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Dal numero 4/19
Willy Brandt
rubrica

Per la Repubblica federale tedesca le elezioni del 28 settembre 1969 rappresentarono un vero e proprio terremoto. Quel giorno, infatti, si completerà la crisi dei partiti conservatori e, con lo spostamento dei liberali, intenzionati a definire una nuova politica estera, nasce il primo governo social-liberale guidato da un socialista e socialdemocratico, Willy Brandt.

Esattamente cinquant’anni fa, Brandt – con le parole di uno dei suoi biografi, Bernd Faulenbach – completava così la sua vittoria su Hitler e il nazionalsocialismo, aprendo una delle fasi più interessanti della storia della Repubblica federale, la Ostpolitik, la politica che guarda a Est (B. Faulenbach, Willy Brandt, Beck, 2013, p. 22).

Perché Faulenbach lega gli eventi del 1969 con quelli del 1945? Perché nel corso della sua vita Brandt incarnò l’idea di un altro tedesco, o meglio di un’altra Germania, vale a dire quella parte di Paese che aveva provato a resistere a Hitler, spesso costretta all’emigrazione, che aveva contrastato il III Reich e che, tuttavia, si era fatta carico dell’eredità nazionalsocialista.

La sua elezione a cancelliere non era solo un risultato elettorale ma costituiva la vittoria di quell’altra Germania, intenzionata a fare i conti fino in fondo con il proprio passato per guardare a un futuro diverso in Europa e nel mondo. A questo proposito, quasi venticinque anni prima di diventare cancelliere egli aveva scritto con molta chiarezza:

 

Responsabilità non è la stessa cosa di colpa. Anche coloro che non si sentono colpevoli e davvero non hanno colpe per i crimini nazisti, non possono tuttavia sottrarsi, se continuano a far parte di questo popolo e vogliono renderlo migliore, alle conseguenze di una politica alla quale si unì volontariamente la maggior parte dei tedeschi (W. Brandt, Verbrecher und andere Deutsche. Ein Bericht aus Deutschland 1946, a cura di E. Lorenz, Dietz, 2007, pp. 37 ss. Brandt scrisse una serie di articoli in occasioni del processo di Norimberga, al quale partecipò come giornalista).

 

Un’assunzione di responsabilità (distinta dalla «colpa collettiva» del popolo tedesco, che Brandt rifiutava) plasticamente rappresentata dall’inchino che Brandt compie dinanzi al memoriale della rivolta del ghetto di Varsavia in una storica visita nel dicembre 1970 e che in Germania fu anche contestata (Durfte Brandt knien?: «Der Spiegel», in copertina, chiedeva se Brandt avesse il diritto di inginocchiarsi).

 

[L'articolo completo pubblicato sul "Mulino" n. 4/19, pp. 665-672, è acquistabile qui

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