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Katyń e la memoria rimossa
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  • Memoria /memorie

Il 7 maggio, giorno in cui si festeggia in Russia la vittoria sovietica contro il nazismo, nella città di Tver’ la polizia, su ordine della Procura, ha rimosso due targhe commemorative che erano state sistemate sulla facciata del vecchio palazzo della polizia segreta nel 1991. La prima era dedicata “alla memoria dei torturati” che, fra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta del secolo scorso, erano passati nelle mani dei militi dell’Nkvd proprio in quel palazzo, prima di essere uccisi o inviati in uno dei campi del Gulag. La seconda, invece, era dedicata “alla memoria dei polacchi del campo di Ostaškov, uccisi dall’Nkvd di Kalinin (come allora si chiamava Tver’, in onore del primo presidente dell’Urss). Come monito per il mondo”.

A Ostaškov erano stati 6.300 i soldati polacchi che la polizia segreta di Kalinin aveva eliminato tra l’aprile e il maggio del 1940 nelle proprie prigioni, insieme a circa altri 16.000 ufficiali e sottufficiali rinchiusi nei campi di prigionia di Kozel'sk e Starobil's'k. La maggior parte degli uccisi proveniva da Kozel'sk ed era stata condotta nella foresta di Katyn’, che rimase da allora il nome simbolo di questo terribile crimine.

Fu soltanto tre anni dopo, nell’aprile 1943, che i soldati della Wehrmacht (la Germania aveva aggredito l’Urss con l’Operazione Barbarossa nel giugno 1941), su indicazione di gente del luogo, trovò nella foresta di Katyń una fossa comune dove erano stati ammucchiati circa tre-quattromila ufficiali ancora in uniforme e con i documenti di identità. La propaganda nazista cercò di sfruttare la notizia, che spinse il governo polacco in esilio a Londra, guidato dal generale Sikorski, a chiedere alla Croce Rossa internazionale una commissione d’inchiesta, mentre i sovietici sostennero che i prigionieri polacchi erano stati utilizzati per lavori di costruzione ed erano stati catturati dai tedeschi nell’agosto 1941.

La Commissione internazionale, voluta dalla Germania sotto l’egida della Croce Rossa, guidata da un anatomopatologo svizzero, svolse il proprio lavoro senza troppe difficoltà e concluse all’unanimità (vi prendeva parte anche il medico italiano Vincenzo Maria Palmieri, professore di Medicina legale all’Università di Napoli) che i responsabili non potevano che essere i sovietici, sulla base dei riscontri trovati sui cadaveri e nella flora circostante che stabilirono senza equivoci una data non superiore ai tre anni e non inferiore ai due.

L’Urss, naturalmente, impegnata nella difesa dall’invasione nazista (il ritrovamento si situa tra la vittoria nella battaglia di Stalingrado, nel febbraio 1943, e la battaglia di Kursk, nell’agosto, che fu lo scontro più violento tra carri armati della storia) negò ogni addebito e giunse anzi, nella preparazione del processo di Norimberga, a chiedere che fosse inserito nei «crimini di guerra» tedeschi anche il massacro di Katyń: richiesta ignorata dagli alleati angloamericani che ben sapevano – perché avevano intercettato e decrittato le comunicazioni naziste dell’epoca – come i responsabili fossero proprio i sovietici e non potevano rischiare di mettere in discussione tutto l’impianto accusatorio di Norimberga con una falsità così grandiosa come quella che i sovietici volevano rendere verità giudiziaria.

Il compromesso sulla Polonia raggiunto dai tre grandi (Churchill, Roosevelt, Stalin) nella conferenza di Yalta e poi a Potsdam (dove era presente Harry Truman, essendo Roosevelt morto nell’aprile del 1945) segnò il destino della Polonia che cadde inevitabilmente sotto il controllo dell’Urss e del Partito operaio unificato polacco. Questo impedì che si potesse discutere ulteriormente, e pubblicamente, sulla vicenda di Katyń. I sovietici avevano messo su nel 1945 una propria commissione che era giunta alla conclusione della responsabilità tedesca e continuarono con minacce e una forte pressione propagandistica (in Italia il dottor Palmieri venne accusato apertamente dai comunisti, con particolare veemenza da Mario Alicata, di essere un traditore fascista che era stato al soldo della Germania: più tardi, tra il 1962 e 1963 fu anche, per qualche mese, sindaco democristiano di Napoli) a sostenere la propria versione. Accuse e smentite si susseguirono per tutta la durata della guerra fredda, come del resto avvenne sulle notizie relative ai campi sovietici del Gulag.

La posizione ufficiale dell’Urss, del governo comunista polacco e dei partiti comunisti rimase a lungo quella del diniego di ogni responsabilità sovietica, anche se con il tempo venne espressa sempre più raramente e con minor veemenza. In Polonia negli anni ’70 l’opposizione iniziò a dibattere anche pubblicamente la questione, subendo censure e arresti e il movimento Solidarność nel 1981 eresse un monumento alle vittime di Katyń che venne rapidamente smantellato dalle autorità e trasformato con una dedica “ai soldati polacchi vittime del fascismo hitleriano”.

Le cose cambiarono con l’avvento al potere a Mosca di Michail Gorbačëv che, nell’ambito del suo programma riformatore e sull’onda della parola d’ordine della glasnost’ (trasparenza nel raccontare la verità), dette impulso alla ricerca di una verità che potesse essere pubblicamente annunciata e confermata. Nel 1987 una commissione mista polacco-sovietica iniziò a investigare sui momenti più tesi e controversi della storia dei rapporti fra i due paesi e diversi studiosi iniziarono ad ammettere, nel 1989, la diretta partecipazione di Stalin e Berja nella organizzazione del massacro. Lo stesso Gorbačëv permise a un folto gruppo di polacchi di recarsi a Katyń per ricordare i propri defunti e qualche mese dopo ammise pubblicamente la responsabilità dello stato sovietico e attribuì ufficialmente l’azione all’Nkvd. Numerosi documenti vennero inviati alla Polonia e al loro presidente democraticamente eletto Lech Wałęsa, tra cui la proposta di Berja del marzo 1940 di giustiziare 25.700 soldati polacchi (di cui oltre ottomila ufficiali) nei campi di Kozel'sk, Starobil's'k e Ostaškov, controfirmata da Stalin, e una lettera inviata a Chruščëv nel 1959 in cui gli veniva chiesto se era opportuno distruggere tutta la documentazione esistente su Katyń.

Nel 1991 il Procuratore generale dell’Urss mise sotto accusa il generale P. K. Soprunenko, all’epoca comandante del Dipartimento prigionieri di guerra dell’Nkvd, ma in seguito, data la sua età avanzata e una conclamata malattia incurabile, decise di soprassedere. Nel 2004, durante la visita del presidente polacco Kwaśniewski a Mosca i russi promisero che avrebbero inviato in Polonia tutti i documenti una volta declassificati. Da allora, in realtà, si è svolta una continua battaglia per ottenere/negare la documentazione che si è intrecciata alla richiesta polacca di considerare il massacro di Katyń un genocidio e alla risposta russa che i responsabili erano ormai tutti morti e non vi era alcuna possibilità di svolgere sulla vicenda alcun procedimento giudiziario. Il rifiuto di consegnare la documentazione è stato condannato nel 2013 dalla Corte di Strasburgo, che ha ritenuto inammissibile la sospensione dell’inchiesta iniziata nel 1990.

Putin, che nel 2010 aveva reso omaggio ai caduti di Katyń insieme al primo ministro polacco Donald Tusk (l’allora presidente polacco Lech Kaczyński morì in un incidente aereo mentre si recava alla cerimonia), ha deciso quest’anno, proseguendo la sua battaglia di anestetizzazione della verità storica in Russia, di rimuovere le targhe in ricordo dei polacchi uccisi a Katyń e delle vittime della repressione staliniana: forse avendo in mente i sondaggi che hanno dato nel 2019 la popolarità di Stalin (e cioè il suo essere un personaggio «positivo» per la storia russa) al 71%. L’obiettivo di Putin è di fondare la memoria pubblica in Russia solamente sugli aspetti positivi di ogni periodo del suo passato, espungendo così, con atti simbolici o anche molto concreti (il rifacimento dei libri di testo di storia, la censura continua, l’accanimento contro le associazioni che si occupano della memoria «nera» dello stalinismo), tutto quello che non permette di rafforzare un’immagine esaltante e benemerita dello stato russo.

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