Rivista il mulino

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Dal numero 4/19
Contro le diseguaglianze da ricchezza originaria
rubrica
  • Identità italiana

L’istruzione è largamente considerata centrale ai fini dell’uguaglianza di opportunità: un ragionamento molto convincente, ma incompleto. Per la realizzazione delle opportunità individuali, infatti, conta anche la ricchezza finanziaria, personale e familiare. Da un lato, la ricchezza influenza le opportunità stesse d’istruzione; dall’altro, influenza altre opportunità fondamentali, quali la possibilità di rifiutare condizioni di lavoro inique o inappropriate, di resistere a shock negativi, di realizzare un progetto imprenditoriale avendo la libertà di assumere rischi, di prendersi cura dell’ambiente e degli altri, di influenzare le pubbliche decisioni. La ricchezza riduce, inoltre, il senso di vulnerabilità finanziaria e restituisce capacità di pianificazione nell’intero ciclo di vita. Seguendo l’impianto concettuale delle «capacità» di Amartya Sen, una base di ricchezza contribuisce all’allargamento dello spazio di «libertà sostanziale» degli individui.

La crescita del peso e della concentrazione della ricchezza personale e dei lasciti ereditari. Il tema è ancora più rilevante alla luce della crescita del peso dei patrimoni privati (finanziari e immobiliari) nell’economia e delle disuguaglianze di ricchezza.

La figura 1 mostra l’incremento della ricchezza netta nel nostro Paese, soprattutto a partire dall’inizio degli anni Novanta e nonostante la crisi. Considerando il rapporto fra ricchezza netta e reddito nazionale, l’Italia è molto più «ricca» di altri Paesi, come gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia e la Germania.

Non tutti però hanno guadagnato. Come indica la figura 2, dal 1989 al 2016 i soggetti con meno di 40 anni hanno registrato quasi nessun miglioramento, a differenza del gruppo dei settantenni o ultraottantenni, la cui ricchezza è triplicata o quadruplicata.

Il problema, come rileva la figura 3, tocca in modo particolare le nuove generazioni, già penalizzate nel mondo del lavoro (con carriere discontinue e precarie, e con altissimi livelli di disoccupazione e di inattività), le quali stentano ad accumulare risorse finanziarie, pur in un contesto di maggiore precarietà dei destini anche pensionistici.

 

[L'articolo completo pubblicato sul "Mulino" n. 4/19, pp. 620-629, è acquistabile qui

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