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Houston, 13/9/2019
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Nuovo confronto tra democratici, ma guardando sempre a Obama. Il terzo dibattito della lunga e divisiva sfida alla nomination democratica del luglio 2020 è il primo confronto dove tutti i candidati si fronteggiano in un’unica serata. Rispetto ai dibattiti di fine giugno a Miami e di fine luglio a Detroit, infatti, solo in dieci hanno superato la soglia di sbarramento del 2% nella media dei principali sondaggi e di 130 mila donatori individuali, prevista dalle regole del Democratic National Committee, mentre Gravel, Hickenlooper, Inslee, Moulton, e Gillibrand, dopo il secondo round hanno deciso di abbandonare prematuramente la corsa.

Per il dibattito televisivo di settembre condotto dal caporedattore e anchor George Stephanopoulos insieme ai colleghi David Muir di World News Tonight e alla corrispondente Linsey Davis, affiancati da Jorge Ramos di Univision, si torna nuovamente a Sud, nell’arena della Texas Southern University di Houston.

Così, per la prima volta, due dei favoriti, Joe Biden ed Elizabeth Warren, si fronteggiano in tv in prime time, occupando come da tradizione il centro del palco destinato proprio ai due candidati che nella media degli ultimi dieci sondaggi hanno il più alto indice di gradimento, anche se al momento il primo è in testa con il 26,8% e la seconda ferma al 16,8. Insegue Bernie Sanders, che si attesta sul 17,3% dei consensi.

Con loro, da sinistra a destra, la senatrice del Minnesota Amy Klobuchar, il senatore del New Jersey Cory Booker, il sindaco di South Bend (Indiana) Pete Buttigieg, il senatore del Vermont Bernie Sanders, la senatrice della California Kamala Harris, l’imprenditore Andrew Yang, e i due texani della serata, l’ex deputato Beto O’Rourke e Julián Castro, ultimo segretario democratico all’Housing and Urban Development.

Il filo rosso del confronto, tenuto peraltro in una storica università pubblica dalla forte tradizione afro-americana, è proprio l’eredità di Barack Obama. Il suo ex vicepresidente Joe Biden, l’unico candidato al momento sopra il 20% di gradimento in tutti i sondaggi, ancora una volta è costretto ad agire, per usare termini cari al football americano, da nose tackle, il difensore al centro della linea che non lascia spazio agli attacchi frontali e al momento migliore va con prudenza al contrattacco. La nuova linea di divisione sui principali temi toccati dal confronto (politica estera, sanità e immigrazione) sembra demarcarsi sulle politiche di Barack Obama, con i candidati progressisti che ne chiedono il superamento e Joe Biden che ne sostiene il rilancio, rievocandone successi e traguardi nella quasi totalità delle sue risposte, un totale di quasi diciotto minuti, più di tutti gli altri contendenti.

Non è una scelta unicamente affettiva o nostalgica quella di creare una linea di continuità con le ultime due amministrazioni democratiche, dal momento che tuttora Barack Obama è una delle figure più ammirate in tutte le componenti della base elettorale del partito, soprattutto tra elettorato nero e ispanico, e forse l’unica in grado di unificare la cosiddetta coalizione democratica, dalle posizioni più centriste e liberali fino alle aspirazioni più socialdemocratiche di candidati come Sanders e Warren, che non a caso sono al momento gli altri due sfidanti sul podio degli indici di gradimento.

Così, in circa tre ore di dibattito, la discussione sembra soffermarsi sull’esperienza di Barack Obama più che su un’operazione di critica e risposta alle politiche di Donald Trump. Sul tema caldo dei dazi lasciano il segno gli outsider Pete Buttigieg e Kamala Harris, che si distingue grazie a un’efficace analogia pop sulle politiche commerciali annunciate periodicamente via Twitter dal presidente: “Donald Trump sulle politiche commerciale mi ricorda il Mago di Oz che, una volta tirate giù le tende, diventa un piccolo uomo”.

Gli altri contendenti finiscono dunque per fare il gioco di Biden, aprendo diverse risposte con un plauso all’ex presidente americano, da Kamala Harris a, inevitabilmente, Julián Castro, dopo uno scontro verbale – il più avvincente e spettacolare del confronto – con Joe Biden, ancora una volta accusato di posizioni contraddittorie ondivaghe in tema di healthcare e di dimenticare velocemente ciò che dice, con un sottile riferimento all’età avanzata dell’ex vicepresidente che si trasforma in uno scivolone per Castro.

Obamacare e le possibili riforme ed estensioni dei regimi di tutela sanitaria occupano buona parte dei minuti a disposizione dei candidati, con Bernie Sanders che mette in evidenza ancora una volta gli altissimi costi e le disparità del sistema sanitario statunitense rispetto ai grandi Paesi europei che garantiscono una copertura più ampia e universale, ed Elizabeth Warren che considera Obamacare un punto di partenza, non un punto di arrivo. Anche in questo caso la risposta di Biden è lapidaria: “Lei sta con Bernie, io sono con Barack”. Il solito tentativo di mettere sullo stesso fronte Warren e Sanders, il quale con la altrettanto solita determinazione rimarca i Leitmotiv della sua campagna senza mai risparmiare attacchi frontali a Biden: dallo storico voto favorevole
all’intervento in Iraq alla complicità con le grandi corporation finanziarie.

Rispetto ai primi due dibattiti, se si fa eccezione per i momenti più caldi della serata di Houston, come il confronto su possibili spiragli di discontinuità rispetto alle politiche di Obama su immigrazione e politica estera, non del tutto approfondito dai dieci, si nota una minore tendenza al protagonismo dei candidati minori e una più moderata tendenza all’unificazione di un partito che appare ancora molto diviso.

Elizabeth Warren giocherebbe in casa avendo insegnato proprio a Houston, ma scompare nella parte centrale del dibattito senza farsi notare come nei due precedenti dibattiti. Beto O’Rourke, invece, il texano che ha sfidato con una sconfitta molto dignitosa Ted Cruz nell’ultimo midterm, raccoglie molti applausi ed entusiasmo sulla questione del controllo delle armi, ad appena un mese di distanza dall’ultima drammatica sparatoria nella vicina El Paso, sua città d’origine, che ha rappresentato alla Camera dal 2013 al 2019 da deputato del sedicesimo distretto del Texas, a grande maggioranza ispanica.

Cary Booker, verrà ricordato più che per il suo intervento deciso sullo stessa tema, quello del bando delle armi, per la rassicurazione rivolta ai cittadini americani che da vegano non cercherà di convincere i suoi elettori a smettere di consumare alimenti di origine animale. Tra gli altri contendenti, Andrew Yang torna sul tema eccentrico, ma ambizioso, dell’automazione e del reddito universale; mentre la centrista Amy Klobuchar è l’unica, insieme a Buttigieg, a mostrare  una posizione più cauta in termini di estensione della copertura sanitaria e da ex pubblico ministero è costretta, così come Kamala Harris, a rispondere ad accuse personali su processi figli di discriminazione razziale, in una serata dove il tema dell’inclusione razziale riesce a evitare terreni di scontro.

In attesa dei sondaggi che prepareranno la strada al quarto dibattito di metà ottobre in Ohio – uno Stato cruciale nelle primarie come nelle presidenziali – la cosiddetta Barack legacy, l’eredità identitaria e valoriale degli otto anni di amministrazione Obama, sembra  l’unico possibile punto di convergenza per la difficile sfida a Donald Trump.

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