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I curdi siriani, tra Erdoğan e Assad
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Tre giorni dopo l’ordine di Donald Trump di ritirare le truppe americane dalla Siria, il 9 ottobre 2019, la Turchia ha invaso il Rojava bombardando posizioni civili e militari e attaccando le forze a trazione curda che controllano il Nord Est della Siria. Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, che minacciava di distruggere la regione autonoma curda dal momento della sua formazione nel 2012, ha interpretato come un via libera l’ordine di Trump. In risposta all’invasione turca, i curdi siriani sono stati costretti a trovare un accordo con il regime di Damasco aprendo le porte del Rojava alle truppe di Bashar al-Assad.

La Turchia presenta l’invasione come un atto di legittima difesa e da anni insiste che il Pyd – il partito curdo che domina il Rojava – altro non è se non un’estensione del Pkk, l’organizzazione che guida l’insurrezione curda in Turchia dagli anni Ottanta. I curdi siriani negano ogni legame di tipo organizzativo e militare, ma ammettono di ispirarsi al pensiero del fondatore del Pkk, Abdullah Öcalan, il quale si trova rinchiuso in un carcere di massima sicurezza in Turchia dal 1999. Negli anni Ottanta e Novanta, il Pkk fu sostenuto dal presidente siriano Hafiz al-Assad fino a che le pressioni turche non lo costrinsero a liberarsi di Öcalan. Il sostegno al Pkk non impediva comunque al regime siriano di reprimere brutalmente i propri curdi fino al punto di negare la cittadinanza a molti di loro. Al contrario, fino alla fine degli anni Novanta, Damasco dirottava i propri dissidenti curdi verso l’esterno incoraggiando il Pkk ad arruolarli per la guerriglia in Turchia. Per mantenere il supporto del regime, in quegli anni, anche il Pkk negava l’esistenza di una questione curda in Siria.

In seguito all’espulsione dalla Siria e alla cattura nel 1999, Öcalan ha abbandonato il tradizionale approccio marxista-leninista del Pkk, sviluppando un’ideologia chiamata "confederalismo democratico" basata su democrazia diretta, liberazione femminile ed ecologismo. Un’ideologia certamente originale nel contesto mediorientale che rifiuta lo Stato-nazione come obiettivo della lotta del popolo curdo. Di conseguenza, il Pkk ha promosso la formazione di ‘partiti fratelli’ nelle altre regioni curde, come il Pyd nel Kurdistan siriano nel 2003 e il Pjak nel Kurdistan iraniano. Il supporto organizzativo e militare del Pkk al Pyd è stato determinante nel 2012, quando con l’intensificarsi della guerra civile le truppe del regime siriano si ritirarono dalle zone curde, e nelle prime fasi della guerra contro l’Isil (lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante). Tuttavia, dall’autunno 2014 il Pyd ha cominciato a ricevere supporto aereo e armi dagli Stati Uniti, arrivando così nel giro di tre anni a controllare circa un terzo della Siria. È difficile pensare che questo cambiamento dei rapporti di forza tra i due partiti curdi – il Pkk non controlla permanentemente alcun territorio in Turchia – non abbia influito sui loro rapporti.

L’influenza del Pkk sul Pyd resta oggetto di speculazioni ma, più che in termini di subordinazione, sarebbe più corretto pensarla come parte dello stesso movimento transnazionale del quale fa parte anche il partito pro-curdo e di sinistra Hdp in Turchia, insieme a una fitta rete di organizzazioni di solidarietà e gruppi femministi in tutta Europa. Un movimento le cui gerarchie interne potrebbero essere meno definite di quanto comunemente spesso non si pensi. Al di là di ogni considerazione sui moventi esterni dei curdi siriani, l’esistenza del Rojava non ha mai presentato alcuna minaccia alla sicurezza della Turchia; al contrario, Ankara ha cercato sistematicamente di destabilizzare la regione autonoma.

Il Pyd è stato molto efficace nel cooptare e integrare nel suo sistema i partiti delle minoranze etniche e religiose, e le tribù arabe della valle dell’Eufrate. Non bisogna infatti dimenticare che la regione ospita una grande varietà di gruppi: diverse chiese cristiane, una minoranza turkmena e vaste aree a maggioranza araba. Alla guida dell’amministrazione regionale, il Pyd ha messo al centro della propria politica l’autonomia locale di questi gruppi e il riconoscimento dei loro diritti culturali. Questa concezione organicistica della democrazia – più interessata a rappresentare i soggetti collettivi che gli individui – ha garantito un livello di convivenza pacifica straordinario, anche se non favorisce necessariamente il pluralismo politico. La tolleranza del Pyd nei confronti degli altri partiti curdi nella regione è infatti molto più limitata e diversi oppositori interni sono stati costretti all’esilio. Nonostante ciò, nel contesto della guerra civile in Siria, il Rojava rappresenta di gran lunga il progetto politico col più ampio livello di partecipazione popolare e di stabilità, con passi avanti straordinari verso l’auto-organizzazione e la liberazione femminile. Conquiste inimmaginabili non solo se paragonate al regno del terrore di Isil, ma anche all’oppressione poliziesca del regime di Bashar al-Assad. 

L’occupazione turca di questi territori distruggerebbe tali progressi, facendo esplodere di nuovo tensioni etniche e religiose. La Turchia si ripropone infatti di seguire il modello sperimentato nel cantone nord-occidentale di Afrin, strappato ai Curdi nel gennaio 2018. Ad Afrin – come anche nelle città di al Bab e Jarablous occupate nel 2016 – Ankara ha messo in piedi una struttura amministrativa identica alla propria e iniziato opere infrastrutturali di lungo termine mettendo in chiaro che i turchi hanno intenzione di restare. In queste zone, la Turchia ha messo al potere i ribelli siriani sopravvissuti all’avanzata del regime nel resto del Paese, che ormai sono nulla più di milizie che affiancano l’esercito turco. Questi gruppi sono formati in larga parte da jihadisti e nazionalisti arabi con forti pregiudizi anti-curdi. La loro presenza ad Afrin è stata caratterizzata da sistematiche violazioni dei diritti umani, violenza contro le donne e atti di criminalità comune. Un’occupazione di questo genere, in combinazione con l’insediamento forzoso di centinaia di migliaia di rifugiati siriani che al momento vivono in Turchia, creerà tensioni che potrebbero destabilizzare la regione per decenni.

L’unica possibilità che il Pyd ha per evitare questo scenario è un accordo con il regime di Assad. Sfortunatamente il ritiro improvviso degli Americani ha ridotto drasticamente il potere contrattuale dei Curdi siriani costringendoli a implorare per l’intervento del regime. In queste condizioni, i margini di trattativa per il Pyd per mantenere in piedi le strutture democratiche costruite nel nord-est siriano sono molto più limitati.

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