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La riduzione del numero dei parlamentari / 2
Riformare, ma con giudizio
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Con l’approvazione in seconda lettura da parte della Camera, si è completato l’iter parlamentare per la legge di revisione costituzionale sulla riduzione del numero dei parlamentari. Com’è noto, con l’entrata in vigore della riforma i deputati passerebbero da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200 (più quelli a vita). La politica tende a celebrare anche le mere proposte vendendole come risultati acquisiti. Era quindi ampiamente prevedibile che il Movimento 5 stelle, che di questa specifica riforma ha fatto un suo cavallo di battaglia, celebrasse in modo plateale con tanto di forbici un traguardo importante.

Importante ma non ancora definitivo, perché è certo che sarà richiesto un referendum confermativo, possibile grazie al fatto che il Senato ha approvato il provvedimento in seconda lettura con la maggioranza assoluta ma non con i due terzi, il minimo previsto per evitare il ricordo alla conferma per via referendaria. Consentendo così alla Camera di votare in modo plebiscitario a favore e a tanti deputati per nulla convinti di non esporsi al linciaggio mediatico. Poteri del bicameralismo. L’onorevole Giachetti – e con lui altri, come la deputata del Movimento 5 Stelle Mara Lapia – ha incarnato questa contraddizione dichiarando espressamente il proprio voto favorevole alla riforma e allo stesso tempo l’intenzione di raccogliere tra i deputati le firme per il referendum confermativo (basta un quinto dei componenti di ciascuna Camera) per poi porsi alla guida della campagna per il “no” alla riforma appena votata.

La vicenda di questa riforma costituzionale è istruttiva, almeno si spera; e indicativa, senz’altro. Istruttiva perché, auspicabilmente, aiuterà a diffondere una maggiore conoscenza dei delicati meccanismi della Costituzione. La composizione delle Camere è cosa serissima, non riducibile ai risparmi di spesa, peraltro assai contenuti, come si è visto. Se si tira un filo della complessa matassa istituzionale prevista dalla Carta costituzionale si muove tutto. Certo si può fare, anzi forse si deve fare, perché il modello di rappresentanza tutto politico immaginato dai costituenti è ormai poco adatto alla società attuale, tanto più in un contesto di coma (si spera non irreversibile, anche se al momento tale sembra) dei partiti. Ma l’intervento sulla Carta è sempre operazione da fare con giudizio, mai con superficialità e mai senza guardare al contesto complessivo.

A tal fine, vale a dire guardando al contesto d’insieme, è stato approvato un documento di maggioranza che elenca tutti i punti su cui bisognerà intervenire a seguito di questa riforma. Si tratta di punti complessi, su cui rischiano di saltare sia gli equilibri sia quelli istituzionali: la legge elettorale, innanzitutto; ma anche la rappresentatività: quella dei territori, col superamento della base regionale per l’elezione del Senato; quella di genere; quella che riguarda le minoranze linguistiche (non si pensi qui alla provincia di Bolzano, fortunatamente tutelata: altrove le minoranze non hanno voce). Ma anche le minoranze politiche; i limiti di età per l’elettorato attivo e passivo al Senato; la riduzione del numero dei delegati regionali per l’elezione del presidente della Repubblica; e, infine ma non per ultima, la modifica dei regolamenti parlamentari. Il tutto “aperto al contributo dei costituzionalisti e della società civile”, ça va sans direPer una simile lista di propositi sembra assai improbabile che i tre anni di legislatura rimanenti, sempre che si trovi l’accordo sulla declinazione dei principi indicati, possano essere sufficienti. Ammesso poi che qualcuno spieghi come si concilierebbe una maggiore rappresentatività (di genere, di territori, di minoranze) con un minore numero di rappresentanti eletti nei due rami del Parlamento. Se c’è consapevolezza di avere iniziato dalla fine e non dall’inizio – tanto per semplificare un lavoro così complesso, verrebbe da dire… – ora si dovrà cercare di costruire l’edificio (auspicabilmente solido) sotto il tetto da cui si è cominciato.

La vicenda del taglio del numero dei parlamentari è inoltre indicativa di come funziona la politica nell’era post-partitica. La contrarietà alla riforma è appannaggio dei soli – pochi – testimoni di area radicale, i soliti “grilli parlanti” della politica italiana. Per gli altri la scelta era obbligata. Bisognava votare “sì” nonostante la convinzione che fosse quantomeno una decisione azzardata. Per alcuni il pensiero sarà anche stata la rielezione a rischio, per altri la scommessa sulla tenuta del governo, perché per provare a realizzare quanto ipotizzato bisognerà blindare la legislatura e forse continuare pure nella prossima.  E molti su questo fanno i propri calcoli. Ma tutti, indistintamente, si rendono conto che l’operazione è un salto nel buio potenzialmente pericoloso. Cosa succede se non si riesce a fare tutto ciò che occorre per adattare il sistema parlamentare alla nuova composizione?

C’è un dilemma che si pone davanti a tutte le riforme costituzionali. Se sono puntuali e magari popolari, come in questo caso, rischiano di minare la tenuta sistemica della Costituzione. Se sono strutturali, come quelle proposte nel 2006 (governo Berlusconi) e nel 2016 (governo Renzi) ci finiscono dentro troppe cose e gli elettori le bocciano per via referendaria. Ma se le costituzioni non si aggiornano diventano suppellettili inutili: e se la Costituzione non funziona, nulla funziona.

Questo sarebbe un tema interessante da discutere. Invece bisogna manifestare con le forbici in mano, compresi coloro che fino a pochissimo tempo fa mostravano di vedere la riforma come la peste. Una politica così debole da dover nascondere gli argomenti seri in documenti fumosi, per abbandonarsi riluttanti a ciò che si ritiene inevitabile è una politica che non garantisce affidabilità. Che è ciò di cui il Paese ha più bisogno, indipendentemente da quanti sono o saranno i suoi parlamentari.

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