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Newcastle upon Tyne, 31/5/2020
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La posta in gioco nell’affare tra i sauditi e il Newcastle United. Da diversi anni gli Stati del Golfo persico puntano sullo sport, in particolare sul calcio, per trovare uno sbocco alla loro immensa ricchezza da idrocarburi. Ma soprattutto per proiettare una loro immagine di cosmopolitismo illuminato e di modernità, per manifestare in questo modo il proprio soft power.

In tal senso il calcio fa parte di un quadro più ampio, che comprende grandi investimenti in istruzione – con l’apertura di campus di varie università europee e americane – in cultura – con la costruzione di nuovi musei a Doha, Abu Dhabi e Dubai – e nei mass media, con “Al Jazeera” (Qatar) e la prospettiva di un grande gruppo cinematografico e televisivo in Arabia Saudita. Ma non è solo questione di prestigio. Dietro tutte queste iniziative ci forti considerazioni materiali: non solo in vista di una progressiva emancipazione della dipendenza energetica del mondo dal petrolio e dal gas, ma anche per la temuta disoccupazione delle generazioni maschili più giovani, facile terreno di reclutamento per il radicalismo islamico, o peggio ancora, possibili protagonisti di nuove rivolte giovanili sul modello di quelle della “primavera” del 2011.

Sono il grande giro di affari e la rilevanza del calcio europeo tra i più giovani a spingere gli Stati arabi ad essere sempre più presenti nel mercato mondiale del calcio, pur senza poter esprimere né giocatori né squadre di rilievo. In questo senso il caso saudita è esemplare, come spiega bene David Goldblatt nella sua ampia e dettagliata rassegna della storia geopolitica, geoeconomica e “geocriminale” del calcio mondiale (The Age of Football, Macmillan, 2019). Sfidando tutto il puritanismo della dominante versione wahhabi dell’islamismo, la monarchia saudita ha cominciato ad investire nel calcio già negli anni Settanta, tanto che le squadre nazionali hanno conosciuto un discreto successo di popolarità e presenza internazionale, fino agli anni 2000. Tutto è saltato con l’arrivo via satellite delle partite europee: come in tante altre nazioni, sono così venute alla luce le manipolazioni finanziare e di governance che hanno relegato ai margini le squadre saudite.

È a questo punto che entra in scena la stella emergente del principe Mohammad Bin Salman. Nel 2013 il giovane sceicco lancia la sua “Visione 2030”: “un piano per trasformare la moribonda economia nazionale in un successo post-industriale: flessibile, competitivo, diversificato”. Come ha ricordato David Goldblatt, il calcio viene trasformato: con un enorme programma di privatizzazioni; con la liberalizzazione dei prezzi e il dare priorità assoluta ai profitti; con la costruzione di un’immensa città dello sport, aperta nel 2014 con una spesa che superò il mezzo miliardo di dollari.

Ma l’Arabia Saudita si trova davanti altri Stati regionali altrettanto decisi a sfruttare il calcio per trasformare la loro presenza e la loro immagine nel mondo. Lo strumento preferito è stato – ed è tuttora – l’investimento nelle uniche competizioni che contano davvero: quelle europee. La Premier League inglese in particolare, la più interessante dal punto dei profitti, derivati in gran parte dalla vendita dei diritti televisivi. Gli sceicchi degli Emirati – tradizionalmente più interessati alle corse dei cavalli – cominciano a prendere sul serio il calcio, colpiti dall’entusiasmo popolare per la squadra locale dopo la sua conquista della Coppa del Golfo nel 2007. Presto però l’attenzione si sposta verso l’Europa, e cominciamo le grandi sponsorizzazioni: Dubai sceglie Olympiacos, Milan, Benfica, Amburgo, Real Madrid, e regala un immenso stadio nuovo all’Arsenal. Abu Dhabi, tramite Etihad, costruisce una rete mondiale di società calcistiche, facendo perno sul suo sostegno al Manchester City.

Ma è il Qatar che più di tutti alza la posta in gioco. Come ha scritto Goldblatt, “in Qatar il calcio è diventato lo strumento più importante nel programma di sviluppo urbano ed economico portato avanti dallo Stato, l’arma più potente nella precaria politica estera nazionale”. Nel 2004 Doha apre la più grande città dello sport del mondo, dominata dalla fantasmagorica ‘Torre delle Aspirazioni’, alta più di 330 metri. Nel 2010 ha offerto 30 milioni di dollari per stagione al Barcellona, e l’anno dopo ha comprato il Paris Saint Germain, acquistando nel 2017 i due giocatori più costosi del mondo (per 460 milioni di dollari), il brasiliano Niemeyer e il francese Kylian Mbappe. Il Qatar sta spendendo una cifra stimata attorno ai 250 miliardi di dollari per portare a casa – in mezzo a mille controversie – la Coppa del Mondo del 2022. Nuovi stadi, una nuova rete di trasporti, nuovi centri urbani, il tutto amplificato da Al-Jazeera e in particolare dalla rete specializzata BeIN Sports, che ha ottenuto i diritti esclusivi per trasmettere le partite europee in tutto il Medioriente e nel Nord Africa.

Sul fronte inglese, è stata l’americanizzazione della prima delle quattro serie classiche del calcio all’inizio degli anni Novanta ad aprire l’attuale fase iper-globalizzata dello sport nazionale del Paese. Nell’epoca Thatcher sulla scena sportiva britannica arrivano i magnati americani. Di gran lunga più significativo è stato l’impatto di Rupert Murdoch, il quale dopo aver rivoluzionato il settore giornalistico inglese, si sposta sul settore della tv commerciale, offrendo ai club calcistici cifre senza precedenti per poter trasmettere le loro partite tramite Sky, la sua nuova piattaforma in abbonamento.

Poco dopo cominciano ad arrivare i miliardari specializzati nello sport commerciale versione americana: la famiglia Glazer al Manchester United, Kroenke all’Arsenal, il consorzio Fsg al Liverpool. Subito dopo arrivano altri magnati, questa volta dalla Russia, dalla Thailandia, dalla Malesia. La Cina non è da meno: ormai possiede 4 delle 20 squadre della Premier League. È l’ora la globalizzazione delle squadre e dei manager. Nel 2018 due terzi dei giocatori sono di origine non-inglese. Nessun manager inglese ha vinto il campionato da quando il Premier League è stata inaugurata, nel 1992. Oggi a Newcastle, dei 47 giocatori solo 13 sono britannici; sotto il nuovo regime saudita, il manager sarà probabilmente l’argentino Maurico Pochettino.

La proposta di acquistare il Newcastle da parte del Fondo sovrano saudita offre diversi aspetti controversi. La cifra proposta – 300 milioni di sterline – è di gran lungo superiore a quella normale per una squadra che langue in tredicesima posizione su 20 nella serie prima della sospensione e che non brilla da molti anni. Infatti il suo attuale proprietario, l’imprenditore Mike Ashley, ha già tentato per tre volte in tredici anni di vendere la squadra. Mentre nessuno dubita della passione dei suoi tifosi, tipica di queste città post-industriali senza un chiaro destino come Liverpool, Manchester, Glasgow, gli anni di gloria del Newcastle sono fermi ai Novanta, o addirittura agli anni Cinquanta. Più volte la squadra è retrocessa, per poi risalire. Il fondo saudita – che già possiede un’altra squadra inglese, lo Sheffield United – si è impegnato non solo a risollevare il destino della società, ma anche a investire nell’ambiente circostante, pieno di segni di un passato glorioso, come cantieri navali e industrie.

Se la linea tenuta dai tifosi della squadra sembra essere per il momento quella del “a caval donato non si guarda in bocca’, altri osservatori sono apertamente critici. Amnesty International e la Ong Fair/Square Projects, specializzata nei diritti umani dei migranti, hanno sollevato pesanti obiezioni rispetto alla presenza dell’Arabia Saudita ai vertici del calcio inglese. Con altri dissidenti in esilio, si è mobilitata la fidanzata del giornalista dissidente Jamal Kashoggi, massacrato nel consolato saudita a Istanbul nel 2018. Il gruppo traversale del Parlamento inglese che si occupa di calcio ha richiesto l’intervento del governo, anche se al momento sembra improbabile: troppi pesanti i tradizionali legami commerciali e di vendita di armi tra Regno Unito e Arabia Saudita. Come ha commentato il corrispondente del “Times”, alla fine di più dei diritti umani conteranno i diritti televisivi.

Per quanto anche nel settore televisivo ci siano problemi legati alla geopolitica. Il Qatar è sotto assedio militare e politico da un fronte composto da Arabia Saudita, Egitto, Bharain e Emirati, a causa dei legami con l’Iran, per il sostegno ai Fratelli Mussulmani e per la mediazione tentata tra Israele e i palestinesi di Gaza. In questo contesto sono nate le accuse di pirateria mediatica e guerra informatica da parte del Qatar nei confronti dell’Arabia Saudita, a causa della trasmissione della rete saudita beoutQ, senza diritti, delle stesse partite e altri sport offerti dalla sua rete BeIN Sport, supportato, secondo l’accusa, da un esercito saudita di oltre un milione di troll. (Sia il governo americano sia la Commissione europea hanno pubblicato di recente ampie denunce del furto su grande scala di proprietà intellettuale da parte di beoutQ.)

A questo punto sembrerebbe ovvio poter concludere che il confronto sul terreno del soft power tra questi Stati arabi è così intenso perché quello armato è escluso a causa dalla dipendenza strategica di tutti gli attori in campo dagli Stati Uniti. Ma vi è un fattore ancora più importante: la storia. Questi sono tutti Stati giovani. L’Arabia Saudita ha preso la sua forma attuale nel 1932; gli Emirati (sette) sono diventati tali solo nel 1971, quando gli inglesi hanno rinunciato alla sovranità su di loro dopo più di 150 anni. Il Qatar avrebbe dovuto diventare l’ottavo emirato, ma scelse la via dell’indipendenza. Si tratta quindi di società nazionali che hanno dovuto costruire un loro senso di sovranità, identità e legittimità dal nulla, pur avendo ereditato millenni di civiltà araba.

Anche per questo è importante poter contare musei prestigiosi: tre solo ad Abu Dhabi - un Louvre Abu Dhabi, un Guggenheim e il Museo nazionale Zayed, designato da Norman Foster. Gli Emirati hanno persino elaborato una formale “Soft Power Strategy”, espressione di un “Soft Power Council”, allo scopo di “aumentare la reputazione della nazione nel mondo, mettendo in rilievo la sua identità, il suo patrimonio, la sua cultura e i suoi contributi”.  Evidentemente Il calcio è da considerare uno di questi contributi, un’arena di competizione piena di significati simbolici per chi vuole imporre la propria sintesi egemonica di sovranità, identità e modernità nella lotta per il prestigio tra i rivali del Golfo persico.

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