Rivista il mulino

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Dal numero 3/19
Francesco Saverio Nitti
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Francesco Saverio Nitti nasce a Melfi il 19 luglio 1868 da Vincenzo, un ex garibaldino, e Filomena Coraggio, una contadina analfabeta. «La mia famiglia era la nuova democrazia», avrebbe scritto anni più tardi Nitti, che a quella democrazia avrebbe per lunga parte della sua vita cercato di dare realtà in Italia. Nel 1882 si trasferisce con la famiglia a Napoli e qui, da autodidatta, impara inglese, francese e tedesco e frequenta fin da subito le aule universitarie, dove, appena quindicenne, viene notato da Benedetto Croce.

Collabora al «Corriere di Napoli» diretto da Matilde Serao e a «La Gazzetta Piemontese» – poi divenuta «La Stampa» – e nel 1890 si laurea in Giurisprudenza con una tesi sul socialismo cattolico, che l’anno successivo sarebbe diventata la sua prima monografia. Nel 1894 pubblica La popolazione e il sistema sociale: una critica al «fatalismo» di Thomas Malthus, che condanna a un destino di povertà coloro che hanno perso alla «lotteria della vita», e alla «metafisica» dell’economia politica classica, che spaccia per naturali gerarchie sociali che sono invece frutto della storia e, nello specifico, del comando materiale della proprietà sul lavoro. Denunciando il contrasto tra le libertà politiche introdotte dal liberalismo e la «servitù economica» che lo stesso liberalismo naturalizza, Nitti usa così la scienza sociale per riscriverne gli assunti. Contro ogni atomismo e darwinismo, l’individuo non viene rinnegato ma ripensato nei suoi legami di solidarietà con gli altri individui per costruire una società improntata a una «cooperazione ordinata e cosciente». Contro l’ortodossia del laissez-faire, lo Stato cessa di essere un guardiano notturno: deve intervenire attivamente per correggere storture e disuguaglianze derivanti dallo sviluppo irregolare e contraddittorio del capitalismo, eliminando gradualmente le barriere che impediscono il libero sviluppo dell’individualità di ciascuno. A differenza di quello che «hanno insegnato i vecchi liberali», lo Stato non è l’antitesi della libertà degli individui ma un «organo della società».

È questo nesso tra scienza e politica a costituire l’asse centrale della riflessione nittiana per tutto l’ultimo decennio dell’Ottocento, come emerge dall’editoriale con cui Nitti apre il primo numero di «La Riforma Sociale», la rivista di cui assume la direzione nel 1894. Essa è l’organo italiano di un più ampio movimento di riforma del liberalismo che alla fine dell’Ottocento si estende su scala atlantica. Le idee di Nitti si intrecciano a quelle della scuola storica tedesca dell’economia, al solidarismo francese, al new liberalism britannico e all’istituzionalismo americano, in nome di un «liberalismo atlantico» che compendia libertà individuale e questione sociale, lotte sul lavoro e intervento dello Stato per governare un «paesaggio comune» caratterizzato da democratizzazione, industrializzazione e urbanizzazione.

 

[L'articolo completo pubblicato sul "Mulino" n. 3/19, pp. 501-507, è acquistabile qui]

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