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Dal numero 1/20
Intervista a Victoria de Grazia
rubrica
  • Culture

Per iniziare, ci potrebbe raccontare qualcosa delle sue origini famigliari e della sua formazione intellettuale? Quanto ha influito il contesto in cui è nata e cresciuta con la scelta dei suoi studi e delle sue linee di ricerca? Quali sono stati i suoi modelli culturali di riferimento?

Il contesto famigliare è importante per tutti, anche se, ovviamente, è crescendo che si cominciano a capire meglio le proprie origini. E, al tempo stesso, a prendere un po’ le distanze, così da valutare la famiglia anche come struttura storica. Ma non voglio divagare e vengo alla domanda. Da parte di mio padre la famiglia è di origine siciliana, mio nonno paterno infatti era di Licodia, un piccolo paese della provincia di Catania. Era un musicista, politicizzato, insofferente alle autorità siciliane – tanto che emigrò anche a causa di un “incidente”… con il suo clarinetto aveva rotto un dente al sindaco durante uno scontro per motivi politici! Una volta giunto a New York riprese a suonare e formò una band, con cui girò gli Stati Uniti in lungo e in largo. A Chicago conobbe e sposò mia nonna, anche lei di origini siciliane ma nata negli Stati Uniti e dunque già molto americanizzata. Ebbero quattro figli maschi, tra cui mio padre Alfred. Quattro ragazzi molto intelligenti, che studiarono all’Università di Chicago e divennero intellettuali e attivisti, impegnati nelle scienze sociali e politiche ma anche, insieme a mio nonno, nelle politiche di riforma della città. Crebbero dunque in una famiglia forte, italoamericana, in un contesto politicizzato, in pieno New Deal. Uno slancio ideale, riformista, che stranamente mi appartiene ancora oggi, insieme a radici profonde in una bellissima città liberal della costa Est come Chicago.

Anche i miei genitori si conobbero lì. Mia madre, Jill Oppenheim, nata a New York da una famiglia tedesca di origine ebraica, incontrò mio padre all’Università di Chicago. Io sono nata e cresciuta in questo ambiente che si apriva al mondo del dopoguerra con curiosità, fermento, ma anche con un grande carico di conflittualità. Credo che questa conflittualità, già presente nella mia famiglia, sia un aspetto decisivo nella mia formazione, sia in una prima fase della storia della mia famiglia – mio padre è stato in guerra, ha partecipato a campagne in Nord Africa, in Italia (dove ha preso parte anche alla battaglia di Monte Cassino), poi in Francia e infine in Germania – sia più tardi, quando mio padre si è fatto coinvolgere in prima persona nella Guerra fredda contro l’Unione Sovietica e nella lotta al comunismo, mentre mia madre, in quanto ebrea tedesca newyorkese, era tendenzialmente comunista, anche se in modo un po’ blando. Certo è che in famiglia era presente un forte interesse sia per la politica sia per i rapporti sociali. In definitiva, se provo a guardarla da lontano, vedo una famiglia un po’ sopra le righe oltreché, anche per quell’epoca, decisamente numerosa, con i suoi sette figli.

Un’altra caratteristica che ha segnato la mia storia famigliare è stata l’abitudine a viaggiare di frequente. Infatti ci si muoveva spesso, specie per seguire gli incarichi di mio padre, sia negli Stati Uniti – che abbiamo attraversato più volte – sia in Europa.

Il primo contatto con l’Europa l’ho avuto nel 1960, tre anni dopo i miei genitori decisero di trasferirsi con tutta la famiglia in Italia. In quegli anni, per la verità più negli Stati Uniti che in Italia, capitava di lasciare casa molto presto e di diventare sufficientemente autonomi già a diciassette o diciotto anni. Si iniziava l’università – o si andava a lavorare – e si viaggiava. Sono rientrata negli Stati Uniti e ho frequentato lo Smith College, dove mi sono laureata nel 1968. La mia è stata una giovinezza contraddistinta da scuole pubbliche molto rigorose, femminili – perché allora, tranne le grandi università pubbliche, negli Stati Uniti vi era una segregazione netta tra uomini e donne – e segnata a più riprese dai contatti con l’estero, con l’Europa e soprattutto con l’Italia. In definitiva, devo riconoscere che la possibilità di avere un contatto tramite la mia famiglia con il mondo intellettuale è stata senz’altro molto importante, grazie alle scelte di mio padre, il quale, tra l’altro, aveva rapporti anche con i fondatori del Mulino e con tutto un certo côté sociologico e politologico europeo.

 

[L'intervista completa, curata da M. Eleonora Landini e pubblicata sul "Mulino" n. 1/20, pp. 133-140, è acquistabile qui]

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