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Sorvegliare e istruire
rubrica

Interno borghese evocato da piccoli dettagli (libreria disordinata con metodo, riproduzione di un Kandinskij alla parete). Ora indefinita del mattino. Un computer non di ultimo modello sulla scrivania. Inquadratura da "piano americano" con taglio all’altezza delle ginocchia, tipica del cinema western.

- Professore: «Volgiamo ora l’attenzione alle trasformazioni che hanno seguito la Seconda guerra mondiale. Mi saprebbe parlare dell’origine delle Nazioni Unite?»

Contro-piano a mezzo busto. Universitario in camicia non stirata, sguardo fisso verso lo schermo.

- Studente: «La definizione Nazioni Unite venne usata per la prima volta da Winston Churchill citando una frase di Lord Byron nel Pellegrinaggio del Cavaliere Arold che utilizzava il termine riferendolo agli alleati nella battaglia di Waterloo».

La telecamera indietreggia e l’inquadratura si allarga. A fianco dello Studente, compare in posizione defilata un Altro Studente. Ha registrato la domanda del Professore con l’assistente vocale dello smartphone e non ha avuto nemmeno bisogno di indugiare oltre il primo risultato. Sta mostrando la voce “Storia delle Nazioni Unite” su Wikipedia dallo schermo da 6.5 pollici di ultima generazione.

Ripresa sul Professore, di spalle in campo medio. Braccia allargate con aria stupefatta, capo chinato di lato, atteggiamento titubante.

- Professore (borbottando): «Un erudito? Un impostore? Lode o frode?»; (a voce alta): «Diciotto! E avanti il prossimo».

Questa distopica rappresentazione dev’essere apparsa in sonno ad alcuni solerti agenti dell’accademia nostrana. Ma le nuove sorveglianze sono sopravvissute al risveglio. Di fronte a una situazione senza precedenti, che ha richiesto un inaudito sforzo collettivo di rimodulazione e puntellamento delle tre colonne portanti della cosa pubblica – sanità, giustizia, istruzione – l’accademia si è trovata a fronteggiare, tre le mille altre impellenze, l’acrobatico sforzo di assicurare la regolarità degli esami. Il tutto senza essere frodata.

Scena e sceneggiatura traggono spunto dalle «Indicazioni operative per lo svolgimento degli esami a distanza» di vari atenei, facilmente compulsabili on line. La lettura è, a dir poco, scoraggiante. Il Professore appare, nemmeno troppo in filigrana, come un formulatore seriale di questionari precompilati; un esperto di schede perforate che tratta le nozioni acquisite come il punto di arrivo, e non di partenza, per la valutazione. Lo Studente, ridotto a sua volta a semplice macchina mnemonica, si presenta come un criminale in pectore, il cui ultimo obiettivo non è l’apprendimento, ma l’audace conquista di un trentesimo sofisticato.

Neanche un po’ di fantasia, o di recupero di una sana dimensione storica. La storia, si sa, è magistra vitae. Nel diritto romano arcaico chi sosteneva di esser stato derubato aveva il diritto di entrare in casa del ladro per una sorta di perquisizione volta a scovare la refurtiva. Per evitare che recandovi egli stesso il corpo del reato desse sostanza alla calunnia, doveva però entrare seminudo, con appena un filo avvolto intorno e un piatto nelle mani. Della quaestio lance licioque – così si chiamava – fu detto dal noto giureconsulto Gaio che ridicula est. Chissà quanto gaio sarebbe stato Gaio, nel tempo degli esami on line e dei metodi per evitare gli illeciti suggeriti, o praticati, dai suoi colleghi contemporanei.

Ma concedeteci un attimo di serietà, ché non c’è nulla di più serio di un bel gioco. Domandare un inquadramento periscopico di un ambiente prima di cominciare una sessione di esame non è solo una perdita di tempo – l’Altro Studente dell’incubo del nostro Professore si sarà, frattanto, chinato sotto il tavolo, per riemergere furtivamente dopo il passaggio dell’occhio telematico – ma è anche una palese violazione della tutela dei dati personali (finanche sensibili, perché dall’ambiente in cui si vive possono dedursi: opinioni politiche, orientamenti sessuali e persino informazioni sullo stato di salute).

Non appare dunque un caso che, lo scorso 26 marzo 2020, l’Autorità garante per la privacy abbia avvertito l’esigenza di specificare alcune linee guida sul tema. In esse, dopo avere rammentato che, nel contesto della didattica a distanza, scuole e università sono autorizzate a trattare i dati di docenti, alunni, studenti e genitori senza doverne richiedere il consenso, si ricorda altresì come un simile trattamento trovi un limite nei rischi per i diritti e le libertà degli interessati. Il principio informatore è quello della c.d. «minimizzazione dei dati», ai sensi del quale i medesimi devono essere «adeguati, pertinenti e limitati a quanto necessario rispetto alle finalità per le quali sono trattati» (cfr. l’art. 5, par. 1, lett. c del Regolamento generale sulla protezione dei dati personali (Ue) 2016/679). Quanto riportato vale «sia in fase di attivazione dei servizi, sia durante l’utilizzo degli stessi da parte di docenti e studenti (evitando, ad esempio, il ricorso a dati sulla geolocalizzazione, ovvero a sistemi di social login che, coinvolgendo soggetti terzi, comportano maggiori rischi e responsabilità)» (così le linee guida riportate). Tale principio assume particolare rilievo nel caso del ricorso a  piattaforme "generaliste" come quelle attualmente in uso per gli esami in modalità remota (Microsoft Teams ecc.).

C’è però un rilievo più ampio: interpretare in un momento così eccezionale l’Accademia come sorveglianza, richiedere di ispezionare l’ambiente circostante o di tenere in vista le mani durante un’interrogazione, ci sembra faccia a pugni con la dignità propria della funzione d’istruzione, non solo ai sensi della “normativa vigente”. I nostri studenti non (ci) sono mai apparsi così responsabili, partecipi, maturi. Hanno affrontato, da Nord a Sud, una radicale rivoluzione del lavoro di comprendere. Pretendere che lo studente faccia l’esame bendato, come pure pare sia emerso nei dibattiti alati sulle modalità dell’esame online, non merita commento e infatti non lo commenteremo.

Au revoir privacy, good bye tutela dei dati personali sì, ma non solo. Nella pretesa sorvegliante c’è una traccia, forse inconscia e perciò ancor più perniciosa, di un dispositivo di «penetrazione, fin dentro ai più sottili dettagli dell’esistenza, del regolamento»; non è un caso se storicamente fu proprio lo «stato di peste» la prova massima per saggiare «idealmente l’esercizio del potere disciplinare» (le citazioni sono tratte da M. Foucault, Sorvegliare e punire, trad. it. Einaudi, 1993, p. 216 ss.).

C’è un’accademia che ci piace e alla quale siamo orgogliosi di appartenere. Quest’accademia sta pagando un prezzo altissimo allo stato d’eccezione conseguente alla pandemia ed è la scomparsa della fisicità. I professori conoscono la rilevanza del corpo e riconoscono dallo sguardo degli studenti se l’attenzione è desta. La prossemica, il gesto nello spazio, serve alla trasmissione del sapere non meno della parresia, il parlar franco. Un’accademia che non ne fa esperienza è un’accademia monca. Un’accademia in cui la sorveglianza prevale sull’istruzione è addirittura muta.

Sorvegliare o istruire? A noi l’ultima parola.   

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