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Due o tre cose che fanno ridere (e pensare) su Trump e l’America, a partire dall’arte pop
Angeli, demoni e pompieri
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  • Culture

Quando Trump ha vinto, in molti non hanno capito da dove venisse quella vittoria. Una delle risposte sta in qualcosa che spesso non vediamo o che, quando la vediamo, ci fa ridere. Del resto, anche Donald Trump faceva ridere prima di diventare titolare della “football”, come viene chiamata la valigetta nera con i codici per il lancio delle testate nucleari che deve sempre essere alla sua portata.

La cosa che fa ridere e inquieta allo stesso tempo è la sottocultura (o meglio le sottoculture) del conservatorismo estremo americano. Ci sono quelle religiose evangeliche, quelle complottiste, quelle suprematiste e così via, e permeano ampie parti della società statunitense. Ogni giorno milioni di americani si svegliano credendo cose improbabili e hanno un ampio set di strumenti per confermare ciò in cui credono – che Obama sia nato in Kenya; che ci sia un deep State che fa la guerra a Trump; che Soros e gli ebrei vogliano vendere gli Stati Uniti e sostituire i cristiani; che Israele sia la nuova Gerusalemme.

A confermare le credenze ci sono media, politici e una produzione culturale che non vediamo ma che è viva, ricca e diffusa. Cinque delle dieci trasmissioni radio più ascoltate sono talk conservatori dai contenuti estremi: ai primi due posti ci sono Rush Limbaugh e Sean Hannity, con una media di 15 milioni di ascoltatori al giorno. I programmi dei volti noti della cable news (Cnn, FoxNews, Msnbc), quelli i cui spezzoni ci capita di vedere, fanno numeri nemmeno comparabili. Sean Hannity e Tucker Carlson, anch’essi conservatori, si aggirano attorno ai tre milioni. La talk radio è senza dubbio il format radiofonico più seguito.

Ma non ci sono solo le notizie. Ci sono l’immaginario, l’iconografia. Se le facce della latina, della donna musulmana con hijab a stelle e strisce e del bambino afroamericano della serie We The People, di Shepard Fairey (Obey Giant, per gli amici), sono divenute le icone dell’ala liberal dopo l’elezione di Trump, forse possiamo dire che i quadri di Jon McNaughton sono l’arte conservatrice dell’era Trump. Dopo i passaggi televisivi – ma per la verità anche prima –, la sua arte, le cui riproduzioni si possono comprare direttamente sul suo sito, costa poco e vende molto. I suoi account sono molto seguiti ed è oggetto di interesse dei media. Che cosa c’è nella sua arte? Il presidente fiero, compassionevole ma duro, i democratici venduti allo straniero, i simboli religiosi. L’iper realismo nel tratto e la disseminazione di simboli un po’ ovunque sono i segni distintivi di un’arte che non passerà alla storia se non come fenomeno sociologico. Tanti i riferimenti a quadri famosi, americani e non.

Realismo, messaggio chiaro e immediato e simboli sono tratti caratteristici dell’arte di regime del Novecento. E se non bastasse c’è la spiegazione sui canali YouTube, l’animazione dei quadri per rendere più chiaro il messaggio e i quadri interattivi sul sito, in maniera tale da spiegare chi siano i personaggi e perché sono ritratti in quel contesto. Non c’è niente da interpretare, insomma. E la produzione è così fitta da essere quasi cronaca: abbiamo Mueller preso per il bavero dal presidente, Soros con il portafogli in mano, il muro da costruire, gli immigrati, le nuove nomine alla Corte suprema. Nell’arte di McNaughton il messaggio chiaro e i simboli rappresentano bene proprio quell’immaginario dell’improbabile sottocultura americana che non vedremo nelle città della costa, nei film o nelle serie che guardiamo. E neppure sui media italiani o americani che ci capita di leggere, ascoltare, guardare.

Che simboli ci sono in questi quadri? La verità è che ciascuno meriterebbe un articolo. Sono quadri pieni di first responders (poliziotti e pompieri), c’è il Trump che tende la mano e quello che schianta il male, ci sono soggetti religiosi collegati alla supposta missione divina assegnata dal cielo agli Stati Uniti d’America, ci sono i nemici. Ci sono tutti i temi che parlano all’immaginario dei conservatori e dei libertari Usa – questi ultimi una piccola forza ideologizzata, isolazionista, che abolirebbe lo Stato e molto militante. Prendiamone qualcuno quasi a caso.

Crossing the swamp è una riproposizione contemporanea del celeberrimo Washington crossing the Delaware. Il collegamento ai padri fondatori è una costante della politica americana: dico e faccio questo perché interpreto la loro volontà in maniera corretta. Trump rinnova lo spirito della rivoluzione combattendo contro un nuovo nemico. Qui però la battaglia è contro la palude di Washington DC, i nemici sono i coccodrilli, l’oscurità, la corruzione, e a combatterli c’è il presidente che porta la luce e una schiera dei suoi alleati più fidati. Il quadro però è invecchiato male: metà delle figure che vedete sulla barca si sono dimesse o sono state licenziate.

National Emergency, invece, fa riferimento all’invasione da parte dei centroamericani, che vediamo in alto a destra nel quadro. Trump non è cattivo, prova compassione: sta pregando su un bambolotto perso da un bambino nel deserto. Il problema sono i democratici che fanno il tifo per gli stranieri: Pelosi (pugno chiuso) e Schumer, portano la bandiera messicana, Warren quella europea, Clinton quella del nemico iraniano e l’illuso Obama quella della multilaterale Onu. Bernie invece sta con la Cina, perché è socialista – ridicolo: Sanders ha posizioni radicali sul commercio, che è il punto vero di frizione con Pechino. Dietro ancora, tre delle quattro congresswomen di sinistra portano la bandiera palestinese – che volete, due sono persino musulmane… Il loro tappetino, infine, è il simbolo per eccellenza, la bandiera a stelle e strisce (da leggere lo storico Arnaldo Testi, che alla storia della bandiera ha dedicato Stelle e strisce).

Passiamo poi alla citazione di Goya. Ecco The Resistance, l’opposizione al presidente. Il quadro riproduce fedelmente 3 maggio 1808, ma invertendo le parti. Qui “la resistenza” è il carnefice, l’oppressore, quel che nel dipinto di Goya sono le truppe francesi, mentre le vittime sono i bravi americani. Notiamo un ebreo con la kippah morto mentre un uomo con il cappello Make American Great Again e un veterano sono pronti a essere randellati. Tra i randellatori, l’unica figura riconoscibile è un nativo americano con il suo tamburo. L’idea di fondo, spiegata sul blog dell’autore, è che per i repubblicani sia diventato pericoloso girare per strada. Siamo di nuovo in una narrazione parallela: dopo l’elezione di Trump è aumentata la violenza politica, ma il numero di aggressioni a minoranze, gay, militanti di sinistra supera di molto quello di aggressioni a persone di destra (50 morti nel 2018). Eppure Trump sta pensando di includere i gruppi cosiddetti “antifa” nella lista delle organizzazioni terroristiche. Nota bene: sullo sfondo si vede l’Empire State Building: siamo a New York, dove i maledetti socialisti impazzano.

The empowered man è la rappresentazione dell’uomo comune americano che rialza la testa brandendo la Costituzione – in un altro quadro la stessa figura sega le catene che lo imprigionano, altrove Obama brucia la Costituzione stessa. I padri fondatori, insieme a Reagan e, seminascosto, JFK, applaudono; mentre Roosevelt, Johnson, Clinton e Obama (e George W. Bush) guardano in basso o sono distratti o inorriditi. Il tema dei padri fondatori che protestano contro i democratici per quel che hanno fatto all’America (dimenticando che sei degli ultimi nove mandati sono repubblicani) ricorre in molti quadri. Il male più grande è sempre Obama.

Stanchi di questa arte che ricorda le rappresentazioni della vita di Gesù stampate sui libricini che gli evangelici o i testimoni di Geova regalano agli angoli delle strade anche in Italia, e dove Cristo, i suoi discepoli e chi gli sta intorno tendono sempre a essere biondi? Chiudiamo con The Angel of Liberty che vale la pena di prendere in esame perché si rifà a una storia raccontata da George Washington. A una sua visione. Qui vediamo l’angelo bianco e vendicatore che protegge/salva l’America dalla catastrofe. La visione raccontata dal primo presidente è di quelle messianiche e serve a corroborare l’idea che la rivoluzione americana e la nascita degli Stati Uniti facciano parte di un disegno divino. Washington racconta come una voce gli abbia detto: “Figlio della Repubblica, guarda e impara” e di aver visto nubi formarsi sopra ai continenti, divenire una e poi trasformarsi in eserciti che marciavano verso gli States. Alla fine ci ha pensato l’angelo con la sua spada. E questo, in fondo, è il punto: c’è una parte minoritaria ma consistente della società americana che davvero crede di essere circondata dal male, di vivere su un faro sulla collina costruito da Dio e di essere depositaria di qualcosa da difendere a ogni costo. Qualsiasi sia questo qualcosa, che si tratti della villetta unifamiliare con il vialetto e il posto auto, del diritto alla vita fin dal concepimento o della possibilità di consumare e inquinare a oltranza. È una rappresentazione semplice, chiara e priva di dubbi. Proprio come i quadri di Jon McNaughton, che su Internet si vendono come il pane.

 

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