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Il mito dell’apolitico e il ritorno del conflitto
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C’è una tendenza paradossale che attraversa oggi i movimenti di protesta nel mondo: i manifestanti sfidano il sistema politico, eppure si definiscono ‘apolitici’. Il paradosso è lampante quando si ascoltano le domande degli attivisti contro le autorità nazionali o l’ordine globale. Ma scrutando più da vicino questa strana popolarità dell’apolitico, l’impressione è che i movimenti stiano piuttosto cercando un linguaggio smarrito per poter articolare politicamente la propria contestazione, contro una élite che ha sfigurato l’essenza della politica, ossia la dialettica ideologica.

Dalla crisi economica del 2008 sono cresciuti nel mondo i movimenti “apolitici” o “apartitici”. Accanto al movimento no-global, la cui linea ideologica è chiara ma più datata, i movimenti nazionali e transnazionali sono andati via via edulcorandosi politicamente. I loro riferimenti ideologici sono diventati più sfuggenti, fino a un’esplicita rivendicazione di apoliticità. Extinction rebellion si definisce un “movimento apolitico che usa azione diretta e non violenta per persuadere i governi ad agire con giustizia sull’emergenza climatica ed ecologica”;i gilets jaunes francesi o le sardine italiane (in espansione verso l’Europa) sono per la maggior parte contro tutti i partiti politici e anche contro la proposta di un loro partito all’interno dell’élite attuale. Una simile tendenza attraversa i movimenti del 2019 in Libano, Iraq e Cile. Diversamente dalle rivolte del 2011, in cui alcuni segmenti delle piazze erano apertamente con gli islamisti, le proteste del 2019 sono molto più coese sulla linea apartitica e nell’ostinazione a non voler accettare neppure riforme parziali dei governi in carica che possano distogliere dall’obiettivo ultimo: sostituire l’intero sistema politico o ottenere un cambiamento sistemico. Persino quando i manifestanti si appropriano di emblemi dall’eredità inequivocabilmente politica, come Bella ciao, il canto della Resistenza partigiana italiana, diventato simbolo delle proteste arabe così come delle sardine, lo fanno nel segno della decontestualizzazione. Bella ciao è potente ma sospeso, tranciato dalla radice della guerra al nazifascismo ed elevato ad anatema di qualsiasi generica lotta anti-sistema.

Questa rivendicazione di apoliticità è tuttavia fuorviante. A partire dallo scarto tra discorso e realtà: coloro che si appropriano dello spazio pubblico per protestare contro un sistema politico o un patto sociale scaduto stanno già dando forma a un momento puramente politico. L’effetto politico delle piazze si evince peraltro dalla contro-mobilitazione delle classi politiche che, per screditare e delegittimare i movimenti, sventolano lo spettro del populismo, del pericoloso vuoto di potere e della guerra civile, senza risparmiare la violenza. In Francia il presidente Macron ha dato feu vert alla polizia per sedare le manifestazioni di inizio dicembre 2019. In Iraq e Cile le forze di sicurezza hanno rapito e sparato contro attivisti e giornalisti. In Libano, le forze di sicurezza stanno diventando sempre più violente verso i manifestanti che da ottobre 2019 continuano a mantenere il presidio della piazza.

Lo scarto tra rivendicazione di apoliticità e azione politica dei movimenti sembra essere tutto nella confusione tra contingenza politica e sfera del politico. In altri termini, i manifestanti non si fidano dei politici attuali, responsabili ai loro occhi della diseguaglianza sociale e dell’asimmetria esistente nell’accesso alle opportunità, in un contesto globale in cui queste appaiono sempre di più un privilegio di pochi, precluse a priori ai molti, allacciando questione sociale, economica, climatica ed ecologica. Da questo punto di vista le proteste contemporanee si inscrivono in quella che Camila Vergara chiama la “lunga tradizione della politica plebea” – ossia la rivendicazione delle classi basse di maggiore equità sociale –, oggi troppo spesso schiacciata nel calderone della categoria di “populismo”. I movimenti sembrano voler affermare la propria autonomia rispetto alla politica attuale, cioè alla costellazione di attori e partiti che adesso popolano l’arena politica e tra cui i cittadini possono, in questa fase, scegliere. È un fenomeno che si inscrive nella più complessa crisi della rappresentanza del XXI secolo ma non implica una delegittimazione della politica tout court. Invocando un cambiamento sistemico, anzi, i movimenti sembrano richiedere un rinnovamento radicale della politica. In sostanza, l’apolitico non segnala l’indifferenza alla politica, ma piuttosto la sua assoluta rilevanza.

Questo perché, oltre alla confusione tra contingenza e sfera politica, l’apoliticità degli attivisti è spia di uno smarrimento semantico più profondo che ha a che fare con il modo in cui le pratiche della politica nell’ordine neoliberale ne hanno gradualmente trasformato il significato. Infatti l’universalizzazione dell’ordine neoliberale dopo il Washington Consensus ha trasformato la politica da luogo essenziale di una pluralità di discorsi e visioni della società a luogo artificialmente neutro e de-ideologizzato. Aristotele scriveva che il logos – nel duplice significato di “discorso” e “ragione” – è l’essenza della vita politica, in quanto permette agli uomini che ne sono dotati di dialogare su cosa sia giusto e cosa sia ingiusto. La politica è per Aristotele dialettica perenne, ossia un continuo confronto tra logoi differenti e, nello stesso tempo, quello spazio in cui gli uomini negoziano visioni differenti della città e della società.

L’ordine neoliberale ha tuttavia progressivamente atrofizzato il conflitto politico, riducendolo a tecnica funzionale alla sua realizzazione. L’obiettivo principale è stato sempre quello di strozzare e occultare il conflitto ideologico entro le trame di un lessico fuorviante. La neutralizzazione si è realizzata prima di tutto nel campo del discorso o, più precisamente, nello scorporare la politica dal linguaggio politico, tendendo – come scriveva Pasolini, profetico già nel 1973, in Scritti Corsari – a “identificare borghesia e umanità” per sopprimere la lotta tra classi sociali. Privando così i gruppi più fragili del sistema del lessico necessario per poter rivendicare e negoziare il proprio spazio nella sfera pubblica. Nel proposito di trascendere destra e sinistra, l’obiettivo delle classi dirigenti liberiste è sempre stato quello di camuffare misure ideologicamente liberiste sotto il cappello di “governi tecnici” o “soluzioni tecniche”, facendo passare come neutrali e necessarie misure partigiane e violente.

I greci antichi usavano la parola technē per indicare la “perizia” – ossia qualcosa che esula dal controllo democratico del popolo, ma anche qualcosa che può finire per giustificare forme non democratiche ed élitiste di governo. Soprattutto se questioni essenzialmente politiche, come le politiche economiche e fiscali, vengono de-politicizzate e rese prerogative degli esperti. Questo perché, per quanto la politica possa essere ritenuta un’arte o una tecnica (politikē technē), come fa Protagora nell’omonimo dialogo di Platone, la politica resta un’arte peculiare ed essenzialmente dialettica. Nel dialogare con Socrate, Protagora esalta la peculiarità dell’arte politica, in quanto questa presuppone la “virtù politica” che per Protagora tutti gli uomini possiedono (a differenza delle altre technai) e che è ciò che conferisce a tutti il diritto di parlare nell’assemblea della città, contribuendo con il proprio giudizio al bene collettivo. L’arte politica in sostanza presuppone che l’essere un buon governante sia la stessa cosa dell’essere un buon cittadino e in quanto tale è il fondamento della democrazia, mentre si dissipa nelle forme di governo autoritarie.

Il neoliberismo ha fatto un salto ulteriore. Nel tentativo di elevarsi da ideologia a meta-ideologia (da logos a meta-logos), ha sfigurato la politica da contenitore di logoi a veicolo di un solo logos. È questo il motivo per cui, come molti osservano, il neoliberismo ha portato a una convergenza tra sistemi politici democratici e autoritari. Questo fenomeno viene spesso affrontato come crisi della democrazia, quando in realtà è una crisi della politica. Sopprimendo la dialettica, l’ordine economico neoliberale ha sfigurato prima di tutto i contorni delle famiglie politiche, con un’evidente contrazione della sinistra, trascinata verso il centro, diversa nello stile ma non nella sostanza dall’agenda politica delle destre, oppure ostracizzata laddove si propone come antitesi al capitalismo neoliberista.

Quando attori già presenti nell’élite avanzano proposte che escono dai parametri dell’ortodossia liberista per correggere la diseguaglianza interna agli Stati e tra gli Stati – è il caso del Labour britannico o dell’ala progressista del Partito democratico americano – la guerra diventa esistenziale. La campagna di delegittimazione che le classi dirigenti liberiste – dall’estrema destra al centrosinistra (Tories e Lib dem nel Regno Unito, Repubblicani e Democratici centristi negli Stati Uniti) – hanno portato o stanno portando avanti contro Jeremy Corbyn e Bernie Sanders non è ascrivibile alla competizione politica contro un “avversario”, ma piuttosto a una demonizzazione grottesca, personalistica e spesso calunniosa, per eliminare il “ribelle ideologico” dalla sfera dell’ideologicamente consentito, nella difesa a tutti i costi di una politica senza conflitto, ovvero una politica priva di se stessa.

La compressione della politica si appoggia sulla compressione della società, ossia una pluralità che va a comporsi, senza mai annullarsi, nell’unità. Fu Margareth Thatcher a dire per prima: “Non esiste la società”. Non è difficile vedere oggi nelle destre ultraliberiste una tradizione che, presentata come novità, è in realtà il trascinamento di una continuità che pone sempre più aggressivamente al centro del loro discorso la nazione o il popolo. Diversamente dalla società, qui la moltitudine si scioglie nell’unità e dunque il conflitto non è previsto né ammissibile.

Ma ciò che sembra emergere dai movimenti di protesta nel mondo è proprio la ricerca di un’antitesi alla tesi onnipotente che domina oggi la politica nazionale e globale. Seppur orfani di un lessico e di referenti ideologici, perché soppressi o bollati come tabù, i manifestanti sembrano voler chiedere qualcosa che in realtà riescono a invocare solo implicitamente: ovvero il ritorno della politica come dialettica ideologica. Lo fanno mettendo in questione la nozione di “popolo” e riscoprendosi “società” – ovvero un organismo entro cui interessi diversi di classe, genere e identità sono necessariamente in dialettica perenne – reclamando una nuova sfera pubblica e una nuova rappresentanza che non può che essere ideologicamente e irriducibilmente plurale.

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