Rivista il mulino

Content Section

Central Section

immagine
  • Condividi Condividi
  • Stampa Stampa
Send to Kindle
Dal numero 2/20
Socialdemocrazia e sinistra liberale
rubrica
  • Culture

Questo saggio è il rifacimento di una relazione tenuta nella sesta edizione del Festival di storia del 900 (Forlì, 23-26 ottobre 2019). Il titolo del festival era: «La socialdemocrazia è morta?»; quello della sessione cui ho partecipato: «La Terza Via e i conti con il liberismo». Il primo titolo, se togliamo il punto interrogativo, si riferisce a una notizia «grossolanamente esagerata», avrebbe detto Mark Twain. Il secondo è ambiguo e dovrebbe essere riformulato così: «La sinistra di fronte alla fase attuale del capitalismo: globalizzazione e rivoluzione tecnologica». Si tratta di una fase «liberale di destra» dal punto di vista economico (di qui il termine solo italiano di «liberismo», equivalente a quello internazionale di «neoliberalismo») che si contrappone alla fase «liberale di sinistra» dei trent’anni successivi alla Seconda guerra mondiale. L’espressione rievocata da Giddens e Blair, «Terza via», la eliminerei del tutto perché genera solo confusione, come cercherò di mostrare alla fine di questo saggio.

Gli storici partecipanti al convegno hanno illustrato le origini e la grande varietà delle «socialdemocrazie nazionali» a partire dalla fine dell’Ottocento e soprattutto nel periodo del loro grande successo, dopo la Seconda guerra mondiale. Come economista, attento soprattutto alle politiche economico-sociali che esse perseguirono, non posso che constatare la somiglianza dei programmi da loro adottati e metterle tutte in un’unica grande categoria. Di più: sempre sulla base della somiglianza programmatica, metterei nella stessa categoria anche partiti, movimenti e governi provenienti da eredità ideologiche diverse da quella socialista, in particolare da quella liberale e da quella cristiano/cattolica. E definirei questo contenitore ampliato come «liberale di sinistra».

Alle origini, certamente, le socialdemocrazie non erano liberali e la fatica del socialismo a liberarsi del messaggio marxista nella sua versione rivoluzionaria è già evidente nel Bernsteindebatte (se n’è discusso nello stesso Festival di due anni fa: si veda il mio A proposito di libertà e eguaglianza, «il Mulino», n. 1/2018, pp. 23-31). Né lo erano i partiti e i movimenti a fondamento religioso, soprattutto quelli cattolici. Ma nel secondo dopoguerra il discrimine anticomunista e la piena accet- tazione di un’economia di mercato – del capitalismo, dunque – credo giustifichi questa definizione larga. La casa liberale è molto accogliente e non solo tollera, ma stimola, una forte tensione interna: il libro di Edmund Fawcett (Liberalism. The Life of An Idea, Princeton University Press, 2018) illustra come meglio non si potrebbe l’ampiezza di questa concezione normativa e il conflitto tra i due orientamenti di fondo che in essa si combattono, tra fondamentalismo di mercato (laissez faire) ed estensione di diritti e benessere al maggior numero possibile di cit- tadini. Dopo la fine della guerra, esclusa l’Unione Sovietica, nelle due potenze liberali vittoriose, Stati Uniti e Regno Unito, era prevalente il secondo orientamento, che venne rapidamente diffuso anche a quelle sconfitte. Di qui il predominio trentennale, al di qua della cortina di ferro e in Giappone, del «liberalismo di sinistra».

Cominciamo dal liberalismo in generale, dalle sue idee di fondo. Fawcett ne dà un elenco che mi convince e che riformulo così: il conflitto politico, morale e materiale non può essere annullato nella società, ma solo temperato e «addomesticato» come competizione potenzialmente progressiva. Libertà individuale e competizione possono dar luogo a un continuo progresso in tutti gli ambiti della vita umana, materiali e morali. Il rispetto delle libertà politiche, economiche e culturali dei singoli individui, quali che siano le loro credenze o condizioni sociali, deve essere garantito dalla legge. Tra le libertà che devono essere assicurate va inclusa la libertà economica, intesa come garanzia della proprietà privata e della libertà d’impresa. Ultima e fondamentale idea: un’ostilità di principio per ogni potere che sovrasti gli altri, incontrollato, sia questo d’origine politica, economica o sociale/culturale. Un’evoluzione storica bisecolare – che ha conosciuto momenti di rgreessione drammatici: guerre tra Paesi, gravi conflitti politici e sociali all’interno di essi, veri e propri crimini contro l’umanità – ha condotto un numero limitato di nazioni a un’espansione e una difesa delle libertà e dei diritti individuali nel contesto di ordinamenti politici liberal-democratici. Dunque ha condotto agli assetti costituzionali dello Stato di diritto e a una rule of law applicata sia ai privati cittadini, in forma individuale o corporata, sia allo Stato stesso e alle sue istituzioni. E ha condotto a una democrazia rappresentativa a suffragio universale, a partiti che competono senza ostruzioni per il voto dei cittadini, a governi legittimati da regole di maggioranza comunemente accettate.

 

[L'articolo completo, pubblicato sul "Mulino" n. 2/20, pp. 295-307, è acquistabile qui

:: per ricevere tutti gli aggiornamenti settimanali della rivista il Mulino è sufficiente iscriversi alla newsletter :: QUI