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Perché Salvini risulta convincente
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Con l'arresto della comandante della Sea Watch 3, programmata conseguenza del decreto sicurezza bis, il ministro degli Interni ha giocato una carta rischiosa, di cui potrebbe non controllare gli esiti: l'internazionalizzazione della politica migratoria attuata dal governo giallo-verde. Da consumato giocatore d'azzardo, Salvini rilancia l'intera posta attaccando non più soltanto le Ong ma gli altri governi europei. Resta da vedere se il bluff, efficace al tavolo domestico, lo sarà altrettanto su tavoli esterni, popolati da giocatori non meno spregiudicati di lui quando si tratta di difendere il proprio consenso sulla scena nazionale.

Ancor prima del grande successo elettorale raccolto alle ultime europee, a sua volta vetta in una scalata iniziata con il 4% dei voti, la vittoria più duratura di Salvini è quella di averci costretto da almeno cinque anni a confrontarci con la sua agenda, che ha come nocciolo duro la questione immigrazione. A questo punto la domanda da porsi non è perché il leader della Lega abbia deciso di individuare questo come il tema portante della sua proposta politica, bensì come sia potuto accadere che la proposta abbia avuto e continui ad avere tutto questo successo. Detto fuori dai denti: il problema non è come Salvini possa dire le cose che dice, il problema è come tante persone possano credergli.

La domanda è ostica ma le analisi, specie quelle delle scienze sociali, non sempre sono semplici o gradevoli. Per provare a capire le ragioni del consenso guadagnato sul tema immigrazione, avanzo due ipotesi: una di natura politica e l'altra sociologica. La prima ragione si basa sulla storia della Lega. Quello che è sembrato il successo inaspettato di una forza politica, basato sulla repentina rivelazione di una xenofobia finora tenuta nascosta nella pancia degli italiani, è in realtà frutto di una strategia coltivata per trent'anni dal più antico partito italiano sopravvissuto alla crisi della prima Repubblica: la Lega.

Apparentemente diversa dalla vecchia Lega secessionista fondata da Bossi, la formazione di Salvini gode tuttavia il vantaggio di essersi mantenuta fedele per circa trent’anni all’approccio nativista delle origini. L’unico cambiamento ha riguardato l’aggiornamento dell’antagonista conclamato, passato dal “diverso” interno (l’italiano del Sud immigrato nel Nord Italia) a quello esterno (l’immigrato globale arrivato in Italia dal Sud del mondo). Nel passaggio del testimone da una generazione all’altra, il nativismo “nazionale” di Salvini si è innestato senza soluzione di continuità su quello localista del fondatore. Per decenni quest’ultimo aveva alimentato un’ininterrotta polemica contro il centralismo romano e contro i meridionali nullafacenti, in contrapposizione ai settentrionali descritti come dei “pirla” che pagano per colpa dei “Cavour e dei Garibaldi, tutti stronzi” (cfr. «Corriere della Sera», 26.8.2007). Oggi cambia l’oggetto, ma la prospettiva resta. L’unica vera distinzione tra la Lega di una volta e quella di oggi è il bersaglio. Spostandolo all’esterno (gli stranieri), Salvini ha moltiplicato la portata del pregiudizio, rendendolo accettabile e moltiplicando la platea degli elettori disposti a darvi credito.

Quanto alla seconda ipotesi, la spiegazione si muove sul terreno sociale, constatando che i benefici e i costi apportati dall’immigrazione alla società ospite si collocano a due distinti livelli – macro e micro – largamente incomunicabili tra loro. Come e più degli altri fenomeni, quelli migratori sono diversamente percepiti come apportatori di conseguenze positive o negative non tanto sulla base di un’astratta e razionale analisi costi/benefici, bensì sulla base della costruzione sociale che ne viene effettuata dai vari attori, ognuno dei quali porta le proprie esperienze. A livello macro la gestione delle differenze può ispirare preoccupazioni ma esse sono bilanciate dal contributo che gli immigrati forniscono alla tenuta demografica, produttiva e fiscale del sistema economico e di Welfare (basti pensare alle pensioni). La costruzione sociale del fenomeno migratorio è ancora più favorevole al livello meso, ad esempio nelle aziende dove emergono gli aspetti dinamici, creativi e resilienti del diversity management. È a livello micro, invece, che maturano le situazioni più problematiche.

La spiegazione è meno teorica di quanto appaia a prima vista. Nel mix di benefici e di costi di cui è composto il fenomeno migratorio, tendenzialmente i principali benefici si manifestano a livello macro mentre i principali costi si manifestano a livello micro. Per essere chiari: i benefici li tesaurizza in prevalenza il sistema economico e sociale, mentre i costi li sostengono in prevalenza gli individui, il cui principale pensiero non è certo la sostenibilità del sistema. Con la spinta individualizzazione della società contemporanea il cittadino è oggetto di un’incessante pressione a ridursi alla dimensione privata, consumistica e competitiva, e reagisce assolutizzando sia la funzione di utilità sia i bisogni, le identità e le visioni del mondo che lo riguardano direttamente.

Tale contesto non è irrilevante quando ci si trova di fronte a nodi sociali e politici complessi come l’immigrazione. Nelle società dove il fenomeno è recente come in Italia, i cittadini che hanno occasione di stabilire un’effettiva relazione sociale con gli “stranieri” sono una minoranza (uno su tre in una rilevazione di Ilvo Diamanti che risale a una decina di anni fa). Si tratta per lo più di datori di lavoro o di lavoratori dell’industria e dei servizi, oppure di operatori dell’assistenza, dell’istruzione, della cura ecc. A parte le fugaci relazioni tra esercente e cliente in un negozio, per la maggioranza dei casi la relazione si risolve nella semplice compresenza di autoctoni e stranieri nel medesimo spazio, cioè abitare nello stesso palazzo di periferia, fruire degli stessi giardinetti, (tentare di) salire sullo stesso autobus, metropolitana, treno di pendolari. Per non parlare del trade off nell’accesso ai servizi del Welfare: liste di disoccupazione, di attesa per le prestazioni sanitarie, per l’iscrizione dei figli agli asili nido, per l’assegnazione degli alloggi popolari. Basta poco perché qualcuna di queste competizioni diventi conflitto, acuendo la discriminazione di classe a scapito dei più deboli (gli immigrati) e di coloro che li seguono nella piramide sociale (gli autoctoni poveri), dato che i costi della convivenza coinvolgono innanzitutto i ceti bassi e medio-bassi.

Tra i residenti nelle periferie i benefici apportati dagli immigrati sono conosciuti dagli italiani in modo vago e indiretto, e comunque valutati come qualcosa che è privo di concreta influenza sulla propria vita. Nulla a che fare con gli aspetti strategici per l’individuo e per il suo gruppo familiare, quali il lavoro o le prestazioni assistenziali, situazioni nelle quali la presenza degli immigrati viene avvertita come competitiva e perfino, da chi si trova in condizioni deprivate, come ingiustamente privilegiata. Se non sono inquadrati in una cornice ideale più ampia (come può rappresentare per l’individuo una specifica appartenenza religiosa, politica, associativa ecc.), la frustrazione e il confronto invidioso alimentano rancore e ostilità. Tali sentimenti, inizialmente diretti verso il capro espiatorio immigrato, nel tempo tendono a investire l’intero sistema sociale e politico (i partiti ma anche le istituzioni dello Stato), percepiti come ingiusti e quindi meritevoli di sfiducia e di rifiuto. Così il cerchio si chiude e la cinica profezia del populismo si auto-avvera.

Volendo c’è parecchio da fare, dunque, senza aspettare che la meteora Salvini compia il suo corso e vada a spegnersi da qualche parte (anche perché i danni che sta facendo non si dissolveranno in un giorno). Certamente sulla politica incombe un compito enorme. Ma anche il compito degli intellettuali è importante. Non soltanto di quanti producono dati e ricerche (da focalizzare sempre di più su questi e altri temi ugualmente "ostici"). Ma anche di quegli intellettuali "di strada" che tutti i giorni si misurano con i problemi degli strati più disagiati – italiani, stranieri – della città: insegnanti, infermieri e medici ospedalieri, volontari del terzo settore, preti, e altri ancora.

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