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I conti in tasca
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In questi giorni c’è chi si sta facendo e rifacendo i conti in tasca. I dirigenti statali, per esempio, e poi i magistrati e i professori universitari. Pare, sembra, si dice… Anzi è certo, se nel frattempo non è stato smentito. Per farla breve: chi tra di loro guadagna più di 80.000 euro lordi l’anno, dovrà lasciare allo stato il 10 per cento della parte eccedente. Se provano a piangersi addosso, pensino non ai milioni di concussi e concussori, corrotti e corruttori, evasi ed evasori, ma ai milioni di disoccupati, mai stati occupati, quasi occupati, male occupati e lì lì per non essere più occupati, che di “eccedente” hanno solo il rosso del conto in banca. Anzi, che spesso non ce l’hanno neppure, un conto, e tanto meno una banca. E poi, annuncia maschio il Calderoli, anche i parlamentari parteciperanno allo sforzo “greco” caldeggiato dal Tremonti. Lo faranno (forse) con un 5 per cento del loro compenso, non si sa bene come conteggiato. Vien da compiangerli. Ma tant’è. Devono dare il buon esempio (e non molto di più).

Per fortuna, a risollevare il nostro e il loro morale – meno il nostro che il loro –, l’Urso fa la dichiarazione che ci si aspetta da un viceministro per le Attività produttive. Che devono esserlo di sicuro, produttive, dato il tono della dichiarazione, appunto: «Ogni mese pago un mutuo di 5.600 euro, e l’altro di 2.800. Ho scommesso sulla durata del governo». Facciamo anche noi una scommessa. Scommettiamo che se sommiamo 5.600 a 2.800, e poi moltiplichiamo per 12, otteniamo 100.800 euro, ossia una “eccedenza” di 20.800 rispetto agli 80.000 lordi dei dirigenti statali, magistrati e professori universitari.

Per pudore, evitiamo invece di scommettere a quanto ammonti l’eccedenza delle Attività produttive rispetto a quelle del tutto improduttive di milioni di disoccupati, mai stati occupati, quasi occupati, male occupati e lì lì per non essere più occupati. E a questo punto anche molto preoccupati. Evitiamo poi di tirare l’ultima somma – che è quella che fa il totale, come insegna Totò –, per non ricavarne il risultato complessivo. Ossia, che a noi conviene fare la scommessa opposta a quella dell’Urso: che il governo non duri, ma proprio per niente. Concussi e concussori, corrotti e corruttori, evasi ed evasori compresi. Giusto perché non ci mettano le mani in tasca.

 

P.S. Tutto un fervor di conti è in questi giorni anche viale Mazzini, nel senso della Rai. Pare che il Masi, direttore generale, ce l’abbia fatta. Il Santoro accetta di levarsi dai palinsesti. Non ne posso più, dice, di stare in «trincea con gli avvocati». L’azienda s’è appellata in Cassazione contro la sentenza del Tribunale del lavoro che l’ha costretta a riassumere il più “criminale” dei conduttori (per dirla con l’editto bulgaro, antico ma sempre in vigore). E lui, che ha una certa età, preferisce passare alla cassa.

È qui che le cifre si rincorrono l’una con l’altra, facendosi ridda. Il Santoro si metterebbe in tasca 2.100.000 euro, cioè 700.000 per 3 (3 sono gli anni di “scivolo”, e 700.000 gli euro lordi di stipendio). Ma si sente dire che l’azienda e per suo conto il Masi arrotonderebbero a 5 o 6 milioni. E poi c’è il fatto dello share, come dicono quelli che se ne intendono. In prima serata, Raidue fatica a superare il 10 percento, mentre il giovedì quest’anno è stata in media sopra il 20, con vette del 30. C’è chi considera che in pubblicità Anno zero valga 1.200.000 euro al mese, che per gran parte scomparirebbero dal bilancio.

Ma li ha fatti bene, i conti, il direttore generale? Certo che sì. Il Santoro che si leva dai palinsesti non ha prezzo. E in ogni caso il prezzo lo paghiamo noi.

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