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Nuova Delhi, 14/5/2010
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La crisi colpisce anche l'India. Aumenta drammaticamente il numero dei poveri in India. Secondo le recenti stime effettuate dal governo centrale, ci sarebbero 100 milioni di poveri in più rispetto al 2004. Stando ai dati ufficializzati dalla Planning Commission, organo para-statale incaricato nelle scorse settimane di redigere un esteso esame a campione su tutto il territorio, gli individui costretti a vivere sotto il livello di povertà (fissato dal governo indiano in una cifra equivalente a 0,40 $ al giorno) sono tra i 370 milioni e i 410 milioni. Parliamo del 40% degli abitanti del secondo Paese più popoloso al mondo dopo la Cina, mentre 6 anni fa la soglia si aggirava sul 27,5%. Cifre impressionanti, soprattutto perchè commisurate agli standard dell'India (ad esempio nell'Unione Europea una famiglia povera può anche avere un tetto, acqua corrente in casa, del cibo e un minimo di assistenza sanitaria). In India queste aspettative di vita non sfiorano nemmeno i poveri, molti dei quali sono costretti a vivere sulla strada, in condizioni proibitive.

Per stabilire chi in India appartenga al calderone dei poveri, la Planning Commission ha adottato il metodo del Tendulkar Committee, che si basa sulla stima delle spese effettuate dalle famiglie per l'educazione, la salute e soprattutto sulla capacità di procurarsi quotidianamente una razione di cibo sufficiente a raggiungere gli standard calorici minimi. Punto quest'ultimo mai come ora critico, a causa dell'inflazione e dell'aumento inesorabile dei prezzi dei generi di prima necessità, cresciuti del 20% circa. Il lavoro svolto dalla Planning Commission sarà presto esposto al premier Manmohan Singh, il quale durante la vittoriosa campagna elettorale del 2009 alla guida del Congress Party, ha sempre posto tra i punti cardine l'introduzione di nuove politiche sociali per garantire sussidi alimentari ai più poveri. Ecco che sulla base del rapporto uscito in questi giorni, molte famiglie indiane potranno rivendicare il diritto ad avere 25 chilogrammi di riso o cereali come sussidio. Soluzione pubblicizzata a gran voce dal governo, ma secondo molti non ancora sufficiente, in quanto basata su dati sottostimati. Questo almeno è il parere di Kavita Srivastava, attivista indiano che ha recentemente organizzato una manifestazione a New Delhi per chiedere l'estensione del 'diritto al cibo' a tantissimi altri indiani esclusi dalle liste governative che danno accesso alla distribuzione agevolata di generi alimentari. A complicare le cose, il fatto che non siano ancora state introdotte leggi precise per regolare l'accesso ai sussidi, elargiti a discrezione del governo centrale, che si affida ad un esercito di collaboratori sparsi per tutto il Paese, dotati di grande autonomia e piuttosto difficili da controllare. Non è un caso, quindi, se l'intero programma è fortemente caratterizzato dalla corruzione, tanto che secondo le denunce pubblicate da alcuni giornali indiani, solo un terzo delle scorte di cibo destinate ai poveri raggiungono effettivamente i centri di distribuzione.

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