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La candidatura di Joe Biden e le divisioni tra aspiranti presidenti
Tensioni fra democratici
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La mancanza di un unico candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti ha generato una pletora di ben 23 aspiranti. Fino allo scorso 25 aprile, quando l’ex vicepresidente di Obama, Joe Biden, ha reso pubblica la propria candidatura, i concorrenti “seri” erano tre: Bernie Sanders – che aveva ottenuto il 20% dei favori alle primarie – e le senatrici Elizabeth Warren (9%) e Kamala Harris (7%).

L’ingresso di Biden ha sconvolto il campo: è immediatamente diventato il beniamino del centro moderato, balzando in testa (38%) ai favori per le primarie, e ha raccolto subito un sacco di soldi dai grandi finanziatori democratici, tanto che le rilevazioni d’opinione dicono che di sicuro batterebbe Trump.

È iniziato così un fuoco di sbarramento degli altri candidati e commentatori progressisti per denunciane le debolezze. La lunga carriera pubblica di Biden, con qualche significativo scheletro nell’armadio, gli impedisce di presentarsi come innovatore, il che sarebbe aggravato dall’immagine di “piacione” superficiale (nonostante le molte tragedie della sua vita).

Ma la vera e più sostanziale controversia è sui gruppi sociali a cui i democratici devono puntare per vincere e con quale programma. Il moderato Biden sarebbe il più electable, in grado di conquistare i voti di molti indipendenti e di qualche repubblicano deluso. Soprattutto recupererebbe i voti del proletariato bianco maschile degli Stati industriali del Midwest, la cui defezione ha fatto perdere a Hillary Clinton le elezioni del 2016, malgrado avesse la netta maggioranza numerica dei voti. Ma i portavoce della sinistra rispondono che non è quello l’elettorato a cui rivolgersi per vincere. Nel 2018 solo un terzo di quegli operai bianchi ha votato democratico e sono “tornate a casa” molte più donne bianche, nere e di altre etnie. D’altra parte – aggiungono – il grande peccato di Hillary Clinton è stata la sua incapacità di mobilitare l’elettorato democratico: bisogna dare alle fasce di ciascuna classe e gruppo etnico qualcosa di entusiasmante per cui votare. La tenue personalità di Biden e il suo programma ortodosso non sarebbero certo in grado di innestare quella mobilitazione, dal momento che bisogna puntare a una alleanza tra ceti medi, donne e minoranze. Ma i sostenitori di Biden ribattono che questa elezione è soprattutto oppositiva: giovani e progressisti andranno comunque a votare per cacciare Trump, anche se il candidato democratico non corrisponde perfettamente al loro ideale.

Quindi, in tema di strategie programmatiche, la domanda è: si tratta soprattutto di attaccare Trump senza troppo compromettersi in proposte divisive oppure vanno presentati programmi innovativi di modo che gli elettori democratici non stiano a casa? Tutti sono d’accordo a tenere Trump sotto pressione, sia che ciò significhi, come vuole una parte della sinistra, iniziare la procedura di impeachment (che il centro del partito ritiene fallimentare e controproducente), oppure, come proclama Nancy Pelosi, potentissima speaker della Camera, usare il potere d’ inchiesta per denunciare il reato presidenziale di ostruzione della giustizia suggerito dalla commissione Mueller?

Sul piano dei programmi, il tema della lotta ai cambiamenti climatici, fortemente sentito dalla pubblica opinione, ha rilievo crescente nel campo democratico, come indicato dalla visibilità del piano del Green New Deal. Nel caso dei progressisti, il tema si affianca ai tradizionali obiettivi della giustizia economica e della riduzione della diseguaglianza di cui Sanders si è fatto campione: assistenza sanitaria per tutti, aumento dei salari minimi, spese universitarie gratuite per i più poveri, aumenti di tasse per i milionari.

Biden è tra tutti il candidato che si espone meno sul piano programmatico, contando sull’impopolarità di Trump, sui suoi robusti rapporti politici (il governatore Cuomo di New York si è immediatamente schierato con lui, criticando l’irrealizzabilità dei sogni della sinistra) e sulla mobilitazione emotiva nazionale dell’elettorato. Non è a favore del diritto alla salute per tutti, ma della cosiddetta “opzione pubblica” (già presente nella riforma sanitaria di Obama, ma bocciata strada facendo), ossia un'assicurazione statale a prezzi bassi, concorrenziale alle private. Non sostiene la gratuità dell’iscrizione universitaria per i disagiati, ma facilitazioni al rimborso dei prestiti di studio. Ha poi annunciato un suo piano ecologico che è una “via di mezzo” che conquisti sia gli operai degli Stati industriali sia gli ecologisti. Come già Bill Clinton, parla più di maggiori “opportunities” che di giustizia o di eguaglianza.

La prossima domanda sembra essere: la poderosa discesa in campo di Biden, candidato unico del centro moderato, indurrà al ritiro moltissimi dei 23 candidati attuali, rimasti senza favori, prospettive e soldi? Oppure la lotta fratricida del gruppo continuerà ancora a lungo? Entro il 2020 questo interrogativo dovrebbe trovare risposta...

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