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Lezioni europee
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La vicenda delle nomine per le posizioni di vertice nell’Unione europea non è ancora giunta al termine ma è già ricca di insegnamenti, sul presente e sul futuro del processo d’integrazione.

Non sono certo una novità i complicati bilanciamenti richiesti in un passaggio chiave per un’Unione a 28 (27, con il Regno Unito ormai fuori dai giochi). La necessità di tenere conto di vecchi e nuovi Stati membri, di diverse aree geografiche, delle famiglie politiche, dell’equilibrio di genere rende meno incomprensibili le acrobazie affrontate dai capi di Stato e di governo nel Consiglio europeo.

Da più parti, prima delle elezioni del maggio scorso, si era segnalato che il problema più rilevante non si sarebbe manifestato nel Parlamento europeo, nel quale una maggioranza “sovranista” era (ed è risultata) del tutto improbabile. Il problema sarebbe stato piuttosto la frammentazione del Consiglio europeo, con blocchi di alleanze che rendono sempre più difficile esprimere una linea coerente. Ma va dato atto che il pacchetto di nomine chiuso martedì scorso è stato adottato all’unanimità – o quasi, con Merkel astenuta per non turbare gli equilibri politici nel suo governo.

Per la presidenza del Consiglio europeo si mantiene la regola non scritta di eleggere un pari grado, con il primo ministro belga, il liberale Charles Michel. Quale Alto rappresentante si indica il ministro degli Esteri spagnolo, il socialista (e federalista) Josep Borrell, già presidente del Parlamento europeo. Per la presidenza della Banca centrale il nome è quello, di fama e prestigio mondiali, di Christine Lagarde, attuale direttore generale del Fondo monetario internazionale. Un capitolo a sé richiede invece la designazione di Ursula von der Leyen, popolare e attuale ministro della Difesa tedesco, quale presidente della Commissione europea. Come reagirà il Parlamento europeo di fronte a un nome mai evocato fino a poche ore prima della sua designazione? La Conferenza dei presidenti, il 28 maggio scorso, aveva confermato il sostegno al processo che “prevede che il prossimo presidente della Commissione abbia già reso noto il suo programma e la sua personalità prima delle elezioni e si sia impegnato in una campagna su scala europea”. Il Parlamento sarà coerente con quell’impegno o avallerà (come già annunciato da Ppe e Renew Europe) la decisione del Consiglio europeo? Dopo quella che nel 2014 era parsa ad alcuni una “forzatura” da parte dei rappresentanti dei cittadini europei, nel 2019 assisteremo alla “rivincita” dei capi di Stato e di governo nazionali?

Non starò a ripercorrere le vicende degli Spitzenkandidaten. È stata una via, pur imperfetta, per cercare di far saltare dinamiche puramente intergovernative e “a porte chiuse”, di introdurre l’elemento politico-partitico in quelle scelte. Rimane il fatto, politico e istituzionale, che fiducia al ed elezione del presidente della Commissione competono al Parlamento (dinanzi al quale “la Commissione è responsabile collettivamente”), a partire dalla proposta del Consiglio europeo.

Dopo la prevista fine di una maggioranza autosufficiente di popolari e socialisti, si era prospettata una nuova coalizione, aperta a liberaldemocratici e verdi. Le cronache indicavano l’avvio di un intenso lavoro per arrivare a un accordo programmatico, da sottoporre al candidato presidente della Commissione. La delusione per il pacchetto di nomine proposto ha già visto sfilarsi i verdi dall’accordo. Facile prevedere che i giorni che ci separano dalla presentazione di Ursula von der Leyen nell’aula di Strasburgo, a metà luglio, saranno fitti di confronti e negoziazioni.

Il Parlamento europeo ha nella elezione del proprio presidente il primo solenne momento in cui esprime la propria autonomia. Un conto è un accordo tra capi di governo e loro famiglie politiche europee che tenga insieme anche la massima carica del Parlamento, altra cosa sarebbe stata la scelta suicida di accettare una indicazione calata dall’alto. L’elezione di David Sassoli – unica nota positiva per l’Italia – quale successore di Antonio Tajani va nella direzione auspicata di una prima metà della legislatura a guida socialista, cui dovrebbe seguire un esponente dei popolari.

Vedremo quindi se le decisioni intergovernative delineano anche un accordo Ppe-Pse-Re. D’altro canto, le dinamiche partitiche in questi giorni si sono già intrecciate con le opzioni dei governi nazionali. Sono stati molto significativi i contrasti fra le diverse anime del Ppe, e il suo fuoco di sbarramento sulla rinuncia ad esprimere il candidato presidente della Commissione. Una “rivolta” che ha colpito i piani iniziali di Angela Merkel, che aveva aperto alla candidatura di Frans Timmermans, senza peraltro far guadagnare la designazione al debole Manfred Weber.

L’atteggiamento ondivago dell’Italia ha lasciato perplessi. Il presidente del Consiglio Conte ha stigmatizzato un “metodo sbagliato” nella scelta dei candidati, ma non è chiaro né quale metodo alternativo auspicasse né quali passi abbia compiuto per sostenerlo. La compresenza di più linee politiche nel governo spinge a scelte estemporanee e ad alleanze autolesionistiche con i Paesi di Visegrád. Si è finito col porre di fatto un veto al candidato Presidente (Timmermans) meno rigorista e più vicino all’Italia. E inviso ai quattro di Visegrád per il suo impegno nella difesa dello Stato di diritto in Ungheria e in Polonia – quasi che si trattasse di posizioni espresse a titolo personale e non in nome dell’Ue e dei valori su cui essa si fonda.

Se guardiamo al futuro, probabile che si torni (solo) a parlare della fusione delle cariche di presidente della Commissione e di presidente del Consiglio europeo, e magari del passaggio a un’elezione diretta. Strada “presidenzialista” irta di ostacoli, che rischierebbe di incrinare gli equilibri fra istituzioni con ruoli diversi. Altra opzione che tornerà in auge in vista delle europee del 2024 sarà quella delle liste transnazionali (capeggiate dai rispettivi Spitzenkandidaten, come voleva Macron?). Un unicum nelle federazioni esistenti, che creerebbe pesi diversi fra i parlamentari eletti, e che è stata rigettata dal Parlamento stesso.

Possibile che la strada più prosaica ma più produttiva sia quella politica piuttosto che quella istituzionale. Il nuovo panorama europeo richiede che i partiti europei siano in grado di costruire coalizioni e di esprimere candidati comuni prima del voto europeo. Nel contempo, chi rappresenta gli Stati e chi rappresenta i cittadini dovrebbe avviare per tempo un dialogo “bicamerale” per arrivare a nomine condivise, che siano espressione di un progetto e una coalizione politici. Passi, a volte incerti, verso la costruzione di una democrazia europea. Un processo faticoso ma in divenire. Che può ancora riservare sorprese.

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