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Edimburgo, 17/12/2019
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Le elezioni britanniche viste dalla Scozia. A prima vista la situazione politica in Scozia prodotta dal voto del 12 dicembre è semplice: i nazionalisti di Nicola Sturgeon hanno conquistato 48 dei 59 seggi disponibili, i conservatori sono scesi da 13 a 6, i liberal democratici sono fermi a 4 (ma con la perdita del loro leader nel suo seggio fuori Glasgow), e i laburisti sono stati ridotti a un solo deputato in tutta la nazione, eletto a Edimburgo. La Scozia è stata l’unica zona del Regno Unito dove i Tories non hanno guadagnato seggi, e l’unica dove l’affluenza alle urne è aumentata. Naturale quindi che la Sturgeon abbia subito telefonato a Boris Johnson, chiedendo, secondo la procedura legale, l’autorizzazione per tenere un secondo referendum sull’indipendenza scozzese (il primo, nel 2014, ha visto una maggioranza di 55% per rimanere nell’Regno Unito). E altrettanto prevedibile è stato il secchissimo rifiuto del Primo ministro, confermando la posizione sostenuta dal suo governo – e da tutti quelli successivi – per l’intera campagna elettorale.

Interrogata in diretta subito dopo il voto dal principale giornallista televisivo della Bbc, Andrew Marr, nel suo consueto spettacolo politico della domenica, la Sturgeon ha insistito che per superare il blocco basterebbe aspettare l’ondata in ascesa di tutti quei sentimenti scozzesi che non sopportano di essere governati a Londra, per l’ennesima volta, da un partito quasi per niente rappresentato in Scozia; un governo che avrebbe portato l’intero Paese fuori dall’Unione europea non appena possibile, quando la Scozia aveva votato al 62% per rimanere nell’Unione nel referendum del 2016. Secondo la Sturgeon una simile reazione da parte dell’opinione pubblica aveva costretto il governo di Londra a concedere nel 2009 la ri-costituzione di un Parlamento scozzese dopo tre secoli, conferendogli pure certi poteri – sulla sanità, la scuola, i trasporti ed altro – che avrebbero dato un senso alla sua esistenza.

Ma ecco il primo problema. Nel 2009 il governo di Londra era laburista, diretto da due personaggi - Tony Blair e Gordon Brown – che mostravano un esplicito interesse nelle riforme costituzionali della Gran Bretagna, con l’intenzione di favorire una generale devoluzione del potere politico; sono loro che hanno re-inventato il ruolo del sindaco nelle grandi città, ricostituito il Parlamento per l’Irlanda del Nord,  inventato una nuova assemblea per il Galles e persino contemplato una costituzione scritta per la nazione, per la prima volta nella storia. Brown in particolare, scozzesissimo, ha sempre promosso una visione federale per il Regno, e ha spinto in questa direzione in particolare nella campagna referendaria del 2016. Al contrario,  i Tories – il cui titolo formale comprende l’aggettivo "unionista" – hanno sempre espresso un’ostilità preconcetta persino alla discussione delle questioni costituzionali, e non hanno mai presentati proposte che potrebbe in alcun modo alterare gli equilibri formali esistenti.

In realtà la posizione politica della Sturgeon non è così forte come potrebbe apparire. Pur avendo percosso il tamburo dell’indipendenza ad ogni possibile occasione negli ultimi 5 anni, non esiste alcuna indicazione nei sondaggi in base alla quale il sostegno popolare per la causa del Partito nazionalista superi di molto il 50%; alcuni lo danno al 44, addirittura. Inoltre, tutti sanno che le finanze pubbliche della Scozia sono da sempre tenute in piedi da un sussidio diretto da parte di Londra, com’è nel caso del Galles e dell’Irlanda del Nord. Per la Scozia si tratta di 14-15 miliardi di sterline circa, e nessuno riesce a immaginare come sarebbe possibile sostituire un finanziamento di tale entità con le risorse di una Scozia indipendente. Una volta i nazionalisti potevano puntare sul petrolio del mare del Nord, quasi tutto localizzato nelle acque scozzesi. Ma si tratta di una risorsa sempre più difficile e costosa da sfruttare, indipendentemente dal generale desiderio di ridurre l’utilizzo delle fonti fossili.

L’economia scozzese è fragile: il deficit sfiora ormai il 8% del Pil locale, mentre quello della Gran Bretagna nel suo insieme è all’1,9%. Al di fuori delle due grandi città – Edimburgo e Glasgow – il paesaggio o è post-industriale e stagnante, o è rurale e agricolo. Turismo, whisky, salmoni e tweed sono elementi forti e indispensabili, ma nessuno si illude che possano essere le fondamenta di  una prosperità nazionalità diffusa. Edimburgo è una città ricca e di successo, con le sue università, le sue istituzioni finanziari e legali, il suo turismo; ma persino lì un quarto dei bambini vive sotto la soglia di povertà. A Glasgow la percentuale di famiglie che vivono in condizioni di povertà e disagio sociale sono tra tra le più alte dell’intero Regno Unito.

Nei tre ambiti ove il governo di Edimburgo dispone della maggiore autonomia – sanità, scuola e trasporti – i nazionalisti hanno dato prova di competenza a dire poco deludente: ospedali nuovi che funzionano male, performance degli allievi nelle scuole in calo, il sistema dei treni (gestito da un ente delle ferrovie olandesi, secondo le regole della privatizzazione) in perenne difficoltà.

Ma in questa tornata elettorale i nazionalisti sono stati favoriti dall’estrema debolezza dei loro rivali. I laburisti, una volta dominanti in Scozia, grazie alla loro tradizionale roccaforte a Glasgow, non si sono mai ripresi dalla de-industrializzazione di questa città e da una successione di governi locali deboli e a volte corrotti. Nemmeno Gordon Brown e la devolution a loro concessa ha potuto raddrizzare le loro fortune, lasciate in mano a leader sinceri ma poco credibili. Nessuno dubita che la leadership di Corbyn, come più o meno in tutto il Paese, abbia nociuto alla causa laburista. Come ha detto un ex-leader del laburismo scozzese, Kezia Dugdale, riferendosi all’ambigua posizione di Corbyn sulla Brexit, “se insisti per rimanere in mezzo al guado, prima o poi verrai travolto”.

Nel frattempo i conservatori scozzesi hanno perso il loro leader poco prima di queste elezioni, una giovane donna gay e popolare (come la Dugdale), Ruth Davidson. Lei si è chiamata fuori, ufficialmente per badare al suo neonato, ma probabilmente anche per diffidenza verso la figura di Johnson. Poi i liberali: forti in alcuni angoli remoti della campagna, ma come è successo a Londra con Cameron, senza essere in grado di affermarsi in modo forte e chiaro quando in coalizione con i laburisti a Edimburgo nei primi anni del nuovo Parlamento.

A questo punto è più che probabile che Boris Johnson – che ha ben altre priorità nei prossimi mesi – prenderà tempo fino alle elezioni per il rinnovo del Parlamento scozzese nel maggio 2021. Nel frattempo dovrà comunque far fronte a un nucleo di 48 parlamentari nazionalisti scozzesi a Westminster molto più uniti e agguerriti di qualsiasi opposizione possa offrire un partito laburista confuso e demoralizzato. Se, nel 2021, a Edimburgo dovessero prevalere i nazionalisti, come oggi sembra probabile, Johnson potrebbe essere tentato di offrire una sorta di contentino, come ha fatto il governo laburista nel 1979, alla prima di questa serie di consultazioni: referendum sì, ma risultato valido soltanto se approvato da almeno 40% degli aventi diritto. Mossa che ha neutralizzato il nazionalismo scozzese per 15 anni, come ha riconosciuto il Primo ministro di allora, Callaghan. Col suo cinismo, il tatticismo e la totale indifferenza alle questioni scozzesi, per Johnson quel tipo di concessione sarebbe la via di uscita più facile e ovvia.

Molto comunque dipenderà dall’impatto della Brexit sull’economia scozzese e, più in generale, su quella britannica. Se vengono confermate le previsioni più o meno catastrofiche proposte dai remainers, tutta la posizione di Johnson vacillerà, e tutti giochi si riapriranno. Ciò a sua volta dipenderà in parte dal tipo di Brexit che Johnson riuscirà a ottenere. Se potrà essere soft – cioè molto allineata con le regole e gli standard attualmente in vigore nell’Ue – accontenterà non solo gli scozzesi, ma gran parte del mondo degli affari, dell’industria e dei servizi globalizzati, specialmente finanziari.

Ma ciò scatenerà di nuovo tutti quegli elementi di destra nel Partito conservatore tenuti in un angolo in questa campagna elettorale, quelli che hanno premuto per una Brexit il più possibile hard: isolazionista, protezionista verso l’Europa, ultra-liberale all’interno. Stile Trump. Il guaio maggiore in un sistema così rigidamente bipartitico come quello inglese è che i governi che dispongono di grandi maggioranze alla Camera dei Comuni, con opposizioni deboli e divise, trovano sempre i loro antagonisti più persistenti e difficili da combattere all’interno del proprio partito. Questa è la prospettiva che Johnson ha davanti a sé. Non ha niente a che fare con quello che dicono o pensano gli scozzesi (o i gallesi o i nord-irlandesi). Anche per questa ragione vari osservatori parlano di Johnson come possibile, ultimo Primo ministro del Regno Unito. Lunga vita, allora, a Elisabetta II, ultima vera convinta unionista.

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