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Dopo le elezioni europee
Il voto per i Verdi al Parlamento europeo

Forse accade sempre, o è sempre accaduto da quando il mondo tranquillo in cui si era vissuti prima del crollo del Muro di Berlino e la supposta fine della Storia è andato in frantumi. Accade sempre che i risultati delle elezioni si possano leggere in maniere difformi e spesso opposte e le tendenze espresse dal voto siano varie e talvolta contraddittorie. È accaduto anche nelle recenti elezioni europee, ma c’è un dato su cui forse varrebbe la pena di riflettere, forse anche con una prospettiva più a lungo termine. Non solo la vittoria di forze anti-europeiste e sovraniste non è stata netta – con le eccezioni ingombranti, naturalmente, di Francia e Italia. Ma in alcuni Paesi dell’Europa del Nord abbiamo assistito a un ritorno di partiti Verdi che mettono al centro delle loro proposte la difesa dell’ambiente. Come interpretare questo fenomeno?

Innanzitutto, vale la pena di ricostruire con un qualche dettaglio maggiore. I Verdi sono stati il terzo partito (13,5%) in Francia, il secondo (20,5%) in Germania, il quarto in Irlanda (con il 15%) e in Austria (con il 14%), mentre in Belgio per la prima volta hanno eletto due rappresentanti al Parlamento europeo. Si tratta quindi di una presenza rilevante, ma certamente non è un’ondata, quanto  piuttosto un avanzamento a macchia di leopardo, un fenomeno ancora soltanto tendenziale. Complessivamente i verdi dovrebbero passare dai 50 seggi del 2014 a più o meno 70.

Ma al di là dei dati, quali le questioni più ampie sollevate dal voto ai Verdi? Ce ne sono almeno cinque: le cause, il contesto, il significato del voto, le eccezioni (soprattutto l’eccezione italiana) a questa tendenza e il modello di politica che gli elettori dei Verdi mettono in campo. Si tratta di questioni che richiederebbero trattazioni ampie e specializzate, e che verranno chiarite anche col passare del tempo, soprattutto con i dati di elezioni successive e osservando il comportamento futuro dei partiti Verdi. Al momento si possono però fissare almeno alcuni punti.

Il voto ai Verdi è senza dubbio un effetto – o forse uno degli effetti – anche della mobilitazione e dell’attenzione al tema del cambiamento climatico suscitati dai Fridays for Future e dall’attivismo di Greta Thunberg. In un certo senso, non è azzardato dire che, forse in maniera temporalmente più immediata e spiccata che nel caso di movimenti come i no global degli inizi degli anni Novanta, il movimento ambientalista ha cercato subito una realizzazione partitica, elettorale, delle sue istanze. Ciò rileva, come vedremo, per capire il modello di politica che questi partiti e i loro elettori potrebbero stare realizzando. C’è poi un evidente aspetto generazionale che potrebbe essere un fattore causale rilevante: il voto ai Verdi è soprattutto un voto giovanile, secondo molti (circola una stima per cui il 34% degli elettori tedeschi tra 18 e 24 anni ha votato per i Verdi; nello spiegare il risultato dei Verdi in Austria, va considerato che là hanno diritto di voto i sedicenni), e – soprattutto se lo si confronta con la provenienza generazionale del voto a partiti tradizionali, spesso derivante da elettori più anziani – mostra una sorta di spaccatura della società, con differenti segmenti di età che hanno preoccupazioni diverse e orizzonti politici difformi.

Le cose diventano ancora più sfumate se consideriamo il contesto del voto ai Verdi. Innanzitutto, è evidente che una cosa è considerare quanto accade in un Paese come la Germania in cui il partito dei Verdi ha una presenza tradizionale nella scena politica e un’altra è considerare l’avanzata dei Verdi in Francia, dove si registra la contemporanea ascesa del movimento sovranista di Marine Le Pen, o in Irlanda, dove prevale un partito appartenente al gruppo dei popolari al Parlamento europeo.

Queste riflessioni conducono direttamente a considerare l’eccezione italiana. In Italia l’effetto Greta è stato quasi nullo – i temi ambientali continuano a essere marginali nella discussione politica nel nostro Paese e, pare, anche nelle preoccupazioni degli elettori. Il movimento dei Fridays for Future non è stato preso sul serio neanche dai suoi avversari, che si sono rifugiati nel dileggio, senza neanche troppi sforzi. E si può dire che questo registri la mancanza in Italia di un partito dei Verdi che sia radicato e con una tradizione. Ma si deve dire pure che una parte abbastanza cospicua del complesso immaginario politico del Movimento 5 Stelle riguarda temi ambientali – si consideri ad esempio la sofferta discussione sulla Tav. Anche considerando l’astensione – un punto come sempre negli ultimi tempi cruciale per interpretare correttamente il voto, che per molti riguarda soprattutto elettori che avrebbero votato per il Movimento – l’elettorato verde in Italia sia rimasto, per così dire, silente o congelato da un’offerta politica eccentrica.

Tutti questi problemi, come già detto, necessitano di analisi anche demografiche più approfondite, e dovranno essere visti alla luce degli sviluppi futuri. In una prospettiva più ampia rimangono interessanti però altre due questioni: il significato del voto ai Verdi e il modello di politica che esso presuppone. Da un lato, è ovvio che questi comportamenti elettorali esprimano una richiesta – quella che la politica nel senso più tradizionale si faccia carico di certi problemi ambientali globali. Eppure, questi richiami derivano da una realtà non tradizionale, o non troppo tradizionale. I partiti Verdi, anche quando hanno una tradizione, non sono partiti-massa e non raccolgono l’eredità degli schieramenti partitici novecenteschi – anzi, spesso tendono a differenziarsi  rispetto all’asse tradizionale destra-sinistra. E i Fridays for Future sono un fenomeno di attivismo movimentista dal basso, non organizzato da partiti, non irregimentato dalle fabbriche tradizionali della mobilitazione.

Quindi, da un lato abbiamo partiti non tradizionali e movimenti dal basso, dall’altro la richiesta politica affiora in un momento centrale della politica tradizionale – le elezioni. La sfiducia nella politica tradizionale o l’emergere di politica dal basso si coniugano con il ricorso a forme tradizionali della politica – comportamenti elettorali, sostegno a gruppi partitici. Può sembrare paradossale, ma in realtà è una conseguenza diretta della natura delle questioni in gioco. La giovane Greta Thunberg e il suo movimento si concentrano sulla prevenzione e l’adattamento ai cambiamenti climatici. Mitigare gli effetti del cambiamento climatico richiede azioni globali e collettive ma anche condotte individuali e private: un regime internazionale autenticamente globale e cambiamenti di stili di vita che nessuna legge potrà mai provocare, perché derivanti solo dalla coscienza di ognuno di noi. Per far fronte al cambiamento climatico non ci sono altre ricette: bisogna andare in piazza e andare a votare, impegnarsi nella vita di tutti i giorni e sostenere personale politico altamente specializzato. In un’Europa molto frammentata, solo alcuni l’hanno capito.

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