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Il voto in Romania per il Parlamento europeo
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I romeni sono andati in massa a votare, registrando un’affluenza da record: 49%, un risultato superiore rispetto alle scorse elezioni del 2014 quando la partecipazione al voto fu del 32,4% e difficile da trovare anche per le politiche.

In una Romania dominata dai forti contrasti politici, le elezioni europee hanno assunto il valore di un vero e proprio test di politica interna anche in vista delle elezioni presidenziali che si svolgeranno alla fine dell’anno.

Il conteggio dei voti (siamo al 99,8% dei voti scrutinati) ribalta la scena politica romena con il principale partito di opposizione che supera i Socialdemocratici (Psd), attualmente al governo, che negli ultimi 3 anni hanno guidato il Paese approvando contestate riforme della giustizia, accompagnati dalle proteste di strada e dai ripetuti moniti di Bruxelles che insisteva sull’importanza dell’indipendenza del potere giudiziario e del rispetto dei principi dello stato di diritto.

E mentre il Psd, per tutta la campagna elettorale, ha continuato a criticare Bruxelles affermando si impicciasse troppo di affari interni, gli elettori hanno pensato che solo con l’aiuto dell’Unione europea si potesse garantire i principi democratici in Romania. Il Psd crolla nel supporto elettorale dal 45% ottenuto nelle ultime elezioni politiche (2016) al 23,3% nelle elezioni europee.

A scrutinio quasi terminato a vincere le elezioni europarlamentari in Romania è quindi l’opposizione: i liberali del Pnl e del presidente Klaus Iohannis si sono aggiudicati il primo posto raccogliendo il 26,7% dei consensi, segue come già anticipato il partito Socialdemocratico con il 23,2%; va poi il 21,4% ad una nuova alleanza politica, l’Usr-Plus di Dacian Cioloș; Pro Romania, il partito dell’ex premier Victor Ponta, ottiene circa il 6,6% mentre il partito della minoranza etnica magiara, Udmr, il 5,4%. Spera di riuscire a entrare nel Parlamento di Strasburgo anche il Partito popolare (Pmp) dell’ex presidente della Romania, Traian Băsescu che ha ottenuto il 5,6%.

In Romania lo stesso giorno delle europee si votava anche per un referendum sulle riforme della giustizia voluto dal Presidente della repubblica Iohannis di fatto per contrastare l’azione del governo. Quest’ultimo ha superato il quorum del 30% necessario, arrivando al 41,2%. I risultati del referendum saranno noti solo in mattinata ma già il fatto di aver raggiunto il quorum rappresenta un’ulteriore sconfitta per l’esecutivo e la politica di Liviu Dragnea, leader di ferro del Psd e della Romania.

Contro la riforma della giustizia e per punire il Psd si è mobilitata come non mai anche la diaspora romena: anche se il ministero degli Esteri ha messo a disposizione per votare più seggi che in passato, in molti non sono riusciti a votare. A Roma, davanti all’Accademia di Romania, migliaia di romeni in fila hanno aspettato oltre cinque ore sotto la pioggia per poter esprimere la loro preferenza di voto. Nel cuore di Roma sembrava, più che ad un seggio, di trovarsi in una manifestazione di protesta, con insulti all’indirizzo del Psd (chiamato "la peste rossa") anche per il modo in cui ha organizzato le elezioni: complessa burocrazia per votare e tempi lunghi.

Tra i votanti c’era anche l’ambasciatore della Romania in Italia, George Bologan (che ha preferito fare la coda all’Accademia di Romania, tra la gente), facendosi riprendere con membri del Pnl (in Romania gli ambasciatori vengono nominati dal capo dello Stato). Un segnale trasmesso al capo dello Stato e non solo.

Dopo il conteggio del 66% dei voti all’estero, l’Unione Salvate la Romania-Plus otteneva circa il 42,1%, il Pnl il 31,6%, il Pmp il 9,3 e il Psd solo il 2,9%.

Primo a commentare il risultato del voto è stato il presidente della Repubblica Klaus Iohannis, ormai lanciato nella corsa elettorale per un nuovo mandato presidenziale. Iohannis si è rivolto così ai romeni: "Buona sera cari romeni, siete fantastici, vi faccio le mie congratulazioni. Avete votato in modo chiaro e fermo per una politica corretta, per una giustizia indipendente, per il buon governo". Aggiungendo: "Il Psd ha preso in giro i romeni, il Psd deve andarsene".

Anche il presidente del Partito nazional-liberale, Ludovic Orbán, ha chiesto le dimissioni del governo in quanto non avrebbe più la maggioranza nel Paese. Orbán ritiene che il Pnl assieme ad altre forze dell’opposizione possa ora ottenere una maggioranza per guidare il Paese: "Chiediamo le dimissioni della coalizione di governo che non ha più legittimità davanti ai romeni, il voto dimostra il desiderio di un cambiamento".

Nessun cambiamento, annuncia però il leader del Psd Liviu Dragnea chiedendo al primo ministro Viorica Dăncilă di restare in carica e di non dare le dimissioni richieste dall’opposizione. Quest’ultima si è affrettata a sottolineare che un governo può cadere solo in seguito ad un voto di sfiducia.

Ora Liviu Dragnea è in pericolo anche all’interno del suo stesso partito: con il suo discorso politico critico rispetto all’Ue, con la sospensione del dialogo con la famiglia dei socialisti europei, Dragnea è riuscito a far precipitare le quote elettorali del partito di cui è alla guida. Marian Oprișan, noto membro del Psd ha affermato che ormai Dragnea è "storia" e deve dare le proprie dimissioni, visto il risultato ottenuto. Anche Marian Dragomir, sindaco Psd di Brăila, capoluogo dell’omonimo distretto sul Danubio, ha chiesto le dimissioni di Dragnea.

Il Psd è quindi un partito diviso che sembra non voler più seguire gli ordini di Dragnea. Come divisa resta la Romania, dove durante la campagna elettorale i sostenitori del Psd venivano insultati dagli avversari politici e scortati dalla gendarmeria. Dal loro canto, i leader dei Psd, per tenere un comizio nella città di Târgoviște non hanno esitato a chiudere il centro città facendo passare solo i propri sostenitori. E tutto questo mentre l’estate scorsa la diaspora, arrivata a Bucarest per manifestare contro il governo, è stata accolta dai manganelli dei gendarmi.

 

[Questo articolo è pubblicato grazie al lavoro di Osservatorio Balcani e Caucaso]

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