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Dal numero 4/19
Intervista a Burhan Sönmez
rubrica
  • Culture

La Turchia sta attraversando uno dei momenti più difficili della sua storia dal punto di vista della libertà di espressione. Come si ripercuote questa situazione sul suo lavoro di scrittore?

La libertà di pensiero in Turchia è sempre stata circondata da un clima problematico. Da molti decenni, già a partire dal XIX secolo, le diverse generazioni e gli scrittori hanno sempre dovuto affrontare il problema della limitazione delle loro libertà. La differenza è che oggi ci troviamo di fronte a una limitazione più diffusa e sistematica.

Ma in Turchia, così come esiste una storia dell’oppressione, si è sviluppata nel tempo anche una tradizione di resistenza all’oppressione. Forse è grazie a questa tradizione che nel nostro Paese gli scrittori come me, e ce ne sono tanti, scrivono in maniera estremamente disinvolta, come se su di noi non incombesse il rischio di essere processati o imprigionati.

Oggi naturalmente numerosi scrittori vengono arrestati e portati in tribunale. Tuttavia l’atteggiamento fermo che hanno le persone, come la loro volontà caparbia di continuare a scrivere quello che pensano credo trovi un terreno fertile in questa parte del mondo.

Com’è noto la Turchia ha subito in passato tre colpi di Stato militari, il più cruento dei quali è stato quello del 1980. Lei stesso è rimasto coinvolto in prima persona nelle violenze degli anni Novanta, un periodo particolarmente buio segnato da esecuzioni extragiudiziali. In cosa la repressione a cui assistiamo oggi in Turchia è diversa rispetto a quella degli anni passati?

Non è possibile paragonare una cattiveria a un’altra, perché ogni cattiveria si presenta sempre in forma mai del tutto uguale alla precedente. Forse la sua essenza resta intatta, ma cambiano il modo di vedere, il comportamento e lo strumento che utilizza. Il clima di violenza e oppressione che c’è oggi è completamente diverso da quello a cui abbiamo assistito in passato. Persino durante i periodi del golpe continuavamo a mantenere una certa, seppur parziale, fiducia nella giustizia.

I giudici senza dubbio venivano condizionati dai militari e probabilmente ne seguivano anche gli ordini. Ma nonostante questo ce n’erano alcuni che si comportavano in maniera indipendente. Oggi purtroppo non possiamo dire lo stesso. I giudici o i procuratori in Turchia, almeno nei processi importanti,  non riescono a decidere finché dall’alto non arrivano una comunicazione o un segnale di qualche tipo. Da questo punto di vista non credo che il Paese si sia mai trovato in una situazione peggiore.

Io sono diventato avvocato nel 1991, ma negli ultimi trent’anni non ricordo un periodo in cui l’indipendenza della magistratura sia stata compromessa come lo è oggi. In passato l’esercito effettuava un colpo di Stato, oppure un partito di stampo fascista si insediava al governo. Di conseguenza la violenza assumeva una dimensione prettamente istituzionale.

Oggi invece il governo da una parte rappresenta le istituzioni, dall’altra dipende essenzialmente da un’unica persona [il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, N.d.R.]. Questa personalizzazione porta le istituzioni a fare di tutto per non infrangere la volontà e le parole di quell’unica figura politica.

Un’altra differenza rispetto alla tradizione delle amministrazioni dispotiche e oppressive turche del passato è che il governo attuale è caratterizzato anche dall’ideologia islamista. Per questo motivo è possibile affermare che la struttura dell’esecutivo turco, oggi, esprime da una parte l’ideologia islamista, dall’altra una istituzionalizzazione dispotica di tipo personale. L’unione di queste due componenti ha dato origine a un’amministrazione del tutto nuova e per noi inedita.

 

[L'articolo completo pubblicato sul "Mulino" n. 4/19, pp. 646-651, è acquistabile qui]

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