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Imparare dalle periferie
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“Valentina ha due enormi occhi azzurri, belli e brillanti, e i capelli neri, lisci e lunghi. Abita con la nonna a Tor Bella Monaca, all’R4, il comparto che si trova in fondo a via dell’Archeologia, al primo piano di una delle stecche che si affacciano davanti alla scuola elementare. I genitori di Valentina vivono da qualche parte della città, chissà dove. Sono entrambi tossicodipendenti e a Tor Bella Monaca non ci tornano da quanto lei era ancora una bambina”.

Inizia così il racconto del quartiere romano che torna periodicamente al centro delle cronache, basate su fatti colmi di tensione e, spesso, vera e propria violenza. È una delle cinque storie di periferie italiane raccolte da Adriano Cancellieri e Giada Peterle (Quartieri. Viaggio al centro delle periferie italiane, Becco Giallo, 2019) e disegnate per riportare su carta pezzi di quei mondi di cui generalmente non ci interessiamo, salvo quando, all’indomani di una tornata elettorale, ci viene spiegato che sono queste le aree delle grandi città che si vendicano di essere stati abbandonate, di volta in volta dal comune, dalla regione, dallo Stato. Mondi tutt’altro che piccoli, molto complessi e molto diversi gli uni dagli altri, certo, ma anche al loro interno. Sono vere e proprie città, con decine di migliaia di abitanti ciascuna.

In questo libro, chi ha studiato le periferie di Milano (San Siro), Padova (Arcella), Bologna (Bolognina), Roma (Tor Bella Monaca) e Palermo (Zen) introduce il racconto riportato dai diversi disegnatori, uno diverso per ciascun capitolo (Elena Mistrello, la stessa Giada Peterle, Mattia Moro, Alekos Reize, Giuseppe Lo Bocchiaro). Un piccolo viaggio, prezioso perché riesce nell’intento di rendere in modo piano ma non appiattito alcune situazioni di marginalità, ma anche le esperienze riuscite per ricostruire un tessuto sociale molto frammentato, il cui peso ricade interamente su chi abita spazi a lungo trascurati, se non completamente lasciati a sé stessi dalle istituzioni.

Dalla lettura nasce il desiderio di approfondire i singoli casi urbani, ricercando le potenzialità che stanno mano a mano emergendo, per provare a capire quanto le diverse esperienze potrebbero essere esportate o, almeno, potrebbero rappresentare spunti su cui lavorare in altri contesti. Le singole storie, che danno conto della realtà che muta davanti ai nostri occhi ma che noi, il più delle volte, non scorgiamo neppure, ci riportano a questioni molto concrete, che altro non sono se non – banalmente – gli incroci che ogni individuo si trova davanti nel proprio specifico percorso di vita. La scuola, il lavoro, la casa. La capacità di tenere in piedi relazioni sociali. La possibilità di allontanarsi da un destino che, come si dice, appare spesso segnato, dove le famiglie non hanno la forza né, a volte, la capacità di aiutarti.

Che significa, alle soglie degli anni Venti del nuovo secolo, vivere nelle case popolari di San Siro, ad esempio? Che tipo di integrazione possibile tra italiani e stranieri segna nella realtà le scuole di Arcella? Se hai sedici anni e stai a Tor Bella Monaca, quando ti chiedono da dove vieni ti viene da dire piuttosto “sulla Casilina”. E questa immagine che si cerca di dare di sé si ripercuote inevitabilmente sull’idea stessa che si ha di sé e delle proprie possibilità.

Leggendo i racconti e le introduzioni, si ricompone un insieme che colloca al loro posto una serie di sensazioni formatesi nel tempo, sull’incapacità di progettare spazi urbani in base a chi li abita, innanzitutto. Sull’impossibilità di ripensarli se non con investimenti il più delle volte poco mirati, incapaci di riconoscere le forze di cambiamento sociale che lavorano dal basso per modificare (di nuovo) il tuo destino. La creazione di spazi pubblici è spesso conseguenza dell’occupazione di strutture abbandonate: ecco l’illegalità da reprimere, priorità assoluta di gestioni profondamente segnate da criteri di stampo neoliberista. La resilienza, come si dice, è il più delle volte originata da iniziative private, di singoli e associazioni, che raramente trovano il sostegno delle amministrazioni. L’idea che sembra dominare la percezione di chi amministra è di luoghi abitati da minoranze (alla faccia dei numeri: 28 mila persone a Tor Bella Monaca, 44 mila ad Arcella, 16 mila allo Zen di Palermo) che non contano. “Quartieri resilienti ma allo stesso in pericolo”, come scrivono i curatori nella loro introduzione al volume, “che si presentano come laboratori quotidiani, decisivi campi di lotta per l’evoluzione e la costruzione delle città del futuro”. A questo bisognerebbe guardare per costruirsi in testa un’idea di futuro possibile per le nostre città, mettendo definitivamente da parte l’ossessione per il degrado e la sicurezza (di chi abita nel cuore dei centri urbani, però) che sembra dominare gran parte delle nostre politiche urbane.

Da tutto quanto di buono (e non è poi così poco) accade in queste luoghi a lungo abbandonati c’è molto da imparare per la città tutta. C’è da imparare a ricostruire la comunità, a ridurre la frammentazione che ha spezzato le catene della solidarietà trasformando il vicinato in un intralcio, a rivedere le difficoltà crescenti nei rapporti tra individui e famiglie, a cominciare dal rapporto con gli stranieri, nei diversi ambiti. A partire dalla scuola, dove a lungo gli squilibri e le conseguenti difficoltà nel tenere insieme bambini e ragazzi dalle origini famigliari anche molto diverse hanno acuito i problemi, anziché smussarli. Per “rigenerare” (parola urbana magica del XXI secolo) davvero le nostre città e togliere ossigeno alle strumentalizzazioni della politica becera e violenta che oggi sembra non trovare quasi ostacoli al suo proliferare. Perché Valentina, che abbia gli occhi azzurri o invece due occhi neri che spiccano sotto lo hijab, possa credere in un futuro di cui lei stessa sarà l’artefice.

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