Rivista il mulino

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Dal numero 1/20
Piccoli italiani in Svizzera
rubrica
  • Memoria /memorie

Nel giugno del 1984, un alunno italiano di nome Matteo realizzava, presso una scuola privata italiana nel Canton Zurigo, un tema valido per il conseguimento della licenza media. Tra i titoli proposti dalla commissione esaminatrice inviata dal ministero della Pubblica istruzione, Matteo scelse quello di fantasia: Hai incontrato un extraterrestre: come sei riuscito a comunicare con lui? Quali informazioni vi siete scambiati? Che tipo di rapporto siete riusciti a stabilire? Dopodiché, spiazzando l’insegnante che si trovò a correggere il suo compito, scrisse:

Per me un extraterrestre è uno svizzero. Che incontro tutti i giorni a scuola e per strada. Io sono uno Straniero. Venuto da un altro mondo. Che è molto diverso da questo. Con idee contrarie a loro. Comunicare con lui è molto difficile. Perché non hanno il senso della ragione. Ho frequentato la loro scuola. Una cosa che mi ha molto colpito. Un rapporto non lo puoi costruire con loro, gli Svizzeri. Perché sono contrari alle idee dell’italiano. Sono volubili come il tempo. Io stesso tante volte ho fatto a botte con loro. Per insulti a me e alla patria che amo. Loro prendono in giro invece di costruire rapporti. Ma io gli ho fatto vedere chi sono gli italiani, e di che pasta sono fatti. Qui vorebbero costruire rapporti ma solo per interesse. È un popolo che ha il cuore di pietra. E si fa valere per quei soldi che fanno gola a tutti. L’extraterrestre che io ho incontrato non vuole comunicare. Non vuole aprire rapporti con gli altri. Non vuole capire. Non perché è indietro perché non c’ha interesse. Che guadagna a parlare con noi immigrati. Nessuno. Così io stesso non li voglio neanche salutare. E mi sono fatto una compagnia di italiani che parliamo e ci scambiamo le idee. Ma con gli Svizzeri non potresti fare tutto questo. Se no sei messo da parte. Ma se dio vuole dopo l’esame io me ne torno fra i miei. Cioè in Italia tra gli italiani. Amici amiche e Compagni ben amati (Italiani) da me. Anche se loro non mi guardano neanche. Ma è sempre meglio che restare qui. Almeno lì i rapporti e le idee le posso aprire e contraccambiare. Che nessuno dice niente. Ma lo stato Svizzero apre rapporti per affari e lo stesso sono gli Svizzeri. Come dice il proverbio “tale il padre tale il figlio”. Come in questo caso. Che gli svizzeri sono extraterrestri non aperti, ma chiusi. Su mille ne troverai uno disposto a contracanpiare ma io sono stanco e divento come loro piano piano (P. Barcella, Migranti in classe. Gli italiani in Svizzera tra scuola e formazione professionale, Ombre Corte, 2014, p. 84).

L’insegnante (italiana) valutò negativamente lo scritto di Matteo, liquidando la dimensione politica e sociale delle questioni che emergevano da una descrizione così amara: ogni negatività, secondo la docente, andava ricondotta alla responsabilità individuale di Matteo, ai suoi limiti di adattamento e, infine, a un presunto insieme di disturbi della personalità che avrebbero suggerito l’intervento di uno psicoterapeuta. Al contrario, chi conosce la storia dell’infanzia migrante – italiana ma non soltanto – nella Svizzera del secondo Novecento potrebbe essere tentato di considerare il tema di Matteo come una sorta di icona della condizione vissuta da decine di migliaia di piccoli stranieri in quel Paese. Del resto, la stessa presenza di scuole per soli figli di immigranti italiani nel Canton Zurigo degli anni Ottanta è indicativa dell’istituzionalizzazione di un sistema che ammetteva la separazione scolastica per appartenenza nazionale e l’esclusione di una parte dei minori stranieri presenti sul territorio elvetico dai normali percorsi di scuola pubblica frequentati dagli autoctoni.

Gli aspetti più drammatici di questa complessa storia sono stati recentemente presentati da Alessandra Rossi in un docufilm trasmesso nell’ottobre scorso da Rai 3 e intitolato Non far rumore. La storia dimenticata dei bambini nascosti (reperibile su RaiPlay). Testimoni e protagonisti del documentario sono figli di lavoratori italiani che, nel secondo dopoguerra, si trovavano in Svizzera come stagionali. Lo statuto dello stagionale venne messo al centro delle polemiche politiche già dagli anni Cinquanta e divenne oggetto di diversi studi, pamphlet, film o documentari, come Lo stagionale di Alvaro Bizzarri (1972). Tale statuto non riconosceva infatti ai migranti il diritto al ricongiungimento famigliare, cosicché decine di migliaia di lavoratrici e lavoratori con quel tipo di permesso di soggiorno trascorsero diversi anni nella Confederazione con l’obbligo di lasciare la famiglia e i figli nei luoghi d’origine. La precarietà lavorativa, la tendenza diffusa a immaginare un rientro appena si fosse accumulata la ricchezza necessaria per acquistare una casa o un terreno in Italia, l’ostilità provata da buona parte della popolazione elvetica nei confronti degli immigrati dalla Penisola favorivano ulteriormente la separazione tra genitori e figli.

Uno degli elementi cruciali della strategia migratoria propria di chi si dirigeva verso la Confederazione era dunque lasciare i bambini al paese, presso nonni o zii disponibili a occuparsene. Talvolta, però, l’assenza di alternative obbligava le lavoratrici e i lavoratori stagionali a portare clandestinamente i bambini in Svizzera, tenendoli con sé senza documenti. Il timore di essere sorpresi dalla polizia – evento che poteva comportare il rimpatrio forzato dei bambini – diventava così un fantasma che accompagnava le giornate di quelle famiglie. I bambini venivano allora tenuti chiusi in casa – spesso con una chiave appesa al collo per consentire loro di aprire, uscire e abbandonare l’appartamento in caso di eventi particolari (da cui una delle espressioni con cui si ricordano quei piccoli migranti: “bambini della chiave”) – con un’indicazione precisa: non fare rumore, per evitare di essere scoperti dai vicini ed eventualmente denunciati presso gli uffici della polizia degli stranieri.

 

[L'articolo completo pubblicato sul "Mulino" n. 1/20, pp. 147-153, è acquistabile qui

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