Rivista il mulino

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Addio Camelot

rubrica

Tornare a ragionare a partire dalla legge Gelmini può sembrare un paradosso quasi nostalgico. La legge contiene, come il famoso cane giallo protagonista del romanzo di Simenon, enigmi che solo i quasi cento decreti delegati consentiranno poi di decifrare. Ma la riflessione che oggi è possibile portare avanti (sino all’ultimo bando per la valutazione della ricerca del 3 gennaio scorso) è sulla narrazione che si è articolata negli anni e sulle sue strutture retoriche. A iniziare da quella amico-nemico.

Dal ministro, la legge fu raccontata (i tempi di costruzione del racconto sarebbero interessanti) come una jihad contro i baroni universitari. Gli oppositori, all’inizio pochi e flebili, hanno invece costruito la loro narrazione non sulla difesa di un’etica orgogliosamente minoritaria, ma sulla resistenza contro un privato che stava per impadronirsi dell’incontaminato castello di Camelot. Negli anni la legge, combinata con altri provvedimenti, in realtà attribuì più potere agli ormai visconti sopravvissuti e dimezzati, mentre il privato prendeva le sembianze della nomina politica nei consigli di amministrazione e, nell’ultima espressione, di una semplificazione esasperata della rappresentanza, la figura del rettore, investito di poteri sulla scia della stagione ormai mitologica delle prime elezioni dirette dei sindaci delle grandi città.

La seconda figura è quella del riscatto e della perdita. La legge, nel racconto del ministro, diventò l’ultima crociata, dopo quella bandita da Innocenzo XI per evitare che Vienna cadesse in mano ottomana, contro un’occupazione sistematica della Terra Santa dell’ecclesia universitaria da parte dei muslims accademici, che avevano seminato in ogni più riposto angolo d’Italia manipoli di infedeli. Per chi vi si oppose, la perdita fu non dell’onore o del ruolo, ma di un’università come sede della ricerca e come riscatto di un Paese, parabola che si conclude amaramente nel gennaio di quest’anno, quando prende corpo la resa ai tribunali amministrativi. Invece di riaffermare la natura terza e indipendente della valutazione, si è andati verso una frammentazione delle rappresentanze e una polverizzazione dei prodotti scientifici.

A unire le due retoriche sono stati ragionamenti tutti quantitativi. Gerusalemme sarebbe stata liberata prima da un algoritmo – chissà che cosa ne penserebbe Torquato Tasso – fondativo di una nuova morale, quella dei requisiti minimi. Poi da un positivismo volgare che arriva al tentativo di descrivere e soppesare 36 diversi “prodotti” che costituirebbero il nuovo ventaglio di Lady Windermere per accademici più attivi delle zanzare tigre… Il sospetto che il nostro cane giallo (non quello di Simenon) forse non avrebbe impiegato tante pagine per scoprire l’assassino, e nel contempo che il ventaglio di Lady Windermere non si sarebbe richiuso in 24 ore, diventava ogni giorno meno vago.

La terza figura retorica è quella dello spreco e della ninna nanna. Nel corso degli anni l’università è diventata, nella narrazione prima di Gelmini poi della miriade di suoi successori, sinonimo di Sodoma: come nel racconto biblico, non furono trovati neanche dieci saggi per cui valesse la pena risparmiarne la condanna. La metafora biblica prenderà via via corpo, sino ad arrivare alla messa alla berlina dei costumi degli abitanti della moderna Sodoma, la cittadella universitaria, colpevoli, in una società che si dipinge come monastica, di familismo, tradimenti, dissolutezze. Lo spreco, che fu negli anni Settanta un cavallo di battaglia della contestazione universitaria, divenne una ninna nanna yiddish (forse “L’albero solo”), mentre troppi non vedevano che la fuga dall’Egitto era in realtà quella di generazioni di laureati e dottorati, e che il Mar Rosso erano le Alpi…

Il decreto legge 180 venne così implementato cercando in ogni modo di esorcizzare insieme quel che non funzionava nell’università e l’allargarsi dei Tar, sino a far divenire la scuola il vero tribunale di una nuova inquisizione, dove Il sospetto di Friedrich Dürrenmatt appariva un racconto per novizie. La rincorsa al parametro che avrebbe salvato da una corruzione che si voleva incontrollabile e tolto potere al nuovo Indice cui venivano gettati commissioni, individui e responsabilità individuali creò progressivamente un involontario blog, popolato di infiniti atti amministrativi e burocratici, tutti destinati a restare senza conseguenze, di figure inquietanti, di commissari troppo simili a quello di Der Heizer di Franz Kafka (peraltro un’autentica nuova professione offerta a docenti in cerca di un impiego fruttuoso), utili a spaventare e non certo ad ascoltare e consigliare. Finendo con il ribadire il principio che colui che non sa dare nomi alle “cose” è destinato a generare una parodia de Lo straniero. Bastava forse ricordarsi il versetto 1:28 di una Genesi non a caso scritta come ultimo libro della Bibbia. Ma altre sono le figure che dovrebbero essere almeno accennate.

Come in ogni narrazione, senza protagonisti e cori quest’abbozzo di racconto non avrebbe senso. Chi sono gli eroi e gli antieroi? Qual è il coro che la accompagna? Anche qui è possibile, con le licenze concesse a chi ha vissuto e racconta questa più che decennale epopea, accennarli per coppie antinomiche.

Gli universitari e i parlamentari. La mancanza di una profonda autocritica e l’avvio di best practices dai corsi decentrati ai concorsi in atto ha reso quasi indifendibile il castello di Camelot e i suoi avamposti. La trasmissione televisiva dei dibattiti parlamentari ha, d’altro canto, evidenziato la profonda ignoranza non tanto delle questioni tecniche e giuridiche di cui si dibatteva, ma dei fondamenti costituzionali e politici di un sistema che dovrebbe formare le élite allargate di una società moderna. Con le ancor più evidenti eccezioni, universitari e parlamentari sembravano in genere protagonisti di un film dei Blues Brothers.

La stampa quotidiana e le riviste scientifiche. Sulla stampa quotidiana solo quando la discussione è diventata uno schieramento sono comparsi i primi dubbi, sia sui luoghi comuni cui si dava corpo sia sullo scandalismo come metodo di inchiesta giornalistica. Anche in questo caso l’uso ripetitivo e ossessivo di alcune parole sembrava assolvere da ogni dovere informativo. Basti pensare all’uso del termine “cricca”. Le riviste specializzate, rifugio di un pensiero critico, o almeno così esse si raccontano, hanno seguito questa narrazione di quasi dodici anni con interventi sporadici, spesso fondati sulla difesa della propria identità e non degli “scarti” che rendono creativa ogni ricerca. È sufficiente andar a leggere la capacità e la rapidità nel trovare il nemico, e la conseguente autoassoluzione – l’improvvido 3+2 –, senza neanche domandarsi se il problema non fosse, magari, la sua quasi totale mancanza di applicazione.

I privati e le burocrazie pubbliche. I privati, Confindustria, come le singole associazioni di settore, categoria, persino di organizzazione del consenso – dai club ai Rotary – mai hanno neanche avviato una riflessione critica sull’assenza di investimenti privati nella formazione o, forse ancor peggio, sulla totale insensibilità persino nei riguardi dei rari tentativi di cambiamento che l’università aveva portato avanti. Basti pensare al destino davvero masochista riservato ai dottori di ricerca nell’impresa così come nel pubblico impiego. Le burocrazie sono rimaste, come quasi sempre accade, mute. Da quelle preposte ai controlli a quelle che dovevano dare attuazione alla legge, ciò che importava era rendere sempre meno trasparente la vita universitaria con norme, decreti applicativi, nuovi organismi, produzione di carta, quella sì terreno autentico di ridefinizione dei poteri. Comunque nessuno si è preoccupato neanche di suggerire che forse per dar corso a una buona legge occorre in primis riformare chi è addetto alla sua attuazione e al controllo – termine, questo, che fa pariteticamente venire l’orticaria ai decisori politici e agli accademici.

Certo questa è solo una narrazione, il coro e gli antieroi rimangono nell’ombra, dai rari accademici che hanno richiesto una profonda autocritica, e l’hanno avviata, agli studenti che hanno cominciato a dibattere del rapporto tra la loro formazione e le loro prospettive di vita, non solo di lavoro, e di comprensione della realtà, non solo di reddito, sino alle voci, davvero roche, che hanno provato a mettere in discussione la natura quantitativa e astratta delle argomentazioni (astratta persino per un mercato del lavoro che, lungi dall’essere il mistico luogo dell’incontro tra domanda e offerta di formazione, è in mano a oligarchie, ovviamente conservatrici e nemiche di qualsiasi forma di innovazione). Allora forse all’estero si va da più di un decennio perché questa è la Ramallah in cui si piomba, quando si finiscono gli studi universitari.

La narrazione tuttavia non è finita, le maschere possono cadere e la struttura di un racconto, che è davvero quello di una commedia dell’arte, cambiare. Sarebbe sufficiente che al posto dell’algoritmo che solleva tutti dalla responsabilità si accettasse che responsabilità individuale e una valutazione della qualità lasciata a un ente terzo diventino le regole ferree di un nuovo, più consolatorio racconto. Ma questo nuovo racconto ha il suo incipit obbligato nel 2007, quando l’università è stata riempita di contromisure contro un nemico (visibile o invisibile, reale o immaginato, basta che si paventi esista), e non di dubbi cartesiani ma di sospetti, perché la cultura delle rendite è davvero quella dominante, nella politica come nelle professioni, non solo nell’università, e chi vuole cambiare, anche solo per disperazione, proprio come a Ramallah dovrebbe sovvertire le regole di vita quotidiana.

E l’ultimo, quasi surreale documento, La valutazione della ricerca scientifica 2015-2019, che l’Anvur ha voluto e scritto, prepara in realtà la strada a disavventure simili a quelle di Basmackin e del suo cappotto e condensa tutta la storia che si è appena accennata. O forse, più semplicemente, è l’esito della paura e della diffidenza che percorrono tutte le vicende, i personaggi, le carte di questi dodici anni. Mésurer la réputation è possibile, non solo per tanti studiosi da Iser a Dubois. Ma certo senza fomentare e soprattutto legittimare assurde paure nei confronti della responsabilità individuale e del suo esercizio, senza creare infinite tipologie di decisori e di prodotti, senza distribuire, anzi disperdere, giudici e oggetto del giudizio: non è certo questa né la procedura né l’oggetto di un lavoro che si vorrebbe scientifico. Linneo fu davvero un grandissimo, ma viveva a Uppsala e morì nel 1778! Catalogare oggi come allora significa non aver neanche sfiorato il sarcasmo che George Bernard Shaw ci restituisce di quella pretesa, facendone la parodia, e coinvolgendo persino il più radicale nemico del positivismo volgare, Nietzsche, nel suo Uomo e superuomo.

Non accettare il rischio della responsabilità individuale e del giudizio di qualità, senza rincorrere tutte le armi per limitarne i danni se e quando venisse mal utilizzato, mette in discussione la formazione di cittadini, prima che di portatori di saperi esperti, facendone una chimera e confinando gli universitari a vivere in zone grigie, troppo simili a quelle che hanno accompagnato l’avvento dei fascismi in Europa, e forse non solo. Tacere oggi significa accettare domani una corresponsabilità.