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Covid-19 e report scientifici: questioni di metodo
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L’emergenza sanitaria ha posto problemi complessi di salvaguardia della salute pubblica da una minaccia grave e ignota. Per questo motivo, i decisori politici, nazionali e locali, hanno richiesto l’aiuto di esperti e nominato comitati o task force. Con questa nota intendiamo segnalare alcune questioni di metodo, che riteniamo essenziali perché l’operato di questi comitati sia efficace ed efficiente. Lo facciamo in qualità di docenti di medicina del lavoro, che hanno partecipato alla gestione all’emergenza nei loro ospedali (Enrico Pira e Francesco Violante) o che sono stati coinvolti in valutazioni di rischio (Angelo Moretto), nonché quali docenti di epidemiologia (Carlo La Vecchia) e di diritto (Gian Luigi Gatta).

Le competenze degli esperti scelti devono essere congruenti con gli argomenti da affrontare. Abbiamo assistito alla proliferazione di comitati e task force con componenti le cui competenze, desumibili dal curriculum scientifico, non erano sempre congruenti con gli argomenti da trattare. Vi sono state nomine basate sul ruolo ricoperto, che talora era un ruolo gestionale e non scientifico: questo ha generato, da una parte, una commistione tra l’analisi dei dati e l’elaborazione di scenari da questi derivati e, dall’altra, problemi di tipo gestionale e politico che hanno o possono aver influenzato le conclusioni degli esperti. Ciò limita la validità dei rapporti sulla base dei quali sono state (e vengono) adottate decisioni importanti a livello sanitario, economico e sociale, con rilevanti ricadute sui diritti e sulle libertà fondamentali. A questo si aggiunge un problema di credibilità e, quindi, di fiducia in tali rapporti, in particolare qualora si insinuasse il sospetto che essi potessero essere stati redatti in altra sede e, quindi, semplicemente approvati dai comitati stessi.

I metodi di analisi devono essere trasparenti. In molti rapporti non risulta chiaro il metodo adottato per raccogliere i dati o per elaborarli. Considerato che la pandemia da Covid-19 è nuova e inattesa e che, in genere, per analisi e previsioni sono stati utilizzati dati raccolti con immediatezza e urgenza, è comprensibile che tali dati avessero intrinsecamente notevoli imprecisioni. Ad esempio, la data di registrazione è spesso ritardata di qualche giorno rispetto alla data di decesso, e i “contagi” sono un insieme di persone ricoverate e di soggetti con positività a tamponi effettuati in modo non standardizzato. Inoltre, i decessi registrati, almeno nei periodi più drammatici della seconda metà di marzo in Lombardia, erano molto inferiori a quelli reali, mentre successivamente l’accuratezza della registrazione è migliorata. Questi limiti sono inevitabili in una situazione di emergenza: essi dovrebbero comunque essere comunicati ai decisori politici e al pubblico, e le stime su di essi basate andrebbero formulate ed espresse con la dovuta cautela.

I dati devono essere accessibili. I dati alla base di molte elaborazioni e molti modelli non sono noti o accessibili alla comunità scientifica. Non vi è stata una discussione sui parametri arbitrariamente scelti in assenza di dati affidabili, o sui criteri adottati per la loro derivazione. Solo sulla base della conoscenza di tutti i dati, parametri e modelli utilizzati, è possibile verificare le inferenze che ne vengono tratte. È proprio della scienza giungere a conclusioni da sottoporre al controllo della comunità scientifica ed essere preparata a modificarle in base a nuove analisi o informazioni. Non è la copertura dell’autorità politica a rendere di per sé corrette (e immuni da critiche) le conclusioni di un gruppo di esperti.

L’analisi delle incertezze deve essere esaustiva anche mediante l’esplorazione di ipotesi realisticamente alternative a quelle adottate. Sono stati resi “pubblici” documenti non firmati nei quali sono stati prospettati scenari futuri sulla base di dati incerti e discutibili, e di parametri arbitrariamente definiti, senza che siano stati compiutamente esplorati altri scenari alternativi e plausibili. Ossia, non sono state fornite spiegazioni per aver scelto tali parametri e per averne esclusi altri. Sono state fatte elaborazioni di scenari considerando parametri peggiorativi (“caso peggiore”) senza valutare la plausibilità dell’occorrenza peggiorativa contemporaneamente per tutti parametri. Non è stata fatta, o solo parzialmente, un’analisi comparativa delle varie opzioni possibili.

La comunità scientifica va consultata. Anche e soprattutto nelle emergenze è necessario trovare spazio per una revisione dei documenti in tempi rapidi, attraverso, ad esempio, il contatto con le società scientifiche o altri interlocutori indipendenti. Questo è tanto più vero, necessario e urgente di fronte a un problema nuovo e drammatico quale quello del Covid-19. In casi come quello che stiamo affrontando è necessario riconoscere la possibilità di errori, chiedere, pretendere, di essere criticati, e, ove necessario, procedere a modifiche delle proprie posizioni e conclusioni. In questa fase di emergenza, non è possibile ottenere conclusioni forti, solide, con basso livello di incertezza che solo con il tempo e il ripetuto reciproco confronto si possono raggiungere. Ed è proprio per questa possibilità di giungere a conclusioni talora molto imprecise, se non errate, che il confronto deve essere cercato, senza perdere tempo prezioso. Ad esempio, il modello dell’Imperial College che, a fine febbraio, prevedeva 30.000 decessi in una settimana in Italia applicando il lockdown ha costituito un riferimento per alcune decisioni del governo nella fase iniziale della epidemia. Di fatto, si è rivelato largamente errato in eccesso: al picco dell’epidemia abbiamo raggiunto circa un decimo della mortalità prevista. Tuttavia, il rischio di considerare selettivamente modelli e scenari elaborati in emergenza e in assenza di molti dati cruciali è troppo grave per essere sottovalutato, in ragione delle sue conseguenze economiche, giuridico-sociali e psicologiche.

I report sanitari devono integrarsi con considerazioni svolte da esperti in campo giuridico ed economico-sociale. I report scientifici posti alla base di misure limitative di diritti e libertà fondamentali – con effetti sull’economia pubblica e sul benessere sociale – devono reggere alla prova del giudizio sulla proporzione delle misure stesse: il giudice che un domani dovrà valutarne la legittimità, nel quadro dei principi costituzionali, si domanderà se si è trattato di misure effettivamente necessarie e idonee allo scopo. Cercherà una risposta nella scienza – nei dati che erano a disposizione dei decisori politici – e valuterà se e fino a quale momento la cautela nell’adozione delle misure è stata ragionevole o meno. Ricorrendo al parere della comunità scientifica, i giudici potranno un domani indagare l’affidabilità dei report commissionati o comunque impiegati. Anche per questo è fondamentale il rispetto delle questioni di metodo qui richiamate.

È comprensibile che i politici propendano per scelte fortemente precauzionali, derivanti dagli scenari peggiori. Questo atteggiamento difensivo li protegge da critiche nell’immediato e da responsabilità nel futuro. Il prezzo da pagare va però valutato in termini di conseguenze economiche e sociali, che sono spesso relegate in secondo piano, mentre andrebbero tenute in dovuto conto nella formulazione di ogni modello. Per questo l’integrazione e la sinergia dei saperi e delle competenze è ora quanto mai raccomandabile.

 

[Questo articolo è scritto insieme a Carlo La VecchiaUniversità di Milano, Enrico Pira Università di Torino, Francesco S. Violante Università di Bologna.]

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