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Salvini, il crocifisso e la storia
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Credo sia sbagliato liquidare come gesti pacchiani fuori del tempo le ostentazioni dei simboli religiosi cristiani di Salvini. Né penso si tratti di atteggiamenti estemporanei volti a blandire la parte più cattolica del suo elettorato, da denunciare come strumentali e come goffa riedizione del teutonico Gott mit Uns. Dando per assodata l’autonomia della sfera politica da quella religiosa o più probabilmente non ritenendola vantaggiosa per fini elettorali, nessuna forza politica in Italia negli ultimi decenni era giunta a tanto. Lo capì la Democrazia cristiana, che pure aveva una croce nella propria insegna, dopo i referendum sul divorzio e l’aborto a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta. Lo capì Berlusconi, che per ottenere i voti di un certo popolo cattolico preferì barattare con il cardinale Ruini la difesa dei “valori innegoziabili” e i finanziamenti alla scuola privata lontano dai riflettori. Tant’è che non abbiamo una sua foto con in mano il rosario. Dunque: che cos’è cambiato, o cosa sta cambiando?

Per capirlo occorre ricostruire due contesti. Il primo rinvia alle reciproche strumentalizzazioni tra politica e religione, che con l’avvento di movimenti e partiti nella società di massa si sono andate producendo in modo diverso da quanto era avvenuto nelle epoche precedenti. Tra Otto e Novecento al nazionalismo basato sul “principio di nazionalità” si affiancò un nuovo nazionalismo: quello dell’Action française, anzitutto, che del cattolicesimo si servì in chiave identitaria ed escludente (degli ebrei, dei massoni, degli immigrati). Maurras era agnostico, ma contò seguaci nella maggioranza dei cattolici e del clero francesi almeno fino al 1926, quando la Santa Sede, che aveva pronta la condanna del movimento dal 1914, si decise a renderla pubblica. Lo stesso fece l’Associazione nazionalista italiana, che iniziò ad abbandonare l’originario anticlericalismo a partire dal 1913, quando elesse cinque deputati con il voto cattolico. La Grande guerra, nazionalizzando il cattolicesimo come mai era avvenuto in precedenza, fece il resto. Non per caso Federzoni e dal 1921 lo stesso Mussolini operarono affinché il movimento cattolico s’integrasse nel processo di costruzione della nazione fascista e della sua proiezione imperiale. Analoghi intrecci tra nazionalismo e cattolicesimo si svilupparono in tutta l’Europa a maggioranza o a forte presenza cattolica, mentre la Chiesa, da parte sua, pur stigmatizzandolo dal punto di vista dottrinale, si servì del nazionalismo per contrastare l’internazionalismo socialista e bolscevico, l’individualismo liberale e la massoneria.

Pio XI si decise a riprovare il “nazionalismo immoderato” nell’enciclica Ubi arcano Dei (1922), che tuttavia lasciò aperta la strada a un “sano nazionalismo”, conciliabile con la dottrina cattolica. Si fecero così spazio movimenti nazional-cattolici che contribuirono, quando non ne furono le colonne portanti (come in Spagna), all’affermazione dei regimi autoritari e fascisteggianti che colorarono di nero quasi tutta l’Europa negli anni tra le due guerre. Quando il Vecchio continente riemerse dalla catastrofe bellica, nel ‘45, la nascita dei due blocchi, la Guerra fredda e poi il processo d’integrazione europea trasmisero l’impressione che le precedenti fedeltà nazionali fossero state sostituite dalle nuove fedeltà sovranazionali. Ne rimasero ingannanti anche gli storici, che si risvegliarono bruscamente di fronte alle guerre jugoslave e alle agitazioni nazionaliste provocate dall’implosione dell’impero sovietico. I nazionalismi che non erano scomparsi nel 1945 e neppure negli anni Novanta sono rifioriti con la crisi economica del 2008 nel cuore dell’Europa, adottando l’etichetta sovranista.

Semplificando molto un’analisi che non può essere svolta in questa sede, i nuovi nazionalismi populisti, rispetto ai nazionalismi storici degli anni tra le due guerre, presentano una rilevante differenza alla quale si affiancano molte analogie. Quelli furono tendenzialmente espansivi ed aggressivi, portando l’Europa alla distruzione tra il 1939 e il 1945, mentre gli odierni sono sostanzialmente difensivi, puntando ad arroccare l’Europa e a costruire muri. Come quelli, invece, anche questi si nutrono di nemici esterni (la burocrazia delle istituzioni europee e i migranti) e di nemici interni (gli immigrati privi di permesso di soggiorno e i musulmani). Come quelli, anche questi diffondono una visione apocalittica della crisi della civiltà europea, ricondotta ai flussi migratori, al multiculturalismo, al tradimento delle comuni radici cristiane in vista della “grande sostituzione”, complice il decremento demografico della popolazione nativa con quella musulmana. Un mito, quello dell’islamizzazione dell’Europa, utile per la mobilitazione, accanto al quale fa capolino a volte persino la teoria del complotto (orchestrato da Soros). In questa rappresentazione distorta della realtà torna a rivestire un ruolo determinante il cristianesimo, come allora non quello predicato da Gesù Cristo, quanto piuttosto un cristianesimo identitario funzionale al progetto politico di cui s’è detto.

Parlando il 29 luglio 2018 nella località romena di Baile Tusnad, il primo ministro ungherese, Viktor Orbán, ha detto di aver ricevuto con il quarto mandato il compito di «costruire una nuova era» già avviata con il «nuovo ordine costituzionale, fondato su basi nazionali e cristiane» e già stabilizzatosi in un sistema politico fondato sugli stessi pilastri. Per avere il posto che merita – ha proseguito Orbán – l’Europa centrale dovrà basarsi sul diritto di rifiutare l’ideologia del multiculturalismo, di difendere la propria cultura cristiana e il modello tradizionale di famiglia. Il leader ungherese ha dedicato l’ultima parte del suo discorso alla crisi della civiltà europea, attribuita alla gestione che le sue élite hanno fatto del problema migratorio. Un fallimento che avrebbe travolto le stesse élite, ree di aver abbandonato le radici cristiane dell’Europa per costruire una «società aperta». «Nell’Europa cristiana – ha continuato inventandosi un passato inesistente – c’era onore nel lavoro, l’uomo aveva dignità, uomini e donne erano uguali, la famiglia era la base della nazione, la nazione era la base dell’Europa e gli Stati garantivano la sicurezza». Perché – ha detto più avanti – «il cristianesimo non cerca di raggiungere l’universalità attraverso l’abolizione delle nazioni, ma attraverso la conservazione delle nazioni». Di qui l’obiettivo di sostituire l’Europa liberale, che «non significa niente» e che non è democratica, con una «democrazia cristiana illiberale» contraria al multiculturalismo, all’immigrazione e basata sul modello familiare cristiano.

Inseriti in questo contesto i gesti di Salvini risultano meno stravaganti. Appartengono alla corrente in crescita, ma ancora largamente minoritaria come le ultime elezioni europee hanno mostrato, che coltiva un progetto di restringimento degli spazi di democrazia, di pluralismo e la restaurazione di una sorta di cristianità, dove il riferimento religioso è presupposto esclusivista e discriminatorio.

Il secondo contesto nel quale è da inquadrare l’esibizione dei simboli religiosi da parte di Salvini è quello ecclesiale che si è andato determinando con l’attuale pontefice. Papa Francesco si è trovato a fare i conti, oltre che con lo scandalo della pedofilia – la più grande vergogna dai tempi della simonia e il movimento sismico più lacerante dai tempi di Lutero – con una struttura elefantiaca che il suo predecessore non aveva saputo governare e che il papa polacco, dopo gli anni del trionfalismo identitario, aveva abbandonato alla deriva nelle mani della Conferenza episcopale italiana e di figure come Ruini e Bertone. Dagli anni Sessanta, sull’onda del Concilio Vaticano II, la Chiesa cattolica era stata attraversata dall’Europa all’America latina da una corrente di rinnovamento che l’aveva divisa tendenzialmente in modo orizzontale, contrapponendo settori della base alle gerarchie ecclesiastiche. Mezzo secolo dopo, le divisioni a cui assistiamo riguardano soprattutto i vertici e vedono schierati contro papa Francesco figure della vecchia curia, la maggioranza dell’episcopato statunitense, alcuni ecclesiastici tormentati da mancate promozioni, intellettuali integralisti, tradizionalisti e lefebvriani, che tuttavia mancano di una base nel popolo cattolico. Irridendo le prediche da certi pulpiti e chiamando i fischi della piazza contro il papa (per poi negare di averlo fatto), Salvini si muove proprio in questa direzione: offrire una base popolare alla contestazione contro papa Francesco.

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