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Il voto europeo in Scandinavia

Alla vigilia doveva essere uno dei pilastri del nuovo fronte sovranista immaginato da Salvini e dalla Le Pen, tanto che le tre forze euroscettische scandinave sono state a lungo corteggiate nei mesi precedenti al voto. Non è andata secondo le attese (la pattuglia nazionalpopulista è complessivamente di 6 eurodeputati, erano 9 nel 2014). Le ragioni di questa battuta d’arresto variano a seconda del Paese, ma tra Danimarca, Svezia e Finlandia si possono individuare alcune costanti: la crescita dell’affluenza nei tre Paesi scandinavi sicuramente non ha giovato ai partiti euroscettici, inoltre in due Stati su tre la lunga stagione elettorale che ha visto le europee tenersi nello stesso periodo delle politiche ha penalizzato i populisti; infine il tema dei migranti tanto caro a questi partiti non è più in cima alle priorità politiche e nemmeno la narrazione di flussi migratori fuori controllo per colpa dell’Unione europea sembra aver suggestionato l’elettorato. In questa tornata elettorale il tema che maggiormente ha tenuto banco nel Nord è stato, oltre agli argomenti prettamente nazionali, quello dei mutamenti climatici.

Il caso sicuramente più interessante è la Danimarca dove nel 2014 i Popolari danesi (Dansk Folkeparti) erano stati il primo partito con il 26,6% e avevano eletto 4 dei 13 eurodeputati. Il 26 maggio, con un’affluenza che è passata dal 56,3% al 66%, si sono fermati a un deludente 10,8%, ottenendo un solo europarlamentare. A dimostrazione che gli oltre 2,8 milioni di danesi che si sono recati alle urne hanno un po' a sorpresa premiato le forze europeiste c’è il mancato approdo a Strasburgo, per la prima volta in 40 anni, del Movimento popolare contro l’Ue (Folkebevægelsen mod EU). Insomma quasi un tracollo per gli euroscettici danesi.

In ogni caso la campagna elettorale è stata molto influenzata da quella per le politiche del 5 giugno, dove il blocco di centrosinistra è dato per favorito. In particolare secondo le ultime analisi demoscopiche, i socialdemocratici guidati da Mette Frederiksen hanno saputo convincere molti elettori con la proposta di mettere un tetto per l’ingresso di migranti extra-Ue. Una misura forse controversa che ha tuttavia spiazzato i Popolari danesi che, dopo aver dato l’appoggio esterno in questi anni al governo di centrodestra di Lars Løkke Rasmussen, hanno cercato di presentarsi come i populisti dal volto pulito (a livello internazionale hanno spesso mantenuto le distanze dai Democratici Svedesi). Non solo, almeno due forze politiche di estrema destra stanno erodendo consenso al Dansk Folkeparti: lo Stram Kurs (letteralmente Linea Dura) fondato nel 2017 e la Nuova Destra (Nye Borgerlige) nata nel 2016, che contestano ai Popolari una linea troppo morbida (entrambi sono accreditati di un 3% in vista del voto per il Parlamento). Il frettoloso accordo dei Popolari con i sovranisti europei non è bastato a convincere gli elettori di estrema destra e non ha cancellato lo scandalo di finanziamenti europei impropriamente usati da un loro eurodeputato per la campagna elettorale. Ma soprattutto i Popolari non hanno saputo comprendere che l’agenda politica non aveva più come priorità l’immigrazione, ma è tornata a concentrarsi sul Welfare: la riforma delle pensioni e della sanità (su cui i socialdemocratici propongono investimenti maggiori del Pil) e sui mutamenti climatici. Argomento, quest’ultimo, che i Popolari danesi hanno completamente ignorato, come ha riconosciuto il leader del partito Thulesen Dahl il giorno dopo le elezioni: "Non siamo stati al passo con i problemi avvertiti dalla gente”. Il partito, a lungo presentato come il movimento populista scandinavo vincente, è scosso dalle fondamenta e sarà fondamentale il risultato delle politiche.

Chi ormai si sta affermando come nuovo riferimento sono i Democratici svedesi (Sverigedemokraterna) che con il 15,3% hanno fatto molto meglio del 9,6% di cinque anni fa aumentando di un’unità la delegazione all’Europarlamento, passando da 2 a 3; ma in termini percentuali hanno subito una flessione rispetto alle politiche del settembre scorso, quando ottennero il 17,5% (e il maggior numero di voti nella loro storia con 1,35 milioni).

Il voto in Svezia va comunque letto incrociando due elementi, uno di politica interna con le fatiche quotidiane del governo di minoranza guidato dal socialdemocratico Lofven e l’altro nel rapporto con l’Unione europea. Per ciò che attiene al fronte interno, i socialdemocratici hanno sostanzialmente tenuto anche ad un andamento positivo dell’economia, totalmente inaspettato: nel primo trimestre il Pil è cresciuto più del previsto dello 0,6%, con una crescita annuale del 2,1%. Questo grazie alle esportazioni e a una politica di bassi tassi da parte della Banca di Svezia. E, come spesso è stato fatto notare, se l’economia funziona i partiti populisti non crescono, nonostante la narrazione dell’invasione sugli immigrati: questo è testimoniato proprio dal risultato dei Democratici, che nel corso della campagna elettorale sono stati travolti anche da uno scandalo sessuale con un’aggressione di Peter Lundgren a una collega partito (i fatti non sono stati smentiti dal diretto interessato che si è limitato a dare la colpa all’alcol). Nel Paese di Greta Thunberg il partito rosso-verde ha ottenuto un risultato peggiore di cinque anni fa passando dal 15,4% all’11,5% (e dimezzando i propri eurodeputati da 4 a 2). Anche in questo caso la perdita di consensi è legata anche alle concessioni che i Verdi hanno dovuto fare ai socialdemocratici come prezzo della propria presenza nella coalizione di governo. Ma fa comunque notizia il fatto che per la forza ambientalista sia stata eletta Alice Bah Kuhnke, prima eurodeputata di colore della politica svedese e già ministro nello scorso governo Lofven. 

Ma c’è una seconda dimensione del voto svedese: senza altre elezioni nelle vicinanze gli elettori hanno votato anche in base alla loro idea di Europa, e a conti fatti hanno premiato le forze che sono di fatto europeiste, siano esse più conservatrici o più progressiste. Ma tutte nel corso della campagna elettorale hanno parlato della necessità di riforma dell’Unione europea, ponendo l’accento anche sulla difesa dell’interesse nazionale svedese.

Molti analisti hanno sottolineato come i Democratici svedesi abbiano accantonato durante la campagna elettorale il tema della Swexit, battendo più sulla necessità di una difesa della “svedesità” e sul contrasto all’immigrazione. Ma il tema dell’uscita dall’Unione resta sullo sfondo e il partito guidato da Jimmie Åkesson è pronto a riproporlo come prioritario. Soprattutto se, come i Democratici hanno ribadito più volte nel corso della campagna elettorale, non dovesse realizzarsi un cambio radicale dell’Ue.

C’è poi il caso della Finlandia, dove i Veri Finlandesi, il Perussuomalaiset, hanno ottenuto un risultato in linea con quello di cinque anni fa: sono passati dal 12,9% al 13,8% confermando due eurodeputati. L’andamento del partito populista finlandese merita un ragionamento differente da quello di svedesi e danesi. Il Ps negli ultimi 5 anni ha vissuto una stagione politica decisamente turbolenta: nel 2015 dopo essere stato il secondo partito alle Politiche è entrato al governo in un’alleanza di centrodestra, ma nel 2017 il cambio al vertice dei Veri Finlandesi con la rinuncia dello storico presidente Timo Soini di ricandidarsi e l’arrivo alla leadership di Jussi Halla-aho, figura molto controversa, ha portato il partito ad una scissione. Soini e un pattuglia di parlamentari sono rimasti a sostegno del governo Sipila, Halla-aho ha portato su posizioni ancora più estreme il partito, che nei mesi antecedenti le europee ha siglato un preaccordo con la Lega per entrare in Parlamento europeo nel futuro gruppo sovranista, abbandonando quello dei Conservatori guidato dai polacchi di Pis. Il 14 aprile scorso il Perussuomalaiset, un po' a sorpresa, ha sfiorato la vittoria alle Politiche con il 17,5% e sopravanzato di misura dai socialdemocratici che hanno ottenuto il 17,7%.

A distanza di un mese e mezzo Jussi Halla-aho e i suoi hanno accarezzato il sogno di risultare primo partito portando avanti un messaggio fortemente euroscettico, che tuttavia non ha pagato, mostrando come gli elettori finlandesi nel voto del 26 maggio abbiano tenuto conto della portata europea della consultazione. Si è in ogni caso registrato un calo dei socialdemocratici, la cui immagine filo Ue è stata considerata ambigua, ma soprattutto perché i vertici del partito erano impegnati nella formazione del nuovo governo. Primo partito si è quindi confermato il Kok, partito di coalizione nazionale con il 20,8% (unica forza finlandese che manderà tre deputati a Strasburgo), che fa parte della famiglia dei popolari europei, e che nell’attuale commissione Ue è rappresentato da Jyrki Katainen (ma il prossimo commissario sarà socialdemocratico). Secondo partito col miglior risultato elettorale di sempre sono i Verdi finlandesi che hanno ottenuto due eurodeputati grazie al 16% dei consensi (dopo che già alle Politiche di aprile avevano ottenuto un incoraggiante 11,5%). Gli elettori, la cui affluenza (40,7%) è stata seconda solo alla prima consultazione europea del 1996 quando si registrò il 57,6%, hanno quindi premiato i due partiti con il profilo più marcatamente europeista.

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