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L’uso dei fondi europei per il Mezzogiorno
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Alla fine del 2019 al Consiglio europeo si sono avviate le interlocuzioni tra i Paesi membri dell’Unione sul quadro finanziario pluriennale che determinerà il bilancio europeo per i prossimi sette anni. Tra le scelte su come destinare i 1.200 miliardi di euro alcune sembrano essere molto svantaggiose per il nostro Paese e in particolare per il Sud. Secondo le previsioni verranno ridotte del 12% le risorse per le politiche agricole (Pac) e del 6% (ma qualcuno stima si possa arrivare al 10%) quelle per le politiche di coesione.

La riduzione dei finanziamenti renderà necessario costruire con urgenza politiche in grado di garantire, a parità di investimenti, maggiori impatti sociali ed economici. Per quanto l’Italia risulti essere il secondo Paese per attribuzione di risorse della politica di coesione – secondo il report sull’Impatto della Politica di Coesione in Europa e in Italia realizzato dall’Ufficio Valutazione Impatto del Senato – è al tempo stesso all’ultimo posto per quanto riguarda la valutazione di impatto. I motivi sono riconducibili a tre questioni principali: la qualità delle istituzioni a livello locale, dotate di scarse risorse progettuali e con bassissimo livello di partecipazione pubblica alla programmazione; l'eccessiva enfasi sui trasferimenti europei, vissuti come parte strutturale del bilancio e, infine, l'elevata frammentazione degli interventi, senza una vera e propria visione di crescita. Letto dalle tabelle di valutazione, il nostro Mezzogiorno si presenta come incapace e inadatto alle sfide europee.

Per fortuna, però, sembra esistere anche un altro Sud, fatto di filiere di produzione, idee, risorse e azioni di cambiamento che coinvolgono migliaia di giovani e creano imprese sul territorio. Non si può negare che la programmazione europea abbia avuto dei benefici su queste esperienze, ma solo in maniera indiretta, in termini di formazione e infrastrutture ad esempio, ma il legame tra l’impiego dei fondi di coesione e la nascita di queste iniziative è ancora troppo debole.

Alcune di queste iniziative che si vanno affermando sono il frutto della buona combinazione tra risorse europee e politiche locali, come il programma della Regione Puglia “Bollenti Spiriti”, da cui sono nate decine di esperienze significative sia per la crescita di comunità che per la costruzione di impresa. Un caso su tutti a titolo esemplificativo è l'ExFadda di San Vito dei Normanni, vicino Brindisi, dove attività culturali convivono con artigiani, ristoratori e produttori agricoli, generando una sessantina di posti di lavoro. In altri casi, è l’ostinazione di un singolo a fare la differenza come per il progetto “Farm Cultural Park”, che ha recuperato sette cortili della matrice araba del centro storico di Favara con gallerie d’arte, residenze artistiche, ristoranti, scuole di formazione e centri di accoglienza e che ha reso il piccolo comune una delle mete dei flussi turistici siciliani. Stessa capacità di attrazione e attivazione di risorse è quella che anima il quartiere Sanità nel cuore di Napoli a partire dal recupero delle Catacombe di San Gennaro, dove con l’impegno del parroco del quartiere si è riaperto un sito culturale costituendo una cooperativa sociale di giovani che da lavoro a oltre ottanta persone e genera un grandissimo impatto sull’economia del territorio.

Questi pochi esempi sono sufficienti per dimostrare un’energia nuova che attraversa i territori del nostro meridione, poco nota alla classe politica e quasi del tutto sconosciuta ai finanziamenti europei, orientati nel finanziare vacui programmi di formazione, costruzioni interminabili di infrastrutture e ristrutturazioni di edifici pubblici che poi restano molto spesso vuoti. Chiaramente, sono più gli elementi di diversità tra i vari casi che quelli di unione e sono molto più significative le specificità che le caratteristiche comuni, ma ciò nonostante è possibile riconoscere dei tratti condivisi su cui probabilmente risulterebbe conveniente investire nella futura programmazione europea.

Primo elemento comune è la centralità dello spazio fisico, in un’epoca che sembra caratterizzarsi per la smaterializzazione e la digitalizzazione queste esperienze si insediano attorno al recupero di spazi abbandonati, ex parchi, piazze degradate, edifici pubblici in disuso per l’obsolescenza delle funzioni che ospitavano (caserme, ospedale psichiatrici, insediamenti produttivi). Molte di queste esperienze nascono dalla riorganizzazione di movimenti di attivisti per la difesa delle risorse ambientali o del patrimonio pubblico.

Seconda questione trasversale riguarda l’ambito di azione che molto spesso ha a che fare con la valorizzazione del patrimonio culturale e territoriale, sia materiale sia immateriale. Recupero di tradizioni produttive, attività agricole o riapertura di siti di interesse artistico sono azioni attraversate da un portato culturale che ne costituisce il fattore di innovazione più elevato.

Infine, le realtà citate sono caratterizzate da investimenti esigui, spesso privati o di piccoli contributi pubblici, che non superano l’ordine di poche centinaia di migliaia di euro capaci, tuttavia, di generare un grandissimo valore, creando occupazione, rigenerazione urbana, autonomia individuale e processi di crescita collettivi.

Queste realtà emergenti ci offrono la possibilità di riflettere sulle caratteristiche delle politiche che dovrebbero ispirare il bilancio europeo per il prossimo settennato: fino a quando si cercherà di inseguire un modello di sviluppo senza tenere conto delle risorse esogene sarà sempre difficile ottenere risultati soddisfacenti. Non è un caso che l’impatto dei fondi di coesione si dimostra più elevato nei Paesi culturalmente e geograficamente più prossimi ai centri decisionali delle politiche comunitarie.

In tal senso il tentativo da fare in via sperimentale riguarda il riorientamento di una parte dei fondi di coesione su un percorso sperimentale che introduca regole nuove per intercettare le emergenti esperienze di innovazione sociale che sembrano configurare un’alternativa di sviluppo endogena per le regioni del Sud. Queste esperienze ci offrono la possibilità di lavorare su azioni ad alto impatto, facendo di più con meno risorse. Innanzitutto bisogna partire dalla quantità dei finanziamenti: non è sempre vero che investire molto è sempre un pregio, con piccoli investimenti molto mirati si possono raggiungere grandi obiettivi.

Un altro cambiamento che si rende necessario riguarda i procedimenti: poche e chiare regole, ponendo l’attenzione più sull’esito che sulla correttezza della procedura.

Ultimo spunto riguarda la necessità di costruire un capitale di fiducia in chi investe in prima persona in questi processi. Le politiche pubbliche, in particolare quando sono rivolte a privati, terzo settore o imprese, sottendono una logica del sospetto che non è utile nel generare contesti di crescita. Soprattutto se si vuole generare innovazione bisogna mettere in campo la possibilità di sbagliare, di correggere il tiro e in ultimo di fallire. È necessario far conciliare le regole di trasparenza, legittimità e legalità con queste esigenze.

Sembra pleonastico affermare che quanto descritto non deve sostituirsi alle azioni spesso meritorie che l’Unione europea, i ministeri, gli enti locali fanno per investire in crescita e sviluppo. L’FSC 2014 - 2020 ha destinato all’Italia una dotazione finanziaria superiore a 60 miliardi di euro: basterebbe una minima parte di quella cifra per dimostrare di credere in questo trend e favorire la nascita di realtà simili. Se i decisori politici credono nella bontà di queste realtà, in questa energia diffusa nel Sud Italia, nei processi di innovazione e nelle energie endogene del territorio, hanno una grande possibilità: investire il 3% delle risorse delle politiche di coesione in progetti di innovazione sociale a scala urbana, seguendo le tre regole descritte in precedenza. Si tratta probabilmente dell’ultima occasione per un Sud che non vuole arrendersi a scegliere tra l’abbandonare la propria terra e il vivere di sussidi.

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