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Dal numero 5/19
Un papa che divide per aiutare il suo popolo a tornare Chiesa
rubrica

Fin dalle origini si possono cogliere nelle nascenti comunità cristiane accezioni e declinazioni diverse della fede nel medesimo Dio di Gesù Cristo. Allo stesso modo sono presenti in esse pratiche di vita estremamente diversificate fra loro, che possono condurre a tensioni e separazioni proprio in virtù del differente modo di realizzare la fede nel quotidiano.

Monoliticamente uniforme il cristianesimo non lo è mai stato, neanche nella sua versione cattolica – quella apparentemente più attrezzata a generare una compagine omogenea nei suoi elementi portanti.

In realtà anche nella Chiesa cattolica sono da sempre convissuti più cattolicesimi ben eterogenei tra loro; modi diversi di vivere e sentire la propria appartenenza alla comunità cristiana e di renderne pubblicamente ragione all’interno della socialità umana abitata da tutti. Questa realtà multiforme perdura anche lungo quelle stagioni storiche in cui l’apparato ecclesiastico ha giocato tutto il peso del suo potere per cercare di creare artificialmente un’univocità che nella realtà non esisteva.

Ma, appunto, tale univocità creata in vitro non poteva avere che un carattere virtuale: ossia, veniva sì affermata formalmente dal punto di vista dell’applicazione di quel potere ecclesiastico, ma era impossibilitata a realizzarsi di fatto quale omogeneizzazione completa del sentire della fede e delle forme pubbliche di vita cristiana che esso genera incessantemente.

Questa piccola premessa vorrebbe renderci avveduti di un percorso complesso che caratterizza un cattolicesimo che può essere declinato sempre e solo al plurale. Se ne dovrebbe tenere conto quando si affronta un tema di attualità, opinabile e discusso, come quello della scomposizione interna del cattolicesimo italiano davanti al ministero esercitato da papa Francesco e all’immagine di Chiesa da lui auspicata.

Sulla scorta di questa premessa non dovremmo né sorprenderci né scandalizzarci se non la pensiamo tutti allo stesso modo e se alcuni tra noi hanno un sentire cattolico che contrasta con quello dell’attuale  pontefice. Del resto è sempre stato così, sin dai giorni in cui uno scalcagnato gruppo di pescatori si mise a seguire un rabbi ebreo marginale che avrebbe finito i suoi giorni sul duro legno di una croce.

Né rappresenta una novità il fatto che la comunità cristiana sia attraversata da tensioni e divisioni interne in riferimento alla parola più autorevole di cui la Chiesa cattolica dispone nella sua costituzione gerarchica. Solo per rimanere ai giorni nostri, già tutto il post-Concilio è stato caratterizzato da una scomposizione interna dei cattolicesimi rispetto al riconoscimento, o meno, della normatività del magistero papale per la configurazione del vissuto cristiano e il modo di rappresentarlo pubblicamente a livello culturale e politico.

Oggi scopriamo semplicemente che qualcosa del genere è possibile anche con un papa come Francesco: ossia, che ci sono alcuni dei nostri che sentono la fede e immaginano la Chiesa in modo non sintonico al ministero esercitato dal vescovo di Roma. Molti di noi si trovavano in questa medesima posizione con i papi che hanno preceduto Francesco. Il differenziale evangelico che dovremmo mettere in campo ora è quello di cercare di comprendere le ragioni di questo sentire cattolico diverso e contrastante l’azione di papa Francesco. Personalmente ritengo che non sia buona cosa negare troppo rapidamente a costoro la legittimità ecclesiale del loro sentire, né le conseguenze pratiche che esso può avere a livello di vita pubblica e politica. In primo luogo, perché credo che nessuno abbia il diritto di monopolizzare la Chiesa; in secondo luogo, perché un cattolicesimo fatto unicamente a nostra immagine e somiglianza sarebbe la forma più perversa di narcisismo religioso.

Prima di entrare nello specifico, quanto mi preme sottolineare è una certa continuità storica in quello che sta succedendo tra una parte del cattolicesimo italiano e Francesco: un ministero petrino, con il suo accento della sensibilità della fede, che genera oltre al consenso anche un dissenso risentito all’interno della Chiesa – nei vescovi e nei preti, e fin dentro il vissuto quotidiano delle nostre parrocchie. È bene essere consapevoli che uno scollamento fra l’indicazione petrina e il sentire cattolico dei fedeli non è materia nuova, improvvisamente auto-generatasi con l’elezione di Bergoglio. Tuttavia in questo fenomeno vi sono due aspetti inediti: il soggetto del dissenso e il modo della sua gestione. Questa volta in dissonanza col papa si sentono proprio coloro che hanno fatto dello stare con il pontefice la garanzia assoluta del permanere nella cattolicità della Chiesa. Improvvisamente, anche costoro si accorgono dell’estrema fragilità storica dell’asserto dogmatico, tanto che basta cambiare una pedina sullo scacchiere ecclesiale per far entrare in fibrillazione antiche certezze e sicure distribuzioni del potere ecclesiastico. La loro reazione, violenta e scomposta (e questo è l’altro lato della novità), mostra il tratto radicalmente post-moderno e relativista della loro comprensione dell’autorità magisteriale nella Chiesa cattolica: sostanzialmente prêt-à-porter, accettabile finché coincide col mio sentire e la mia visione; ma non appena si produce uno scarto, allora non c’è altro rimedio se non quello di cambiare il pontefice stesso (fino a quando non se ne troverà uno che rimetta le cose a posto, ossia che la pensi esattamente come noi).

Il modo della gestione del dissenso rappresenta il vero punto di rottura rispetto alle tensioni che hanno attraversato la Chiesa cattolica dopo il Concilio Vaticano II. Qui abbiamo a che fare con un inedito, almeno in tempi recenti, per la violenza linguistica e l’inusitata pressione digitale e finanziaria che accompagnano l’espressione del radicale disaccordo col papa, e per l’imbarbarimento delle relazioni ecclesiali che ne consegue.

Da un lato, papa Francesco crea divisione nella Chiesa esattamente come prima di lui hanno fatto Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. L’uomo ha sicuramente uno spirito battagliero e non disprezza la disputa, ma sempre in franchezza e senza risentimento. Si potrebbe dire che non gli dispiace il confronto anche quando tocca ricorrere a toni aspri, se non altro per vedere di che pasta è fatto l’interlocutore. Ma mentre il dissenso verso i due precedenti pontefici aveva ancora la forma di un sincero rispetto ecclesiale e di una profonda passione per il bene della Chiesa tutta (la parabola del cardinal Martini su questo punto è esemplare), quello organizzato attraverso un grosso investimento finanziario dalla lobby neoconservatrice statunitense ha i tratti di una sfrontatezza, che spesso rasenta il volgare, del tutto sconosciuta alle stagioni precedenti, per quanto aspre. A esso manca poi del tutto il ben che minimo segno di una sincera preoccupazione per la Chiesa nel suo complesso, quindi anche per chi ha un differente sentire cattolico. Ma vorrei provare, seppur brevemente, a illustrare alcuni dei cambiamenti maggiori degli ultimi trent’anni, che possono aiutarci a comprendere perché si sia giunti a queste forme di distanza di una parte del cattolicesimo italiano rispetto alla Chiesa desiderata da papa Francesco.

 

[L'articolo completo pubblicato sul "Mulino" n. 5/19, pp. 755-762, è acquistabile qui]

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