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Il voto in Francia per il Parlamento europeo
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«O me o il caos». Non ha certo brillato per originalità Emmanuel Macron nell’impostare la campagna delle europee attorno a uno slogan vecchio quanto la V Repubblica. Eppure l’antico richiamo gollista qualche effetto ha finito per sortirlo, a partire dalla mobilitazione degli elettori (+7,7% rispetto al 2014). Al termine di un voto caratterizzato da un livello di partecipazione (50,1%) inedito da venticinque anni, il secondo posto conquistato delle liste della maggioranza presidenziale (LRM), subito dietro al Rassemblement National (RN) – 22,4% contro 23,3% – ha il sapore di una sconfitta piuttosto indolore per il capo dello Stato, che si era personalmente battuto con grande vigore nelle ultime due settimane di campagna.

Per valutare meglio il risultato di LRM basterà ricordare che esso è piuttosto vicino a quello conseguito da Macron al primo turno delle presidenziali del 2017 (24%) e, al contempo, come in quarant’anni di elezioni europee soltanto due volte il partito presidenziale sia arrivato in prima posizione (l’UDF nel 1979, sotto la presidenza Giscard e l’UMP di Sarkozy nel 2009). Se si esclude il 27,9% conseguito dall’UMP nel 2009, il 22,3% di LRM è il miglior risultato conseguito in Francia da un partito di governo in occasione delle europee negli ultimi trent'anni.

Nondimeno Marine Le Pen e il RN appaiono come i vincitori della consultazione. Non solo perché si sono affermati come primo partito, ma perché sono riusciti a capitalizzare politicamente le proteste sociali che agitano la Francia dall’autunno, marginalizzando sul fronte politico opposto La France insoumise (6,3%). Ma quello del RN non è un risultato inatteso né inedito. Già in occasione delle europee del 2014 – quando ancora correva sotto le insegne del Front National (FN) – la formazione di Marine Le Pen era stata il primo partito, peraltro con un risultato superiore in termini percentuali (24,86%). Negli ultimi anni il FN non ha soltanto cambiato nome. Ha anche abbandonato le tradizionali posizioni eurofobe, a partire dall’idea di Frexit e dell’uscita dall’euro, in nome di una riforma «dall’interno» dell’Ue e della Bce. E soprattutto ha esteso il proprio radicamento sociale: il RN è arrivato alle europee in testa sia tra gli operai (oltre il 40%), che tra gli impiegati (27%), ed è primo partito tra tutte le categorie di reddito sotto i 3000€ (superando LRM 30%-11% nei i nuclei familiari che dispongono di meno di 1.200€ al mese).

Il braccio di ferro tra Macron e Le Pen ha monopolizzato la scena politica, portando a esaurimento la dinamica, già fortemente logorata negli ultimi anni, delle due forze che hanno tradizionalmente strutturato la vita politica della V Repubblica. Nell’ultimo decennio il tracollo di socialisti e repubblicani è stato inequivocabile: complessivamente hanno totalizzato il 56% alle presidenziali del 2012, il 35% alle europee del 2014, il 26% alle presidenziali del 2017, scendendo addirittura al 15% alle recenti europee.

Il ruolo di Macron in questo processo è evidente: dopo aver frantumato la sinistra nel 2017 e portato il PS all’irrilevanza, il presidente della Repubblica questa volta ha eroso la destra. I repubblicani, la cui lista era guidata dal giovane professore di filosofia François-Xavier Bellamy, confidavano in un rilancio: hanno invece conosciuto una Caporetto storica, crollando dal 20% ottenuto da Fillon (nonostante i problemi giudiziari) nel 2017 all’8,48% attuale, logorati sul fronte liberale da Macron e sul versante sovranista da Le Pen.

Nessun segno di vita si è registrato da parte della sinistra di governo: il PS, che dominava la vita politica nazionale e locale quando Hollande è stato eletto all’Eliseo nel 2012, nel giro di pochi anni si è disgregato e, sull’onda di contraddizioni ideologiche e carenza di leadership, prosegue la propria agonia politica (6,2%), nonostante l’alleanza con il movimento di Raphaël Glucksmann. Destino non diverso da quello conosciuto da Benoît Hamon che, con il 3,3%, dimezza la già disastrosa performance ottenuta sotto le insegne del PS alle ultime presidenziali, condannandosi alla marginalità politica.

La scomparsa della sinistra ha lasciato spazio alla vera sorpresa del voto: il movimento ecologista guidato da Yannick Jadot, i cui temi si sono imposti come un aspetto distintivo di questa campagna. Il lusinghiero 13,47% ha smentito i sondaggi e sorpreso gli analisti, ma non costituisce una novità assoluta sulla scena francese, dove elezioni regionali ed europee sono già state teatro di affermazioni significative quanto fugaci di questi movimenti (basti ricordare il 16,3% conquistato dai Verdi di Daniel Cohn-Bendit alle europee del 2009). Ora il quadro sembra tuttavia più propizio che in passato, lasciando immaginare una presenza meno effimera del movimento ecologista nel panorama politico francese. Da un lato i Verdi hanno conseguito risultati importanti in vari Paesi dell’Europa centro-settentrionale (a partire dalla Germania, dove sono risultati il secondo partito con il 22%), dall’altro la crescente mobilitazione degli ultimi mesi, con le marce per il clima e i Fridays for future, ha spinto tutte le liste francesi a rendere più «verdi» i propri programmi (lo stesso Macron ha ricevuto all’Eliseo, il 22 febbraio, Greta Thunberg). Europe Écologie può trovare un ulteriore motivo di soddisfazione per il fatto di avere conquistato soprattutto gli elettori più giovani: è stato il partito più votato nella fascia 18-34 anni (con il 25% dei consensi tra i giovani di 18-24 e il 28% tra i 25 e i 34), ampiamente davanti al RN e a LRM.

All’inattesa «onda verde» non si è accompagnata alcuna «onda gialla». La mobilitazione dei gilet gialli ha contribuito a ridurre l’astensionismo (nei comuni rurali, dove il movimento è più radicato – a partire dall’Aveyron, Indre e Ardèche –  l’incremento di affluenza è stato particolarmente significativo), ma nessuna lista a essi riconducibile è riuscita a ottenere risultati degni di nota. Alliance jaune, guidata dal cantautore Francis Lalanne, ha conquistato lo 0,5%, mentre Evolution citoyenne di Christophe Chalençon, uno dei volti noti (e più «duri») del movimento, ha fatto registrare appena lo 0,01% con 2.120 preferenze.

Così, nonostante il sorpasso del RN, Macron può guardare con un certo sollievo al risultato elettorale e al panorama politico spettrale a cui ha contribuito a dare forma. L’arena politica, colma di macerie a sinistra come a destra, gli pone di fronte soltanto un’estrema destra tradizionalmente poco competitiva in occasione di presidenziali e legislative e un movimento ecologista con cui i contatti sono intensi. Per quanto la sua popolarità resti bassa e la sua figura appannata, il capo dello Stato ha indubbiamente recuperato nelle urne europee parte di quella legittimità che i gilet gialli da sei mesi gli avevano contestato nelle piazze. Ora sembra pronto a lanciare il secondo atto del proprio mandato all’Eliseo.

 

 

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