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E ora, tutti con Sleepy Joe
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Dopo il successo nel secondo Super Tuesday, Joe Biden si sta avviando verso la nomination per sfidare Trump a novembre. È successo tutto nell’arco di qualche giorno: per mesi i centristi del Partito democratico erano tutt’altro che convinti della sua candidatura, tanto da schierare una mezza dozzina di altri candidati nella speranza che qualcuno potesse emergere, e la prima tornata di primarie in effetti avevano confermato questa sensazione. Solo dopo la vittoria in South Carolina e il delinearsi di una sfida a due con Sanders, sono fioccati gli endorsement della nomenklatura del partito. Da quel momento in poi, per Biden sono arrivate vittorie su vittorie.

È certamente strano che un candidato che, per esser generosi, faticava a generare supporto ed entusiasmo (tanto da essere ribattezzato Sleepy Joe) sia riuscito a ribaltare il tavolo così velocemente. Molti sono stati i fattori in gioco: innanzitutto il potere infrastrutturale del Partito e la forza della sua macchina elettorale, che, soprattutto al Sud, è riuscita a mobilitare il voto nero, i cui rappresentanti sono storicamente cooptati nell’establishment. In secondo luogo, la capacità di sfruttare alla perfezione il momentum delle prime vittorie. Ma un fattore determinante nel generare questi risultati è stata l’electability, ossia la capacità (percepita) di battere Trump.

Molto naturalmente si può dire sulla debolezza della campagna di Sanders, che si basava su un mai realizzatosi aumento dell’affluenza, soprattutto tra i più giovani. Eppure, in termini di proposta politica, a differenza di quattro anni fa, il messaggio di Bernie è vincente: le sue idee sono condivise dalla maggioranza dell’elettorato democratico, a cominciare dalla riforma sanitaria. Una proposta sulla quale solo qualche giorno fa Biden ha dichiarato che avrebbe messo il veto presidenziale se mai fosse passata al Congresso. Eppure Biden ha preso (anche) i voti di chi supporta la Medicare for All. Non solo: ha preso (anche) il voto di chi sembra preferire un sistema socialista (non meglio definito) all’attuale capitalismo. Come spiegare questa contraddizione? Semplicemente, in cima alle preferenze degli elettori democratici vi è la volontà di sbarazzarsi di Trump. Il presidente, lo sappiamo, è figura controversa ed estremamente divisiva e ha contro un'opposizione feroce. Per molti americani, a cominciare ovviamente dagli elettori neri, è il male assoluto – e dunque la scelta elettorale si basa su una scelta di vita o di morte: primum vivere, dehinde philosophari. Meglio un candidato che abbia chance di farcela a novembre che non proposte politiche che possono piacere di più – ecco il senso della electability.

La narrativa dominante – pompata dai media e abbracciata chiaramente dagli elettori democratici – è che Biden sia il candidato con più possibilità di vincere le elezioni. Una percezione basata sul classico refrain che i candidati radicali non possono vincere, come dimostrerebbe la storica sconfitta di McGovern nel ’72. L’esempio è calzante ma fuorviante, se non calato nel giusto contesto. Le candidature moderate sconfitte senza appello sono anche più numerose: Mondale nel 1984 perse anche peggio di McGovern; e per un Bill Clinton vincente abbiamo le sconfitte di centristi come Dukakis, Gore, Kerry. Obama, la cui campagna si presentava come piuttosto radicale (anche se poi la presidenza fu fortemente moderata), vinse a mani basse, mentre la moderatissima Hillary perse proprio contro il radicale Trump. Eppure di questi esempi non si accenna mai sui media mainstream.

Non solo: Biden soffre di molte delle debolezze che portarono alla sconfitta della Clinton, che i democratici tuttora rifiutano di analizzare. Ha una storia politica tutta favorevole al libero-scambio, ha sostenuto la guerra in Iraq, si è battuto per tagliare i servizi sociali alle fasce più debole della popolazione. Se è vero che gli iscritti al Partito democratico non trovano che questi siano problemi, non è detto che l’elettorato nel suo complesso la pensi in maniera simile. I numeri, infatti, sembrano dire il contrario: sono diversi i sondaggi che indicano come Sanders abbia più successo di Biden tra gli elettori indipendenti e più chance di battere Trump, soprattutto in alcuni stati chiave della Rust Belt – come ad esempio nel Michigan dove, invece, l’ex vicepresidente ha appena vinto le primarie. Sanders è particolarmente forte non tanto e non solo tra i tradizionali swinger voters della ormai famigerata white working class, quanto piuttosto tra coloro (i giovani, sia bianchi sia di colore) che nel 2016 non hanno votato o hanno votato per un altro partito.

In ultimo, Biden ha un potenziale problema che per ora viene sottaciuto ma che Trump – e i media suoi alleati – non esiterà a esporre. L’ex vicepresidente non solo è incline alla gaffe, ma lascia aperti molti dubbi sul suo reale stato di salute: ha confuso la moglie con la sorella, ha ripetuto più volte che era in gara per il Senato e non per la presidenza, ha dimenticato il nome di Obama; limita i suoi discorsi a cinque-sette minuti. Che questo sia un segnale di infermità non è certo, ma è un problema su cui, in privato e a volte anche in pubblico, diversi insider democratici si esprimono regolarmente, tanto da richiedere che vengano cancellati tutti i dibattiti televisivi rimanenti per evitare che Biden “si metta nei guai”. E uno dei motivi per cui la sua candidatura era inizialmente presa con diffidenza – almeno finché non è divenuto chiaro che fosse l’unica alternativa a Sanders, che, per parte dell’establishment, è il vero nemico da battere nel 2020.

Non ci sono dubbi che anche Bernie sarebbe, in caso di nomina, sottoposto a un fuoco di fila forse anche più duro – e non ci sono garanzie che sarebbe più electable di Biden. Vi è però il rischio che una vittoria centrista alle primarie riproduca una situazione speculare e opposta a quanto normalmente viene imputato alla sinistra: nominare un candidato che va bene per gli iscritti ma non per vincere le elezioni. Sarebbe ironico che questo succedesse proprio quando la maggior parte degli elettori è interessata principalmente al tema dell’electability.

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