenze. Qualche chiarimento arriverà con la scelta ancora rimandata del candidato vicepresidente: una donna nera centrista che tenga insieme le due ispirazioni? A tutt’oggi la natura di Giano bifronte della candidatura di Biden è ancora largamente prevalente.

:: per ricevere tutti gli aggiornamenti settimanali della rivista il Mulino è sufficiente iscriversi alla newsletter :: QUI