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Qualche milione di pagine da leggere nel Giorno del Ricordo
“E allora, le foibe?”
rubrica
  • Memoria /memorie

Oggi è il Giorno del Ricordo. Ci sarebbero tante cose da dire. Ma so che, proprio in questo momento, qualche corteo di estrema destra starà salutando i morti delle foibe col saluto romano. So anche che, forse già stanotte, qualche ragazzo sarà andato a spaccare le lapidi per gli infoibati e ci avrà disegnato sopra una falce e martello prima di scrivere: “Morte ai fasci”. So che ci sono buone probabilità che qualche politico dica qualcosa che farà arrabbiare altri politici oltre confine.So che qualcuno in Italia chiederà le scuse di Slovenia e Croazia. So che qualcuno in Croazia e in Slovenia chiederà le scuse dell’Italia. So che, forse, in qualche sala in cui si terrà una conferenza, qualcuno che storico non è pretenderà di dettare la scaletta a qualche storico che questi argomenti li ha studiati per tutta la vita. Potrei raccontarvi di quanto mi sento in imbarazzo quando, in qualche consiglio comunale, di fronte alla richiesta di cittadinanza onoraria per un sopravvissuto all’Olocausto, qualcuno si alza per pronunciare l’abusato slogan “E allora, le foibe?”. Potrei parlarvi della storia un tanto al chilo, di paragoni che non si possono fare, di due eventi che non possono essere accostati, e di quanto mi è piaciuta Egea Haffner quando quella cittadinanza offertale dopo l’ennesima bagarre non l’ha accettata, perché non c’è nessun derby, perché non si può infilare la storia in una curva da stadio.

Insomma, avrei tante cose da dirvi, ma le più importanti non sono queste.

Perché ci sono troppe parole inutili, troppi slogan, troppi derby che in realtà nessuno ha voglia di giocare. Così, per risparmiare nuove parole a caso, io, oggi, vi consiglio di leggere dei libri. Anche perché è l’unica cosa che so fare.C’è un libro che non dice mai una parola a caso, che non ha un solo avverbio di troppo: Verde Acqua di Marisa Madieri (Einaudi, 1998). Il suo cognome fu prima Madjarić, poi Madierich, e, infine, quando arrivò a lei, Madieri: nata a Fiume nel 1938, nel suo memoir ci infila subito in ciò che erano quei luoghi allora. Luoghi semispopolati, oggi, propaggine meridionale della Mittel-Europa, allora, sottoposta a un continuo mutamento di identità: così un anziano fiumano riassunse la questione “sono nato in Austria, sono cresciuto in Italia, ho lavorato in Iugoslavia, sono invecchiato in Croazia: eppure non mi sono mai mosso da questa città”.

Marisa Madieri crebbe a Fiume, poi la sua famiglia optò per l’Italia: e “la bambina partita da Fiume giunse a Venezia adolescente”.

Il campo profughi è un grande protagonista di queste narrazioni, un luogo-simbolo che testimonia il protrarsi di una guerra che finisce senza finire davvero: il Silos di Trieste della Madieri, il campo di Servigliano, un ex campo di concentramento, di Diego Zandel de I testimoni muti (Mursia, 2011), il campo di Napoli del graphic novel Palacinche (C. Sansone e A.Tota, Fandango, 2012). Un campo che simbolizza una duplice esclusione, quella del pregiudizio (dallo stereotipo dei profughi che arrivano a “rubare il pane” al marchio dei “fascisti in fuga dalla vendetta popolare”) e quello della lontananza, dal luogo in cui si è nati e dal resto di una città adottiva che percepisce i profughi come stranieri (un personaggio in Palacinche viene chiamato dai napoletani “’o francese”).

Un campo che Marisa Madieri ci racconta con una grande operazione di stile, uno stile depurato da ogni scoria, da ogni polemica, da ogni rancore; un campo fatto di oscurità e odore di legumi secchi messi in ammollo, di libri che sono rimasti chiusi nei cassoni o oltre confine, di menzogne dette alle compagne di scuola per non far capire dove viveva; un campo tragico, in cui uno zio disoccupato e odiato dalla nonna perché sciavo si suicida; un campo tragicomico, dove svetta la nonna Quarantotti, “la presidentessa”, una donna terribile che prospera nel farsi portavoce delle disgrazie.

 

Cosa resta di tutto questo passato?

Dei panorami che appaiono improvvisi nella memoria, dei lampi quasi sempre marini: e la consapevolezza del proprio essere qui e altrove, una e molteplice: Madieri, Madierich, Madjarich.

Chi conosce questi luoghi – e chi più li conosce di chi c’è nato – sa che i territori misti non hanno un’identità precisa, ma vivono e fioriscono proprio nel loro essere ibridi: così Diego Zandel, bambino nel villaggio giuliano-dalmata di Roma, circondato da un nazionalismo che si contrappone all’esclusione, non tace della nonna che lo chiama sine moj, figlio mio, perché la sua lingua materna era il ciacavo, il dialetto croato dell’Istria.

I lampi marini sono una costante anche in Bora (A.M. Mori e N. Milani, Frassinelli, 1998): uno dei capitoli si chiama, appunto E tutto quel che ci resta è il mare. Bora è un ponte tra due realtà – quella degli andati e dei rimasti – che a lungo non si sono amate, non si sono capite. Un libro-ponte scritto non a caso al termine della guerra che ha devastato la Iugoslavia negli anni Novanta, quasi a ricordarci cosa significa seminare l’odio in territori multietnici.

Anna Maria Mori racconta l’esodo: una giovinezza in cui, a chi le chiedeva dove fosse nata, rispondeva “Firenze”; genitori che non perdono solo i luoghi o ricchezze, ma perdono, per sempre, la socievolezza: mai più amici, forse per spaesamento, forse perché non avevano voglia di non sentirsi capiti.

Ma quello che più sorprende è che è la voce della Milani ad essere impastata dal più grande dolore. Nelida – lei rimasta Milani, i fratelli diventati Milanović – racconta cosa ha significato restare a vivere a Pola, una città che in pochissimo tempo ha perso il 90% dei propri abitanti (“non so se è mai accaduto che un’intera città venisse trasportata via mare, ma è proprio ciò che accadde”): un esilio interno, un esilio statico in “un mondo di seconda mano, congelato e finito”.

E, così, racconta cosa significa essere etichettata col termine reakcija; e poi dell’osteria della nonna nazionalizzata e di un signore che mentre va a scuola le dice “se ti sento ancora parlare quella lingua da fascista ti faccio sbranare dal cane”; racconta del comunismo reale, un mondo di burocrati in cui “solo abeti, pini, meli nascevano, crescevano, fiorivano, fruttificavano, senza aspettare, sciagurati, le direttive del Comitato centrale del Partito”, racconta di nonni bilingui nei dialetti ma che non capiscono il serbocroato, e si costruiscono da soli un dizionarietto, e accanto a drusi scrivono “novi paroni che bisogna chiamare liberatori e rivolgersi loro con benvenuti”.

Il triste destino dei “rimasti” è raccontato anche in Martin Muma (Edit, 2008), unico romanzo di uno dei più importanti poeti istriani, Ligio Zanini: l’essere stato antifascista e comunista non gli risparmiarono tre anni a Goli Otok e l’estromissione dall’insegnamento.

Lo strappo avvicina tutte queste narrazioni, l’“addio ai nostri morti” con cui si chiude Materada di Fulvio Tomizza (Mondadori, 1960): è una spaccatura, un eterno straniamento, è il fuoco con cui la madre di Foresti di Silvia Zetto Cassano (Comunicarte, 2016) brucia tutti i ricordi prima di lasciare Capodistria e oltrepassare quella linea immaginaria dove il Memorandum del 1954 aveva appena posto il confine.

Trovandosi ormai adulta con l’auto bloccata da un guasto nella sua Capodistria, Silvia Zetto Cassano viene soccorsa da un ragazzo sloveno, Miloš. “La casa sulla strada granda che va in giù potrebbe essere la mia” scrive. “Potresti starci tu, adesso, Miloš. Vorrei chiedertelo, Miloš. Ma non lo faccio, non lo farò, va bene così, Miloš, sei stato bravo, mi hai aiutata, va bene, i conti tornano se guardi largo, non dico non importa ciò che è stato, sarebbe troppo, ma che sono contenta di averti conosciuto quello sì, lo posso dire”.

Memoria condivisa è un’espressione che si sente spesso, ma che possiede tutto il carico di semplificazioni tipico degli slogan: direi che, soprattutto in periodi di nuovi nazionalismi, già ascoltare la storia dell’altro potrebbe essere un buon risultato – in questo senso, più di vent’anni fa, erano stati fatti dei tentativi: con le pur magre conclusioni a cui era giunta la commissione mista di storia italo-slovena, mentre quella italo-croata non arrivò nemmeno a cominciare i lavori.

Ma un vecchio cliché vuole che la letteratura sia sempre più avanti, che sappia vedere anche ciò che gli altri non vedono, getti ponti là dove si potrebbero vedere solo rovine. Purtroppo, ciò che nella letteratura è il ponte per antonomasia, la traduzione, non abbonda: i libri di Boris Pahor tradotti in italiano per raccontarci la vita degli sloveni in periodo fascista, qualche testo di Nelida Milani tradotto in sloveno e croato, la Madieri tradotta tanti anni fa (e Claudio Magris, che della Madieri fu il marito prima che lei morisse a cinquantotto anni, racconta un dibattito nella ex Iugoslavia nella sua bellissima postfazione a Verde acqua), e poco altro.

Forse lo scrittore più conosciuto e tradotto è Fulvio Tomizza, uno che i confini voleva solo superarli, e che nei suoi libri ha raccontato non solo l’esodo degli italiani d’Istria, ma anche la vita delle comunità di etnia slavo in tempo fascista. Uno scrittore con cui concludere questa carrellata di consigli – parziale, incompleta, lo so, eppure già troppo verbosa – e alla cui morte si è formato il Forum Tomizza, un festival di letteratura transfrontaliero che si tiene a Trieste, a Capodistria e a Umago, nel tentativo di intensificare gli scambi tra i paesi, sapendo che vita di confine vorrà dire sì fragilità, ma, come diceva proprio Tomizza, anche ricchezza, perché il vento mescola gli odori e “il profumo della resina e delle bacche del Carso si mescola con quello del mare”.

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