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Il recente “scandalo” delle pressioni che correnti giudiziarie ed esponenti di partiti politici avrebbero esercitato sulla nomina dei procuratori di Roma e di altre città non ha fatto che confermare molto di quanto già si sospettava, almeno fra agli addetti ai lavori. Semmai, ha sorpreso l’allargamento dell’attenzione del “circo mediatico-giudiziario” a magistrati di grande rilievo: nel corso dell’indagine, infatti, ex-presidenti dell’Associazione nazionale magistrati, componenti del Csm e addirittura un altissimo magistrato della Corte di cassazione sono stati sottoposti ad intercettazioni particolarmente invasive.

La realtà è che la competizione fra le correnti giudiziarie per le nomine dei capi degli uffici è da sempre fortissima. La cosa non dovrebbe stupire, considerato il potere che, specie i capi degli uffici requirenti, si trovano ad esercitare. Di recente, un magistrato di grande esperienza come Edmondo Bruti Liberati, in una lettera a un quotidiano  (“Il Foglio” del 9.7.2019), pur sottolineando la complessità del fenomeno, lo ha riconosciuto apertamente: “Il pm nella attività di indagine, sin dal momento iniziale, deve fare delle scelte. Eludere questa assunzione di responsabilità è vano…”.

Non dovrebbe allora neanche stupire che i politici cerchino di mettere il becco sulle nomine, in modo da avere dei magistrati, se non favorevoli, almeno non ostili. Da questo punto di vista, il caso di Clemente Mastella è molto istruttivo. Nel gennaio del 2008, l’allora ministro della Giustizia Mastella – insieme alla moglie e ad altri suoi collaboratori – risultò indagato per vari reati contro la pubblica amministrazione e dovette dimettersi. Il caso ebbe un impatto politico elevatissimo. Le dimissioni di Mastella innescarono la caduta del secondo governo Prodi, elezioni anticipate e, alla fine, il ritorno al governo di Silvio Berlusconi, questa volta paradossalmente favorito da un intervento giudiziario. Ebbene, poco tempo fa, Mastella è stato definitivamente assolto dalle accuse che erano state sollevate contro di lui, anche se ovviamente le conseguenze di quelle indagini non possono certo essere cancellate. Perciò, se i politici ritengono che avere a capo di una procura importante il magistrato X o Y non sia la stessa cosa chi può dare loro torto?

Ad ogni modo, una volta disvelato lo “scandalo”, le correnti sono entrate nell’occhio del ciclone, sommerse dalle critiche: si moltiplicano così i progetti di riforma della legge elettorale del Csm – e dello stesso Csm – per ridurne o addirittura cancellarne l’influenza. Lo stesso governo ha annunciato la prossima presentazione di un disegno di legge al riguardo. Si potrebbe commentare che tutto ciò era prevedibile. Siamo in tempi di antipolitica: dopo l’attacco ai politici dei partiti è arrivata l’ora dell’attacco ai politici della magistratura. D’altra parte, le correnti giudiziarie hanno molte colpe: da quella più visibile – la lottizzazione, cioè l’assegnazione di incarichi direttivi sulla base non delle capacità dei candidati ma della semplice appartenenza ad una o ad un’altra corrente - a quella, molto più grave, di aver fatto di tutto, negli ultimi cinquant’anni, prima per smantellare le tradizionali verifiche di professionalità e, poi, per impedirne l’introduzione di nuove, magari più efficaci.

Resta però che le correnti sono anche un elemento di trasparenza, per quanto distorta: avere a capo di una procura un magistrato di Magistratura democratica non è la stessa cosa che averne uno di Magistratura indipendente (o magari uno appartenente alla corrente diretta da Piercamillo Davigo). Cancellare il ruolo delle correnti – ammesso che sia davvero possibile e i dubbi in proposito sono parecchi – significherebbe probabilmente dare maggior spazio ad influenze poco chiare – quando non occulte.

Naturalmente, non è detto che nulla si possa fare per affrontare questa situazione e curarne gli aspetti maggiormente disfunzionali. Innanzitutto, il ruolo esercitato dalle correnti è stato reso agevole dal fatto che la gestione delle verifiche di professionalità fatta dal Csm – e quindi dalle correnti giudiziarie che lo controllano – ha fatto sì che, oggi, il 99% dei magistrati le superino a pieni voti: un todos caballeros che apre una spazio enorme all’azione delle correnti (e anche dei politici), che possono scegliere fra concorrenti che appaiono formalmente tutti eguali per capacità. Per creare però delle verifiche reali – e non, come quelle odierne, solo cartacee – va smantellato quel gigantesco conflitto di interessi che oggi affida le verifiche a chi – il Csm - è eletto proprio da chi deve essere valutato e allo stesso tempo permette allo stesso Csm di non scegliere e di esprimere giudizi positivi in numero illimitato. In altre parole, per far cessare questo andazzo è necessario che le valutazioni di professionalità siano sottratte al Csm e affidate, ad esempio, a commissioni esterne, meglio se composte in buona misura anche da non magistrati. In questo modo, le influenze della politica – correntizia e partitica – verrebbero, se non eliminate del tutto, almeno contenute.

Per ridurre poi la pressione della politica sulle nomine non serve certo un nuovo, ulteriore rafforzamento dell’indipendenza della nostra magistratura: le sue garanzie sono ormai, almeno in Europa, fra le più elevate. Va invece ridimensionato il potere del pubblico ministero, rivalutando il ruolo di controllo del giudice: un giudice che va liberato dai condizionamenti oggi inevitabilmente indotti dal fatto di appartenere alla stessa organizzazione della pubblica accusa. Soprattutto, va arrestata la tendenza – che si è affermata in questi ultimi anni – alla moltiplicazione dei reati e all’innalzamento delle pene: tutti aspetti che non fanno che ampliare il potere di chi esercita l’azione penale.

Quindi, solo se l’attuale dibattito porterà a modifiche che incideranno sui punti sopra considerati potremo ritenere lo scandalo di queste settimane cosa del passato. Altrimenti, possiamo tranquillamente prepararci alla prossima puntata.

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