Rivista il mulino

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Il dibattito sulle sorti del Paese è pressoché assente, sostituito da molto rumore di fondo
Ubriachi sul ciglio dell’abisso
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Straniamento: forse non c’è una parola più adatta per descrivere la sensazione che si prova osservando ciò che sta accadendo in queste settimane nel nostro Paese. Il dibattito pubblico è prevalentemente assorbito da questioni poco serie, o – per meglio dire – da questioni la cui gravità deriva più dal coinvolgimento che tali questioni generano piuttosto che dalla loro effettiva rilevanza. Detto in altri termini, il dibattito politico (se ancora così lo si può definire) è ormai appiattito su faccende di corto respiro e di breve se non brevissimo orizzonte, fagocitato da agende nelle quali il tempo si misura in giorni se non ore; dove gli slogan fioriscono su un substrato costituito in parti variabili ma sempre determinanti di ignoranza, ricerca del consenso purchessia, rifiuto di qualsiasi senso di responsabilità, analfabetismo radicato che si estende come una infezione alle più elementari capacità di ragionamento, alle basi della logica. Spiace apparire così tranchant e anzi viene il sospetto di essere un po’ vecchi, magari brontoloni e moralisti, poco aperti agli orizzonti della politica “liquida”: e tuttavia è giunto il momento di dire che il dibattito pubblico italiano è ormai un lupanare, un festoso postribolo che neanche le più sfrenate rappresentazioni della demagogia di Cleone pensate da Aristofane mai avrebbero potuto raggiungere nel suo orrendo livello di abiezione. La questione suscita un forte timore per i destini del Paese, anche perché non pare che questa malattia degenerativa infetti solo l’attuale maggioranza di governo, sempre che così la si possa chiamare.

Questa cosa va detta, e in modo forte e chiaro, per due ragioni fra loro intimamente collegate: la prima è che le strutture istituzionali e politiche di una democrazia sono fragili e non possono reggere a lungo un simile imbarbarimento senza aprire le porte a qualcosa d’altro che allo stato non sappiamo cosa sia, ma che per molte buone ragioni dovremmo temere. La seconda è che la politica distillata ad uso del “popolo”, fatta di tweet, sagra paesana, pomiciate ministeriali e diretta Facebook non è per definizione in grado di confrontarsi efficacemente con i più semplici problemi di gestione della cosa pubblica, figuriamoci quelli maggiori o che abbiano rilevanza internazionale. Su questi scende, non per caso, una coltre di silenzio, come se non esistessero. Si dirà che personaggi da avanspettacolo ricoprono ruoli di primo piano in grandi potenze come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna; magra consolazione. E soprattutto quei Paesi hanno – pare – la fortuna di potersi ancora avvalere di un deep state e di una burocrazia ministeriale che ormai in Italia è stata eradicata a colpi di spoils system, ammesso e non concesso che sia mai esistita in quella forma.

Vengo ora al punto che intendo qui sollevare, che mi pare meritevole di un assai preoccupato interesse per i suoi possibili sviluppi, ma non senza ribadire che esso non è certo isolato, sotto la coltre di silenzio: basterebbe pensare alla politica energetica, al commercio estero (la vicenda indecorosa delle dimissioni del board editoriale dell’Ice, l’Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane) accuratamente taciuta da buona parte della stampa, la dice lunga), alle relazioni internazionali, solo per citarne alcuni.

Faccio un breve passo indietro: intorno all’anno 2000 terminò clamorosamente la bolla finanziaria dell’high-tech; l’esuberanza irrazionale degli investitori fu costretta, come prima o poi sempre accade, a fare i conti con la realtà e una gran massa di aziende – che spesso avevano al loro attivo poco più di un brand accattivante – fu spazzata via mentre gli indici azionari furono severamente ridimensionati. Le conseguenze sul piano di quella che è talvolta ambiguamente definita “economia reale” per distinguerla dalla finanza furono tutto sommato limitate, con l’usuale raffreddamento recessivo che era lecito attendersi. In quegli anni iniziò a manifestarsi un atteggiamento di politica monetaria, da parte della Federal Reserve, che è difficile non definire compiacente, quando non eccessivamente espansivo. Si ebbero in particolare diversi anni di politica “accomodante” (tassi significativamente bassi) pur in presenza di un’economia che si avviava rapidamente verso la ripresa. Sulle ragioni di questa scelta, da molti aspramente criticata, in particolare, anche se non solo, da parte di alcuni esponenti della destra repubblicana, si dibatte ancora. In ogni caso, come tutti ricordano, tali politiche compiacenti finirono per generare una nuova bolla (deflagrata nel 2008), su asset più senior, più illiquidi e dunque assai più rischiosi dei precedenti: gli immobili. A questo punto il contagio si era avviato e si stava trasferendo dai mutui immobiliari insolventi ai derivati, alle banche stesse, i cui bilanci rischiavano di rivelare patrimoni ampiamente costituiti di carta straccia, ai titoli di debito in generale, inclusi quelli sovrani. Il “delfino” di Greenspan, Ben Bernanke, detto “Helicopter” da una famosa frase di Milton Friedman da lui rilanciata in un discorso del 2002, secondo la quale si sarebbero dovuti lanciare i dollari dagli elicotteri per estinguere l’incendio finanziario, reagì approfondendo le politiche accomodanti, non solo operando sui tassi, ma attraverso politiche non convenzionali (il cosiddetto quantitative easing, un intervento diretto sui prezzi degli asset), successivamente adottate anche al di fuori degli Stati Uniti.

Mi si perdonerà, spero, se ora semplifico grossolanamente: il ritorno di un bene a prezzi maggiormente rispondenti a realtà può essere e sovente è un percorso doloroso. La questione si complica ulteriormente se il bene è illiquido per sua natura (ad esempio un immobile) o perché lo diviene in quanto se ne scopre la non prezzabilità (vale per molti dei derivati allora in circolazione). Il mercato, insomma, evapora. Nessuno si fida più della solvibilità di nessuno e questo porta al collasso il sistema delle transazioni finanziarie, spinge le banche sull’orlo dell’insolvenza e – quando il processo arriva a toccare il cittadino che perde fiducia perfino nella sicurezza dei propri conti correnti – genera la corsa agli sportelli e il default degli istituti di credito, ultimo atto del dramma destinato a portare all’implosione l’economia reale insieme a quella finanziaria. Qui l’illusione della separazione fra economia finanziaria e reale si annulla, perché naturalmente l’economia non può sopravvivere senza mercato del credito. Una catastrofe, insomma, che per poco non si realizzò, ma che soprattutto iniziò ad intaccare la credibilità del debito sovrano. Nel momento in cui cede anche questo bastione, non vi sono più rifugi e il mark to market altro non significa che una rapida distruzione dei bilanci degli istituti di credito, incrementando l’avversione al rischio in una spirale autodistruttiva. Ciò spiega l’esuberanza dell’intervento di Bernanke, ma non risolve il paradosso per il quale il sistema è stato “salvato” (per un pelo) con l’emissione massiccia di nuovo debito pubblico, oltre che mantenendo i tassi vicini allo zero. Volendo utilizzare un paragone spiacevole ma temo calzante, le economie avanzate si comportano come un tossicomane ormai completamente dipendente dallo stupefacente (una disponibilità in certo modo assicurata di liquidità e credito), soggetto a periodiche crisi di astinenza sempre più gravi che non possono essere sedate se non attraverso la somministrazione di altro stupefacente. La cosa è ormai sotto gli occhi di tutti: sono anni che le principali banche centrali tengono i tassi vicini allo zero ed è ormai dato per certo un nuovo ricorso alle politiche di quantitative easing, tanto che da più parti ci si chiede se la Banca centrale europea vorrà seguire l’esempio giapponese con l’acquisto di titoli azionari. Sembra di essere in una fase di sospensione, quasi di bonaccia prima della tempesta: in effetti il sistema appare nel complesso fragile. I prestatori di ultima istanza sembrano avere un arsenale assai scarso a disposizione; l’inflazione non decolla e – anzi – in più di un momento si è avuta la netta sensazione di trovarsi in un momento deflattivo, destinato a durare non si sa quanto e senza sapere come possa essere curato. Peraltro hanno probabilmente ragione coloro che paventano non tanto la deflazione dei prezzi delle merci, anche se almeno teoricamente questo spinge gli acquirenti a procrastinare l’acquisto di beni il cui valore è destinato a scendere, con le ovvie conseguenze sull’economia, quanto la deflazione dei titoli di credito e in particolare del debito pubblico.

Come i nostri concittadini sanno, o dovrebbero sapere, variazioni anche limitate nel prezzo dei titoli di debito si traslano sul tasso di interesse che – in un contesto di stagnazione – può rapidamente divenire insostenibile impedendo il rifinanziamento del debito stesso. Il rischio, purtroppo, è in agguato dietro l’angolo, e la precipitosa corsa al ribasso dei tassi, anche da parte delle banche centrali di economie emergenti al primo scricchiolare della congiuntura economica, non è un segnale rassicurante. D’altro canto, in questa particolare fase nella quale pressoché tutti gli asset disponibili sono gonfiati a dismisura, la percezione del rischio sembra essersi temporaneamente eclissata e gli operatori finanziari, nella disperata ricerca di rendimenti, sembrano disponibili ad acquistare qualsiasi cosa si creda possa produrre un rendimento superiore a zero. Ora, intendiamoci, se il rendimento negativo del Bund è indice di una anomalia, quello – pure negativo – del debito francese ha qualcosa di irrealistico. Per non parlare delle quotazioni francamente lunari del debito italiano e greco e più in generale di molti titoli corporate high-yield che sebbene siano spesso etichettati come spazzatura o quasi spazzatura, viaggiano a quotazioni stellari.

Ma, si diceva, la situazione nasconde diversi problemi che si stanno incancrenendo. Le banche pur parzialmente ripulite dai cosiddetti “titoli tossici” accumulati negli anni pre-crisi, non godono di ottima salute. Soffrono la politica dei tassi bassi e colpisce come quasi nessuno abbia notato le dichiarazioni di Ermotti (ad di Ubs), secondo il quale occorrerebbe iniziare a rendere onerosi i già da tempo infruttiferi depositi bancari, trasferendo almeno parte degli effetti del regime degli interessi negativi sul titolare dei depositi. Inoltre, specie nel caso italiano, le banche (e le assicurazioni e con esse i cittadini titolari di fondi pensione) sono esposte massicciamente verso il debito del Paese, con tutto quel che ne seguirebbe in caso di suo deprezzamento. L’economia, d’altro canto, non cresce o cresce troppo poco: e anche per questo aspetto suscita qualche perplessità il reiterato richiamo alla necessità di ridurre il tasso di risparmio delle famiglie, evocando misure di repressione finanziaria finalizzate alla “messa in circolo” dei capitali che tuttavia rischiano solo di generare allarme e sfiducia. Eppure l’avversione al rischio è, in questo quadro, bassa, verrebbe da dire, troppo bassa per essere sana; probabilmente perché si crede ormai ciecamente nel potere taumaturgico delle banche centrali, ormai preda anche esse del circolo vizioso. Una danza che nessuno vuole né può smettere di danzare. C’è un però: una situazione fragile o che si regge su di un equilibrio precario può precipitare rapidamente per effetto di uno shock inaspettato. Nassim Taleb ha fatto le sue fortune editoriali con il concetto tutto sommato banale di black swan e con la sua critica alle distribuzioni statistiche normali utilizzate nella definizione dei profili di rischio: gli va dato atto, però, di avere ricordato a un mondo che pare troppo incline alla smemoratezza che il verificarsi di un imprevisto può innescare effetti catastrofici se cade nel momento sbagliato. Basterebbe ricordare il caso di Ltcm (1994) o il famoso black monday del 1987. Cosa accadrebbe oggi se si verificasse un evento simile? Resterebbe confinato o si riprodurrebbe il fenomeno del “contagio”?

Naturalmente, non resta che attendere gli eventi, ricordando sempre che la volatilità sui mercati è anormalmente bassa e da troppo tempo (il che va di pari passo con una troppo elevata propensione al rischio). Non senza notare, da ultimo, che salvo pochissime eccezioni – e fra queste va ricordato soprattutto Mario Seminerio (è intervenuto anche qui; su lavoce.info sono invece apparsi un breve commento di Tommaso Monacelli e uno di Fausto Pannunzi) – il Paese si balocca nei suoi ristretti orizzonti senza che queste faccende entrino in alcun modo nel dibattito pubblico. Il meglio che si è visto, mi si consenta l’ironia, è stata l’assurda pantomima inscenata dai due “economisti” della ex Lega Nord, Borghi e Bagnai, a proposito dei fantomatici minibot. Di questo passo non si va molto lontano ed è una ben magra consolazione sapere che si arriverà al momento dello schianto danzando ubriachi sul ciglio dell’abisso.

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